Lo scopo del gioco è chiaro: fermare l’avanzata lenta, ma inesorabile, delle armate aliene che planano dal cielo. I mezzi sono quelli che sono: un’astronave eroica formata da una manciata di pixel. Il fine ultimo è semplice: dimostrare a tutti di essere l’unico in grado di salvare il mondo, e per farlo servono punti e tante monetine.
A vederlo oggi pare qualcosa di incredibilmente vecchio, antico, lontano anni luce dalle armonie tridimensionali e dagli effetti ad alta definizione a cui siamo abituati. Eppure ha solo 31 anni. Il soggetto è uno solo: Space Invaders, primo videogioco coin-up a comparire nelle sale e a fare strage di cuori. Nessuno prima di lui c’era riuscito e possiamo tranquillamente dire che questo semplice, ma allo stesso tempo rivoluzionario prodotto informatico, ha spalancato i cancelli della grande distribuzione e del consumo di massa ad un prodotto fino ad allora (siamo alla fine degli anni 70) considerato elitario: i videogiochi.

Sono passati solo vent’anni da quando William Higinbotham brevettò il suo Tennis for Two, un simulatore di palla e racchetta, come suggerisce il nome, visualizzato sullo schermo di un oscilloscopio. In questo arco di tempo, davvero molto breve se si pensa a come la tecnologia era progredita nella storia fino ad allora, fior di teste d’uovo hanno ideato, inventato e costruito macchine in grado non solo di elaborare dati e calcoli, ma di simulare realtà alternative per il solo gusto di intrattenere e divertire il pubblico.


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Già nei primi anni 70 si era già tentato di diffondere il videogioco alle masse. Pong ne è stato sicuramente un grande precursore, ma fu Taito, con il suo Space Invaders a sbancare i botteghini e lasciare l’allora governo giapponese letteralmente senza spiccioli. Mai più nella storia dei videogiochi si ripresenterà un tale successo e un così radicale fenomeno di costume, che nel paese degli austeri samurai fece impazzire tutti, al punto che le tanto agogniate monetine, indispensabili per avviare l’arcade nelle sale giochi iniziarono pericolosamente a sparire dalla circolazione, fagocitate dalle fauci meccaniche delle macchinette coin-up, saziate da dita ingorde di un’altra partita. Il governo non rimase certo a guardare e varò una storica manovra economica: triplicare la produzione della moneta necessaria al funzionamento della vorace macchina ludica.

Si stima che il fatturato di Taito in quegli anni, relativo al solo Space Invaders, sia stata una cifra approssimativa di 500 milioni di dollari (più del PIL di una nazione africana per intenderci), un vero e proprio successo commerciale che spinse le allora riluttanti case produttrici di software a intraprendere la via del videogame. Sono appunto passati trent’anni da quel 1979, eppure la magia di quelle prime emozioni videoludiche ancora permea le sale giochi in qualche modo ed il governo nipponico, che ha imparato la lezione, non ha mai più lasciato i suoi cittadini senza spiccioli!