Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per questo appuntamento la scelta è caduta su opere in varia misura immersi in tinte e atmosfere Horror.
Dopo diverso tempo ritornano dei manga: Devilman di Go Nagai e World Apartment Horror, progetto di Satoshi Kon in collaborazione con Katsuhiro Otomo e Keiko Nobumoto.
Fra i due manga trova spazio l'anime di Highschool of the Dead.

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8.0/10
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Sesso e violenza, è risaputo, vendono sempre, ma quando a queste premesse si unisce l'astro di un grande artista, il rischio di un prodotto banalmente seriale si trasforma nella nascita di un capolavoro. Il merito di tanti successi internazionali spetta di diritto a Go Nagai, il cui contributo al mondo dei manga e degli anime è stato eclatante. Devilman è forse il miglior manga del famosissimo autore, e segna il momento più alto della sua evoluzione artistica grazie alla sua personalissima interpretazione del genere horror, a lui congeniale almeno quanto quello robotico.

Una dimensione inquietante, popolata da demoni e creature infernali; un mondo raccapricciante e perverso, dal quale il lettore stenta a liberarsi; un vorticoso susseguirsi di misteri, superstizioni e scelte disperate che individuano nel male l'unica possibile salvezza dell'uomo, vittima di un destino crudele ma non necessariamente prestabilito. Il male è visto, quindi, come unica arma nelle mani dei protagonisti che disperatamente lottano contro il male stesso, abbandonando così la loro componente umana. La rabbia pervade ogni cosa e caratterizza le azioni degli antieroi che popolano Devilman. Uomini o demoni che siano, tutti sono impulsivi e ogni loro scelta è dettata da un'ingenuità giovanile che li spinge ad effettuare drastici tagli con il passato per opporsi ad una società corrotta alla quale non sentono di appartenere.

Akira Fudo e Ryo Asuka, personaggi principali della narrazione, incarnano alla perfezione le insofferenze e le mode degli anni settanta - il manga risale al '72 - ma Devilman è tutt'altro che datato, specialmente nelle tematiche e nel taglio narrativo. L'horror di Go Nagai è marcatamente splatter. Le scene di sangue sono molte, ma mai gratuite. Inoltre Nagai fa un uso sfacciato del suo carismatico "cattivo gusto" per scioccare il lettore, ma è proprio questo che coinvolge il pubblico e lo entusiasma. Naturalmente quando si sceglie la strada della provocazione, ad un facile ed immediato successo iniziale può corrispondere il rischio di incorrere nei tabù di una società moralista. È accaduto anche per Devilman, nonostante la versione animata sia tutto sommato innocente.

Il manga e il cartone animato hanno ben poco in comune, se escludiamo, ovviamente, i personaggi e il contesto narrativo. Se da un lato, infatti, Nagai iniziò la serializzazione del manga su Shonen Magazine, prendendo ampi spunti da un suo precedente lavoro, Mao Dante, dall'altro ideò un cartone estremamente addolcito. Così i 39 episodi della serie animata travisano in parte l'opera raccontando in maniera romanzata la redenzione dell'uomo diavolo che, impossessatosi del corpo di un ragazzo per seminare morte sul nostro pianeta, tradisce la sua ragazza a causa dell'amore per Miki, una giovane terrestre.

Se i primi anni settanta non erano evidentemente pronti per accettare la crudezza della sceneggiatura originale di Devilman, gli anni Ottanta hanno finalmente reso giustizia al manga di Go Nagai, che ha ottenuto la definitiva consacrazione negli anni novanta.



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"Highschool of the dead" è un anime che, a quanto ho avuto modo di constatare, ha fatto e farà molto parlare di sé. Ancora una volta i commenti tendono a dividersi in due fasce ben definite: c'è chi grida al capolavoro e chi invece lo critica senza mezze misure.
Ispirato con tutta evidenza a "La notte dei morti viventi" di Romero (da cui hanno preso spunto, oltre che decine e decine di altre produzioni cinematografiche successive, anche diverse testate fumettistiche tra cui spicca l'italianissimo Dylan Dog) e ne ricalca in sostanza il tema di base spostando in Giappone il fulcro dell'azione.
Una tranquilla giornata di una scuola giapponese viene sconvolta dall'arrivo di uno "zombie" che, morso dopo morso, infetterà l'intero istituto trasformandolo in un cimitero i cui cadaveri se ne vanno in giro in cerca di cibo. La prima parte, dunque, racconta gli sforzi di un gruppo di studenti sopravvissuti per "evadere" da quella che rischiava di diventare la loro tomba. Una volta fuori si renderanno conto che non si trattava di un fenomeno isolato, ma di una "pandemia" che coinvolge l'intero pianeta. Anche qui l'ispirazione al film di Romero è evidente.
Descritta per sommi capi la trama che, nonostante la sua scontata non originalità, sembra non aver perso il suo fascino - almeno per gli amanti dell'horror -, cerchiamo di andare più a fondo e soffermiamoci sui motivi del contendere. I punti sono sostanzialmente due.

