A qualche settimana dalla
condanna di
Christopher Handley, trentottenne americano dello Iowa che, nel 2006, venne arrestato per possesso di fumetti giudicati “materiale osceno”, il suo avvocato,
Eric Chase, ci ha spedito un documento in cui ricostruisce la vicenda del suo cliente e, soprattutto, illustra la delicata questione della pedopornografia virtuale.
Di seguito la traduzione del documento.
L’11 febbraio 2010, Christopher Handley è stato condannato nello Iowa per il possesso di libri e riviste manga. Il procedimento, che ha avuto inizio nel 2006, si basava sul concetto che le immagini virtuali sequestrate dovessero essere considerate materiale osceno. Il mio nome è Eric Chase, e sono l’avvocato di Chris Handley. Ho letto alcuni dei commenti sul caso di Chris e ho notato una certa confusione in merito al processo che Chris ha dovuto affrontare, accompagnata anche da una non perfetta conoscenza della legislazione vigente negli Stati Uniti. Nella speranza che questo documento possa aiutare altri a evitare una situazione analoga a quella affrontata da Chris e per comprendere quanto è successo, mi sembra opportuno spiegare il caso dal nostro punto di vista.
Fra le varie osservazioni che ho avuto modo di sentire, forse la più interessante dal mio punto di vista, è stata formulata poco dopo l’ammissione di colpa resa da Chris, nello specifico mi riferisco alla critica fatta nei confronti di una mia dichiarazione resa al Wired Magazine. Nel corso di quell’intervista ho detto: "
La legge sull’oscenità è l’unica che temo, se un mio cliente mi mostrasse un libro, una rivista o un film, chiedendomi se possano essere considerati legali, io non saprei veramente cosa rispondere". La critica è stata: "
Gli avvocati che si specializzano in casi di oscenità seguono attentamente i verdetti della giurie e possono affermare con un certezza pari al 100% cosa sia o non sia osceno per una giura popolare…”
In primo luogo, l'idea che un avvocato possa prevedere con assoluta certezza il verdetto di una giura è semplicemente stupida. I giurati sono persone e, proprio per questo motivo, qualsiasi avvocato sarà d’accordo con me nel dire che sono assolutamente imprevedibili. In secondo luogo, guardate al caso di Max Hardcore. Lui era rappresentato da Louis Sirkin, ampiamente riconosciuto come uno dei migliori avvocati in materia presenti nel Paese, l'avvocato che ha vinto la causa Free Speech Coalition v. Ashcroft di fronte alla Corte Suprema. Max Hardcore è stato un prolifico produttore di materiale pornografico ‘d’avanguardia’, che molti, però, reputavano disgustoso, tuttavia si trattava pur sempre di prodotti acquistati esclusivamente da adulti consenzienti. Ebbene, nonostante gli eccezionali argomenti addotti da Mr. Sirkin sul valore artistico delle opere, sulla libertà di parola e sugli standard comuni, Max Hardcore è stato condannato da una giuria a 46 mesi da scontare in una prigione federale (a seguito dell’appello, il verdetto è stato confermato, ma il caso è stato rimesso al giudice di merito per un’altra sentenza). In effetti, quel verdetto, ridicolo come l’accusa formulata nei confronti di Chris Handley, è stato particolarmente sconfortante, tanto da indurci a valutare le offerte di patteggiamento formulate.
Per comprendere la situazione di Chris bisogna capire il caso Ashcroft, che è stato universalmente e tragicamente, almeno per Chris, frainteso. La sentenza in questione ha stabilito che le immagini di pedopornografia virtuale non possono essere perseguite come normale pornografia infantile. Tuttavia, essa non ha affermato che la pornografia virtuale debba considerarsi legale; piuttosto ha espressamente dichiarato che tali raffigurazioni potrebbero essere perseguite come oscenità in base al test di Miller. In breve, secondo questo test una rappresentazione si deve considerare oscena se 1) sia di natura sessuale, 2) sia palesemente offensiva e 3) sia priva di valore letterario, artistico, politico o scientifico. I primi due parametri si rifanno agli standard comunitari, il terzo, invece, ha natura oggettiva.
Chris, come quasi tutti quelli che hanno sentito parlare del caso Ashcroft come una sentenza che legalizzava la pedopornografia virtuale, credeva che le riviste in suo possesso fossero pienamente legali. Altrettanto importante è che Chris non era un collezionista di soli lolicon, ma amava collezionare manga di ogni genere. Delle migliaia di libri e riviste trovate dai federali a casa sua, solo una ventina presentavano dei contenuti discutibili e, in ultima analisi, solo in sette di questi sono state rinvenute immagini raffiguranti atti di violenza sessuale su bambini.
Ciò che Chris non sapeva è che, in risposta alla sentenza della Corte Suprema sul caso Ashcroft, il Congresso approvò lo statuto 18 USC 1466A, con cui sono state definite come oscenità una lunga lista di rappresentazioni virtuali, tra cui i fumetti che ritraggono bambini impegnati in atti sessuali. La grande differenza tra il 1466A e lo statuto generale contro le oscenità è che il primo innalza ad un minimo di 5 anni di reclusione la pena prevista per l’accusa di "receipt" (ricezione di materiale osceno) (e nelle Federal Sentencing Guidelines è peraltro relazionato alla vera pedoponografia, creando una sovrapposizione nel trattamento penale delle immagini reali e di quelle virtuali). Ora, il "recepit" è un’accusa particolare, potenzialmente applicabile a tutti i casi di possesso, è semplicemente impossibile possedere qualcosa senza prima riceverlo. Eppure, se per l’accusa di recepit la pena minima è di 5 anni, per il possesso, invece, non esiste questa imposizione. Alla luce di ciò, se il caso fosse andato a processo ovviamente la situazione sarebbe stata molto complessa e Chirs avrebbe rischiato grosso. La verità è che, creando per lo stesso comportamento due reati con pene molto diverse, il Congresso ha dato all'accusa uno strumento prezioso (molto simile all’estorsione) per ottenere un patteggiamento.
