Kotaro
Per il manga
Benkei a New York
di genere
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Voto: 7 Benvenuti nella New York del 1996; la vera New York, la città magica ricca di storia, di modernità, di monumenti e di fascino. Appena cinque anni prima di Ground Zero e del crollo delle Twin Towers, i mali di New York non erano costituiti da fanatisti islamici che volevano distruggere la civiltà occidentale, ma dagli stessi Newyorkesi che volevano cancellare la loro stessa civiltà con le loro mani.
E’ qui che vive Benkei, giapponese in trasferta statunitense. Benkei è il classico omone grande e grosso alla Taniguchi, con corti capelli neri, la faccia rotonda, un grosso pancione e l’aria di chi non farebbe mai del male ad una mosca, che gira per strada con bastone da passeggio e impermeabile alla Dick Tracy nelle piovose notti della Grande Mela. Gestisce un locale dove serve liquori e haggis, un locale piccolo, intimo e accogliente, senza jukebox, musica o chiacchiere. Ama copiare i dipinti più famosi del mondo su tela, e ci riesce così bene da rendere impossibile distinguerli da quelli autentici. Si mostra sempre gentile e spiritoso con tutti. E’ così che quest’uomo ci appare nel primo dei sette racconti autoconclusivi che costituiscono il volume di “Benkei a New York”.
Eppure, dice il proverbio, spesso l’apparenza inganna, e Benkei è la dimostrazione vivente di questa frase. Perché in realtà Benkei è un assassino. Esercita ciò che nel suo paese si chiama l’arte dell’ “adauchi”, le vendette su commissione, inoltre si trova spesso in contatto con criminali e organizzazioni mafiose di tutto il mondo per vendere i suoi quadri falsi.
A contatto con i mali di tutto il mondo, Benkei uccide a sangue freddo in nome di una sua giustizia personale, dispensando pillole di saggezza orientale. Gli omicidi di Benkei sono strani, affascinanti nella loro crudezza e violenza. Egli rifiuta l’uso delle armi da fuoco, che danno una morte fulminea e priva di significato. La vittima deve trovarsi faccia a faccia col dolore: quello fisico, provato per la coltellata o lo strangolamento, e quello del cuore e della mente, quando tutta la loro vita e gli errori commessi gli scorrono davanti, e con essi la paura di trovarsi davanti quell’uomo dall’aspetto fisico così rassicurante ma dall’anima così diabolica, l’odore del sangue e il peso del peccato commesso. Non capiremo mai cosa Benkei pensi, cosa lo spinga ad agire in questo modo, quali siano i suoi rapporti con la vita e cosa egli pensi del mondo che lo circonda e della malvagità che lo permea, arrivando addirittura a colpire il suo cuore e a dotarlo di un diabolico istinto omicida. Ci darà l’impressione di essere un uomo che vive in una profonda solitudine, che sia deluso dal mondo in cui abita e che sembra agire in nome di principi che non ci è dato conoscere, dato che Benkei stesso non ci dirà nulla, né farà la morale alle sue vittime. Agirà. Ucciderà. Stop. Un po’ quello che succede in “Daredevil”, il classico fumetto del supereroe americano della Marvel: in fondo l’ambientazione è la stessa e c’è sempre qualcuno che combatte la violenza con la violenza. Infatti, leggendo le avventure o guardando il film del supereroe cieco, troveremo la stessa atmosfera corrotta di questo manga: una città splendida, una notte piovosa, fredda, senza luna, l’odore del sangue nell’aria e un uomo intento a uccidere a sangue freddo per ripagare il male con la sua stessa moneta. Anche se Benkei non è un superuomo. E’ reale. Così come il sangue e le lacrime che vengono continuamente versate in questo manga, che fa proprio del realismo e della crudezza delle immagini il suo punto di forza.
Il manga si compone di sette storie autoconclusive: “Haggis”, l’episodio pilota che ci presenta Benkei e il suo bar, teatro di un primo, crudele omicidio che nasce per vendicare un’antica morte avvenuta negli anni ’60; “Hook”, dove l’omicidio di turno, violentissimo e molto crudele, avviene in un vicolo buio, durante la fredda notte senza luna di New York; “Throw Back”, omicidio molto particolare a suon di arti marziali, un po’ come quelli del “Kill Bill” di Quentin Tarantino, che contiene la solita critica di Taniguchi alla vanità della vita moderna e a tutti gli istinti che essa reprime; “The Cry”, storia di morte e di mafia, sullo sfondo della vendita di contrabbando dell’ “Urlo” di Munch; “Sword Fish”, vicende di mafia con Benkei in trasferta nella mia terra, la Sicilia; “Necklace” e “A basement”, che dimostrano come anche l’amore possa trasformarsi in qualcosa di malvagio.
Tra questi quella che mi è piaciuta un po’ di meno è proprio quella ambientata in Sicilia, che mostra i miei conterranei come un popolo di gente corrotta e malvagia, senza valori, attaccata visceralmente al denaro e disposta ad uccidere persino i propri parenti per ottenerne di più. Beh, se leggendo questo manga vi farete quest’idea sappiate che non è così, o almeno non soltanto, perché la gente di questo tipo c’è dovunque: qui in Sicilia, come in America, in Giappone e nel resto del mondo. Tuttavia, questo utilizzo di luoghi comuni ormai ampiamente sfatati da parte di un mio mito come il grande Jiro Taniguchi mi ha un po’ deluso.
La trama delle storie non sempre è di facile comprensione, ma, volenti o nolenti, rimarremo colpiti da questo mondo così crudele e allo stesso tempo affascinante, dotato del potere di trascinarci in un tunnel color del sangue, che purgherà la nostra anima e (a meno che non siamo psicopatici e quindi sortirà in noi l’effetto contrario) ci farà restare ancora più attaccati alle cose belle del mondo, facendo crescere in noi la voglia di proteggerle e di lottare contro il male. Perché purtroppo, anche se le vicende di Benkei sono di fantasia, la morte, la violenza, la criminalità sono realtà che esistono anche nel mondo in cui viviamo.
Parlando in termini tecnici, anche stavolta Taniguchi dà il meglio di sé nella resa grafica, raggiungendo un realismo impressionante, che ricorda spesso e volentieri le produzioni nostrane dei fumetti Bonelli più che il classico stile "da manga", e questo realismo è sicuramente uno dei tratti più incisivi del manga.
Benkei a New York è un manga molto singolare, atipico, a suo modo, nella produzione di Taniguchi, che riesce a piacere ugualmente nonostante sia talmente crudo da non fare nulla per accattivarsi il lettore, ma alla fin fine il lettore tende a preferire le opere "quotidiane" e più tranquille dell'autore, magari quelle scritte interamente da lui, e non solo disegnate come questo Benkei a New York, che rimane una lettura particolare, da consigliare agli amanti delle storie molto adulte e violente e ai fans sfegatatissimi dell'autore.