1. L'assenza di una trama ben definita. Premetto che mi aspetto un seguito in quanto il dodicesimo episodio non sembra essere l'episodio conclusivo, ma solo uno dei tanti. A parte questo, la critica, almeno in prima battuta, non sembra essere campata in aria: effettivamente non si può negare che "Highschool of the dead" sia interamente dominata da una lunga serie di scontri fra chi cerca di sopravvivere e i non morti. Nessuna spiegazione viene data sui motivi dello scoppio di questa pandemia e nessuna possibilità di salvezza viene prospettata; le azioni dei protagonisti non hanno, a loro volta, un fine ultimo ma, mai come in questo caso, si limitano a tirare a campare.
In molti ritengono tutto ciò abbastanza irrealistico. Ma è davvero così? A mio parere no. Non credo che in una realtà del genere si possa pensare di conoscere la verità dei fatti, o perché effettivamente non la si conosce o perché la si vuol tenere nascosta; l'unica cosa che, istintivamente, si tende a fare è cercare di sopravvivere alla ricerca di un posto sicuro, sempre che ne esista uno. Per farsi domande e cercare delle risposte si avrà tempo solo risolto il problema più urgente ossia quello della sopravvivenza alla morte e alla follia. Quindi non mi sento di condividere la critica d'inconsistenza, anzi giudico la scelta abbastanza realistica.
Sul fatto che i protagonisti sembrino degli esperti killer piuttosto che degli studenti, beh ciò, a mio avviso, deve necessariamente rientrare nelle caratteristiche di un sopravvissuto.

2. La componente ecchi. Devo dire di esserne rimasto meno infastidito del solito, anche se indubbiamente c'è, e spesso è immotivata. Sorvolando sulle solite scene di "mutande al vento" su cui anch'io stendo un velo pietoso, non ho invece nulla da ridire sul comportamento malizioso delle donne del gruppo. A mio avviso può essere spiegato dall'istinto di riproduzione e di conservazione della specie umana che diventa sempre più forte quanto più la propria morte sembra inevitabile. Non è un concetto nuovo per l'animazione giapponese: per fare un esempio in City Hunter (nel manga) Ryo Saeba parla diffusamente di quest'aspetto descrivendolo come molto diffuso presso i guerriglieri che rischiano la loro vita in ogni momento.

In definitiva, devo dire che la mia posizione si avvicina maggiormente a quelli di coloro cui Highschool of the dead è piaciuto: pur non considerandolo un capolavoro del genere devo dire di averlo apprezzato molto, specie nelle sue presunte carenze, frutto di ricerca di realismo nell'assurdo più che di una mancanza d'inventiva. Ogni cosa ha sempre una sua spiegazione, ma la possibilità di conoscere tale spiegazione è una cosa molto diversa.



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World Apartment Horror riunisce, in un unico "maggggico" volume, due degli autori più quotati degli anni '90 e 2000, ovvero Katsuhiro Otomo, mangaka e regista di una delle opere più famose del panorama dell'animazione, ovvero Akira, e Satoshi Kon, compianto mangaka ma soprattutto regista di diversi film molto ben accolti tra i quali Perfect Blue, Tokyo Godftahers e Paprika, oltre che autore della serie Paranoia Agent.

Quattro storie brevi, incentrate perlopiù sullo spiritualismo delle anime morte e sulla loro convivenza nella vita di tutti i giorni di persone ordinarie: nella prima un uomo deve sfrattare da un palazzo una congrega di immigrati e stranieri che non ha alcuna intenzione di abbandonare il loro luogo di vita. Dopo averci provato svariate volte, l'uomo scopre che il palazzo è infestato da un'anima tormentata per via di una tragica fine avvenuta diversi anni prima.
La seconda storia riguarda una famigliola agiata e moderna che, trasferitasi da pochissimo in una nuova casa, improvvisamente verrà visitata da diversi fantasmi che via via si faranno sempre più numerosi, attratti da qualcosa che li rinchiude all'interno delle quattro mura.
La terza storia è di tipo storico: uno spirito maligno, delineato prima come un essere sconosciuto e poi identificato come una enorme e ferocissima tigre, semina la morte tra le fila di un esercito di samurai, alla ricerca di un guerriero che sta scappando dal proprio cognato per evitare di essere ucciso.
L'ultima storia invece è molto più calma e soft, in cui un uomo, travestito da Babbo Natale, aggirandosi per la città nel periodo natalizio, dovrà, suo malgrado, badare ad una piccola bambina alla ricerca di un padre che non si conosce e che vorrebbe avere come regalo per l'anno.

Quattro storie brevi, tutte più o meno sullo stesso tema, quello degli spiriti che infestano, in maniera buona o cattiva, luoghi, posti e persone con cui in qualche modo coabitano oppure ne sono influenzati. Di certo il catalizzatore principale del volume è, oltre al tema centrale, la nomea degli autori, in primis quello del maestro Satoshi Kon, autore dei disegni di tutte le storie, capace di dare un'espressività molto particolare e accentuata ai personaggi delle varie storie. Tuttavia la forte espressività non basta a dare peso a storie che, pur essendo originali, non sono sempre all'altezza delle aspettative: sono ben fatte quelle sulla famiglia e la prima sullo sfratto, mentre quella di Babbo Natale è sempliciotta e banale, e la storia sul periodo degli shogun non è particolarmente intrigante. Tuttavia è un volume che si fa leggere tranquillamente, anche per quello che costa varrebbe la pena di averlo sullo scaffale assieme agli altri volumi unici dello stesso autore (La stirpe della sirena di Kon e ZED o Memories di Otomo).