Probabilmente il 1995 fu un anno particolarmente ispirato per l’animazione giapponese: fu in quell'anno, infatti, che fecero la loro comparsa due opere destinate a segnare in modo profondo il mondo degli anime e non solo.
Da una parte la serie televisiva Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno, dall’altra Ghost in the Shell, un lungometraggio di 82 minuti di Mamoru Oshii ispirato al manga omonimo di Masamune Shirow.
Sebbene i temi affrontati nelle due opere d’animazione siano differenti, in entrambe si assiste a un’approfondita e accurata analisi dell’aspetto riflessivo e psicologico, consegnando due capolavori che, staccandosi in buona parte dai lavori che li avevano preceduti, avrebbero poi influenzato in modo indelebile lo stile narrativo dell’animazione del Sol Levante.

Tuttavia non fu solo il mondo dell’animazione a essere toccato da questi due anime, come riconosce anche un recente articolo del giornale britannico The Guardian, che dedica spazio a un analisi dell’influenza esercitata da Ghost in the Shell sulla realtà hollywoodiana e su alcuni dei suoi illustri protagonisti.

Per capire questo profondo legame pare necessario fare una premessa sulla storia del succitato anime.
Ghost in the Shell venne concepito nel lontano 1995 come adattamento animato del manga di Shirow; a prima vista è innegabile che in esso siano presenti molte delle caratteristiche proprie dell’animazione giapponese, come le gigantesche metropoli, robot estremamente dettagliati, strutture e intrighi militari, e donne avvenenti con grandi occhi. La trama, invece, è quella di un thriller noir di ambientazione futuristica, sulla scia di Blade Runner, con protagonista Motoko Kusanagi, una detective cyborg impegnata nella ricerca di un misterioso hacker. Non manca però una forte componente riflessiva, che si estrinseca negli interrogativi che Motoko si pone sulla sua stessa identità, se cioè essa sia solo una macchina o se, invece, al suo interno alberghi un “ghost”, una coscienza.

Sorprendentemente, all’epoca il film venne cofinanziato da una società britannica, la Manga Films, appartenente alla Island Records. Andy Frain, produttore esecutivo del film, ha voluto descrivere quell’avventura nel seguente modo: “Volevo fare un mix di Oriente e Occidente. La forma narrativa occidentale combinata con la capacità artistica giapponese e una meravigliosa colonna sonora; per questa entrammo in contatto persino con i Massive Attack”. Ma i suoi suggerimenti furono in gran parte ignorati e alla fine il film, pur ottenendo un buon successo con le vendite delle VHS e dei DVD, venne accolto piuttosto tiepidamente dalla critica.

Tuttavia il lungometraggio di Oshii esercitò un notevole appeal su molti registi. In tal senso si può citare un aneddoto particolarmente noto che lega Ghost in the Shell e la trilogia di The Matrix, realizzata dai fratelli Larry e Andy Wachowski. Questi, infatti, al fine di presentare il progetto della trilogia ai produttori, fecero loro vedere il film realizzato da Oshii, concludendo la presentazione con un frase estremamente ambiziosa: “Lo vogliamo fare nella realtà!”. A trilogia conclusa si può ben dire che The Matrix non è stata esattamente una trasposizione reale di Ghost in the Shell, tuttavia appare evidente il debito che l’opera dei Wachowski vanta nei confronti di quest’ultimo. In entrambi i film si assiste a un’approfondita esplorazione del mondo virtuale, con una singolare combinazione di domande esistenziali e violenti combattimenti. Procedendo nel raffronto, è possibile notare poi come siano moltissimi i richiami al lungometraggio animato presenti in Matrix; basti pensare alla ‘pioggia’ di numeri verdi volta a dare una rappresentazione visiva del cyberspazio, o al modo in cui gli esseri umani vi si collegano mediante connettori posizionati sul collo.

