Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Appuntamento quello odierno che viene improntato a storie di fantascienza. Si inizia con il film "cult", celebre rappresentante del sottogenere cyberpunk, Ghost in the Shell; si continua con il manga La Regina dei mille anni del mastro Leiji Matsumoto; concludiamo con il famoso lavoro dello studio Bones, Eureka 7


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Non si scappa da questo film se si amano gli anime. Ghost in the Shell è così importante infatti che non si può dire di avere visto i cartoni animati giapponesi prima di avere visionato questo film.
Se Mamoru Oshii aveva mostrato i muscoli con Patlabor 2, è con questo film che diventa regista di culto in tutto il mondo, secondo solo a Hayao Miyazaki. La storia, tratta da un manga di Masamune Shirow, narra delle vicende della Sezione 9, una squadra investigativa che si occupa di crimini cibernetici. La trama s'incentra sulle vicende del Maggiore Motoko Kusanagi, che dovrà indagare sul caso de "Il Signore dei Pupazzi", un hacker che s'intrufola nelle menti dei cervelli cibernetici prendendone il controllo.

Partiamo dal significato della trama: che vuol dire essere umano? Che vuol dire avere un'anima? Questo è quello che si chiede il maggiore Kusanagi, un cyborg in tutto e per tutto, ma con un cervello cibernetico così avanzato da arrivare a chiedersi e a tormentarsi per tutto il film su quale sia il vero confine tra lei e un essere umano. L'anima forse? Ma se lei ha coscienza e memoria di se stessa, chi può dire che anche dentro di lei non ci sia un'anima? O che dentro un essere umano essa esista per davvero? Questa è la filosofia che permea tutto il film, l'angoscia che assilla la protagonista.

Le animazioni: per quanto tutto sia fatto quasi a mano, ancora oggi, a distanza di sedici anni, tutto appare perfetto. Le animazioni non sembrano fluide, sembrano quasi quasi in motion capture e il livello del dettaglio degli sfondi è maniacale. Ottima cosa d'altronde, visto che i film di Oshii sono comunque di ostica fruizione e lunghe scene prive di dialoghi non mancano. Con immenso guadagno tuttavia dell'atmosfera generale.
Il character design: qua si prende una strada totalmente diversa rispetto al manga di Shirow. Se la Motoko Kusanagi del manga è morbida e sensuale, quella dell'anime ha due occhi gelidi, un viso androgino e, anche quando appare nuda, non traspare la minima sensualità. E' la scelta migliore per un personaggio in preda ad una forte crisi d'identità, dilaniata tra l'essere macchina o donna.

Metto 10, ma è sempre troppo poco per questo film. Da vedere assolutamente, non solo se siete otaku, ma se siete cinefili.



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Ho preso questo volume perché trovo Matsumoto sempre e comunque affascinante, come del resto lo sono tutte le cose uniche, e attirato dalle belle copertine e dalle belle pagine interne a colori del primo e secondo volume. L'autore è certamente unico per quanto riguarda il disegno e l'ambientazione. Forse lo è al punto da trascurare gli aspetti più tecnici della narrazione, che è un difetto riscontrabile in tantissimi (davvero troppi) suoi lavori: troppi cambi di scena repentini che rompono il ritmo già lento per via dei dialoghi molto fitti e leggermente legnosi rendono l'opera faticosa da leggere; la trama è fondamentalmente illogica; per finire, i personaggi sono davvero tanti ed alcuni non hanno alcuna ragione di essere: la loro entrata in scena appare artificiale, estemporanea, utile semplicemente a risolvere la situazione, in pratica un reiterato deus ex machina.

Lo schema fondamentale dell'opera è sostanzialmente un andare in un posto, parlare, spostarsi in un altro posto, parlare, spostarsi in un altro posto ancora, parlare, ecc. Sullo schema si innestano svariati avvenimenti e avventure, ma i motivi per cui i personaggi fanno quello che fanno non sono mai facilmente intuibili e vengono sempre spiegati dopo. Disgraziatamente, succede che le spiegazioni non risultino coerenti o non giustifichino affatto le mosse dei personaggi.

Detto questo, il fumetto ha dei pregi. Intanto, poggia alcune delle basi più importanti del Leijiverse. Appaiono in luce tutti i personaggi che personalmente ho amato da piccolo, ovvero Harlock, Meeme ed Emeraldas soprattutto, anche se hanno dei nomi diversi e la loro personalità non è ancora definita propriamente. Altrettanto si può dire delle tematiche che li contraddistinguono. Questa riedizione della D/Visual elimina le ripetizioni dovute alla pubblicazione a episodi su rivista e rende il tutto più leggibile. Il primo volume rimane il più ostico perché meno lineare degli altri. Il secondo è a mio parere il migliore. I disegni, lo ribadisco, rimangono sempre molto belli, contribuendo a quell'atmosfera sognante e poetica che è comunque il marchio di fabbrica di Leiji Matsumoto.

Ricapitolando, non posso dire che La Regina dei 1000 anni mi sia davvero piaciuto, ma ha indubbi pregi artistici per l'amante del fumetto, che io decido consciamente di far prevalere sull'amante di opere letterarie ben costruite, per via del rispetto che comunque Matsumoto si merita. L'opera è datata stilisticamente quanto lo possono, ad esempio, essere certe opere di Dickens. La fantascienza raccontata è figlia diretta di quella degli anni '30 del secolo scorso, influenzata da Jules Verne ma ad esso inferiore per qualità e, in ogni caso, non più attuale.
La Regina dei Mille Anni, per quanto compaia nuda o in costume da bagno in una manciata di scene, è adatta ad un pubblico pre-adolescenziale, di teen-ager o di adulti caratterizzati in ogni caso da scarsa cultura letteraria. Chi invece è in cerca di un tuffo nei mitici anni '70, di un fumetto d'epoca comunque di importanza storica, deve essere cosciente che si tratta di una lettura impegnativa che richiede una certa indulgenza.



9.0/10
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Davvero memorabile. Come già altri hanno osservato, il risultato finale, preso nel suo insieme, fa del tutto dimenticare le iniziali perplessità. Alcuni aspetti ammiccano un po' troppo al pubblico adolescenziale di riferimento (surf con i robottoni, stile "yo, brotha muthafucka", insistenza sul tema della crescita ecc.), ma basta grattare la vernice per veder emergere un capolavoro di fantascienza "escatologica" come solo i giapponesi riescono ancora a farla. La storia è credibile, nel senso di coerente, ben sviluppata, ben orchestrata, senza improvvisi e insensati stravolgimenti e senza fili lasciati in sospeso.

Il comparto grafico e le musiche sono eccellenti, salvo alcune delle sigle, che sono tra le più brutte e irritanti di sempre, ma vedi il discorso di cui sopra. I personaggi riescono a bucare lo schermo e a trascendere lo stereotipo, secondo me sono l'unica forma di originalità che l'affollatissimo mondo dell'animazione giapponese può ancora permettersi. Intendiamoci, il protagonista è e resta un marmocchio a volte insopportabile, ma Holland e l'adorabile Eureka vivono di vita propria! C'è perfino una specie di sosia di Che Guevara.

La serie decolla molto lentamente, ma a partire da un certo punto non ce n'è più per nessuno. Anche un veterano resta con il fiato sospeso. E poi, maledizione, a costo di ripetermi, Eureka è una meraviglia, soprattutto verso la fine.
Al di là dei molti riferimenti già citati qualcuno ha notato la parentela con "Terra e..."?
E' una delle serie migliori che abbia visto ultimamente, e una delle poche che resterà.