Per Chris c’erano solo due difficili opzioni. Difendere le immagini in suo possesso, tenendo bene a mente che, se proiettate su uno schermo 8x8 di in un'aula di tribunale, avrebbero suscitato una reazione sdegnata in una giuria dell’Iowa, ma probabilmente in ogni giuria (faccio notare che il divieto di immagini virtuali raffigurati minori in atti sessuali appare ampiamente sostenuto anche da molti blogger liberali). La seconda scelta era di liberarsi dell’accusa di receipt e dalla sua pena minima obbligatoria, focalizzandosi, invece, sulla situazione personale di Chris, che di certo non meritava il carcere. La sentenza finale è stata di 6 mesi con la raccomandazione che la pena venga scontata in un centro di riabilitazione. A differenza di Max Hardcore, che ha optato per il processo (l’accusa formulata nei suoi confronti è altrettanto, se non più, offensiva nei confronti della libertà di parola), Chris non vedrà mai l’entrata di un carcere.
So che il Comic Book Legal Defense Fund e altre persone preoccupate in particolare per la difesa dei fumetti, e, più in generale, per la libertà di espressione, non hanno gradito il fatto che il caso non sia andato in giudizio. Hanno le loro ragioni. Il test di Miller è vago, indecifrabile, e chiaramente si ripercuote sulla libertà di parola. L’aspetto più spaventoso è che il suo rimando agli standard comunitari sostanzialmente si riflette nella supremazia della “morale della maggioranza” e nella sua imposizione a tutti i membri della comunità. Lo strumento esorbitante dato ai pubblici ministeri attraverso l’accusa di receipt, con la sua pena minima obbligatoria, è un incentivo per gli imputati a non sfidare il valore degli standard comunitari o a porre seri quesiti "sul valore artistico" di alcune opere.
In difesa di Chris Handley e delle sue scelte, credo che si possa solo formulare una semplice domanda: cosa avreste fatto al suo posto?
Tuttavia per il CBLDF e gli altri difensori della libertà di espressione, di cui abbiamo bisogno oggi più che mai, c'è qualche speranza all'orizzonte. Louis Sirkin e Max Hardcore attualmente stanno conducendo un’importante battaglia in sede d’appello contro gli standard richiesti dal test di Miller. L'argomento utilizzato, su cui già alcuni tribunali hanno espresso parere favorevole, è che, in un mondo interconnesso tramite internet, non è possibile consentire alle “comunità” con usi più rigidi e severi di dettare e imporre i propri parametri a tutti gli altri. Sul punto esiste una divergenza nella giurisprudenza delle diverse Corti d’appello federali, e il caso di Max è una buona piattaforma per consentire alla Corte Suprema di dirimere questa controversia, poiché, mancando il coinvolgimento di ‘bambini’, ci sarà più serenità nell’affrontare nel merito la questione.
Tuttavia, anche in caso di vittoria, le ripercussioni pratiche sui futuri processi saranno minime. Una giuria potrà anche essere istruita per applicare gli standard nazionali al posto di quelli locali, ma, alla fine, come sempre è stato e sempre sarà, ogni giurato non farà che applicare quegli standard che lui ritiene essere comuni. Insomma, è palese che esiste un problema ancor più profondo alla base del test di Miller.
Questo problema, che la Corte Suprema ha tentato di superare appoggiandosi proprio al test di Miller, è la vaghezza. La nullità di una norma per eccessiva genericità è una dottrina costituzionale che impone alla leggi penali un’accurata descrizione della fattispecie criminosa (N.D.R. in Italia tale regola si desume dal principio di legalità) in modo che le persone possano determinare in anticipo se un’azione costituisca o meno reato. Da quanto ho letto, a seguito della sentenza di Chris, è stato messo in discussione un po’ tutto, da Nabokov e "American Beauty", agli yaoi giapponesi, con i loro protagonisti androgini, glabri e dall’aspetto infantile, pur non essendo bambini. Ad oggi non potrei affermare con certezza se la vendita di yaoi possa essere considerata legale nello Iowa o in uno degli stati del sud.
Da alcuni commenti che ho letto so per certo che alcune persone, dopo aver sentito parlare di Chris, hanno deciso di distruggere libri che certamente non potevano considerarsi illegali; insomma, questa è la ripercussione che l’eccessiva genericità del test di Miller sta avendo sulla libertà di parola. La questione fondamentale, pertanto, non è chiedersi quale comunità debba essere utilizzata come termine di paragone, ma se possiamo limitare un diritto fondamentale come la libertà di espressione basandoci su degli standard incerti e destinati a variare di volta in volta.
Per ora è in corso una battaglia per affermare quantomeno uno standard uniforme in tutta la nazione, perciò non resta che appoggiare il signor Hardcore e Louis Sirkin nella loro lotta per tutelare una delle più preziose libertà fondamentali, e, già che ci siamo, diamo il nostro appoggio anche a Christopher Handley.
Eric A. Chase, Esq..
United Defense Group, LLP
Eric.Chase @ UnitedDefenseGroup.com
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