In generale l’influenza del film di Oshii sul mondo hollywoodiano è innegabile. Non solo è possibile annoverare fra la nutrita schiera di fan illustri registi come James Cameron e Steven Spielberg, ma, soprattutto, il lungometraggio di Oshii viene considerato come una vera e propria pietra miliare del cinema cyberpunk, tanto che lo stesso Cameron ne ha tessuto le lodi descrivendolo come “un’opera visiva a sfondo riflessivo di incredibile qualità... la prima in grado di elevarsi sui livelli di eccellenza propri della letteratura”. Tra parentesi, il suo nuovissimo film, Avatar, è ambientato in un ipotetico futuro in cui gli esseri umani posseggono la capacità di trasferire la propria personalità nei corpi di alieni...

Anche Spielberg ha saputo cogliere l’influenza e le idee di Ghost in the Shell, non solo come spunto per la creazione del tecnologico futuro di Minority Report, ma, in particolar modo, per la creazione della trama di A.I.: Intelligenza Artificiale, in cui è possibile notare il tentativo di analizzare le complesse implicazioni filosofiche del rapporto uomo-macchina. L’ammirazione di Spielberg per l’opera ha peraltro condotto lo Studio Dreamworks, fondato proprio dal regista americano, all’acquisizione dei diritti per la realizzazione di un remake di Ghost in the Shell, e in cantiere vi sarebbe un progetto per la realizzazione di un live action girato nella potenza del 3D.

Spostando l’attenzione verso opere più recenti, si può pensare alla serie televisiva Dollhouse di Joss Whedon, in cui alcuni agenti segreti vengono sottoposti a un particolare trattamento volto a rimuovere loro la memoria e la personalità, impiantandone delle nuove di natura temporanea. Allo stesso modo si potrebbe citare anche il film sci-fi Surrogates, uscito a settembre, che ci presenta un futuro in cui le persone evitano il contatto fisico, utilizzando delle immagini virtuali per muoversi nel mondo reale; in questo è peraltro evidente la chiara influenza del libro di Isaac Asimov Il Sole nudo.

Se tante sono le analogie, allo stesso tempo va sottolineato come Ghost in the Shell sia riuscito ad andare ben oltre i suoi omologhi hollywoodiani e così, a differenza dei replicanti di Blade Runner, dei techno-schiavi di Matrix o dei robot in AI, Motoko non cerca di riconquistare la sua umanità “perduta”: si assiste, invece, a un crescendo di riflessioni che investono il singolo e la collettività, riflessioni che culminano in uno splendido finale.

Probabilmente nel 1995 Oshii, un allegro signore con una smisurata passione per i bassotti, non avrebbe mai potuto immaginare quanta importanza avrebbe avuto il suo lavoro e anzi, al momento della presentazione di Ghost in the Shell 2.0, un rifacimento del film originale uscito quindici anni fa, si è distinto per la sua incredibile modestia in relazione al suo essere uno dei pionieri del cyberpunk. In quella sede Oshii ha voluto peraltro precisare sia il fatto che “l’idea di realizzare un remake non è nata a causa di una presunta insoddisfazione verso l’originale, ma per dimostrare i progressi fatti da allora”, sia la sua scarsa propensione a parlare delle analogie tra il suo film e Matrix: “È una domanda che mi è stata fatta centinaia di volte. In tutta onestà sta quasi diventando noioso e sono sicuro che vale lo stesso per i fratelli Wachowski. Matrix è un film divertente, ma preferisco la loro opera prima, Bound”.

In conclusione, volendo si potrebbe proseguire a lungo il discorso, ma quel che appare evidente è che, volenti o nolenti, Ghost in the Shell ha lasciato un’impronta profonda quanto indelebile nel mondo immaginario del cyberpunk: un metro di paragone per quel che verrà nel futuro e, allo stesso tempo, una fonte inesauribile d’ispirazione che a tutt’oggi preserva il suo incredibile fascino.