Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

La rubrica è oggi focalizzata sul genere Action con qualche tinta di fantascienza. Si parte dal recente anime Hidan no Aria per andare al meno recente Infinite Ryvius e per concludere con il manga Battle Angel Alita.

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6.0/10
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Ancora una volta ci troviamo di fronte al solito prodotto mediocre con un'ambientazione di base sufficientemente valida come punto di partenza, ma sprecata, sia per mancanza di idee sia per semplificazione di rapporti umani e accavallamento di trovate improbabili. Lasciando stare i character dal tratto anonimo, visti, rivisti e stravisti, specie le protagonista che sono puro fanservice e mi stavano spingendo ad abbandonare la visione subito, la serie, pur cavandosela meglio di altri titoli, non cerca di amalgamare perfettamente i momenti seri e quelli comici, peggiorando la situazione con le classiche gag grottesche e maliziose da cui molti di noi sono oramai annoiati. A questo proposito, la classica bufera emotiva in preda alla vergogna in questo caso è improponibile. Che risata dovrebbe procurare lo sparare a qualcuno (anche mancandolo volutamente) considerando il soggetto in movimento, la pericolosità dell'oggetto in uso e la sua comunque famosa imprevedibilità di rimbalzo. Mi ha ricordato un po "Zero no tsukaima" con la sua orribile scenetta del frustino, presto sostituito dalla bacchetta esplosiva.

Altri punti deboli dell'opera sono la coesistenza di scienza-vita reale con poteri psichici/spirituali da mondo fantasy + le discendenze forzate. Se già è un'idiozia mischiare personaggi storici con quelli dei romanzi, pretendere che più di un paio di discendenti, indipendentemente dalla differenza temporale dell'illustre antenato e dell'annacquamento/dispersione genetica, si ritrovino in Giappone e siano speciali a loro volta nella stessa epoca è ancora più sciocco, senza contare i ruoli e soprattutto l'aspetto che sono stati loro affibiati (lupo mannaro, pulzella in armatura ecc). Ma la cosa più irritante di ciò è senza dubbio la citazione a Monkey Punch. Riko nel bene o nel male è forse il personaggio che se la cava meglio nel suscitare curiosità nello spettatore, ma era meglio limitarsi a citare la sua discendenza con il ladro gentiluomo inventato, visto che il suo strano passato, legato a uno dei personaggi animati più amati della nostra infanzia, fa storcere e non poco il naso. Oltretutto le calunnie di Vlad su di lei dopo tutto ciò che la ragazza aveva mostrato appaiono ingiuste. In ogni caso la scintilla che anima questa pazza è davvero scontata, e lo scontro tra il suo antenato e quello della loli protagonista è stato già affrontato un bel po di volte.

Se poi a sorreggere la trama ci mettiamo un protagonista maschile poco vitale non si va molto lontano. In un certo senso Kinji è sul modello di Kyon in "Harui", calmo, riflessivo, normale, ma in questo contesto funziona meno. In teoria il giovane Butei, nonostante sia sufficientemente in gamba, avrebbe un'abilità latente che si attiva durante lo stress e l'eccitazione, insomma adrenalina, alla Hulk. Avrebbe pure senso come autodifesa... eppure lo inseguono, gli sparano, lo caricano all'arma bianca, lo affogano e lo fanno precipitare, ma non perde il controllo. Potrebbe pure trovarsi legato a una bomba atomica che non cambierebbe nulla, mentre invece gli basta intravedere il colore della bretella di un reggipetto che subito gli si smuove parecchio la circolazione e deve distrarsi per non entrare in modalità isterica, o se preferite da Galletto strafico che fa cose impossibili. Ma è normale? Di buono c'è che non essendo facile creare momenti di risveglio senza scadere nell'ecchi continuo, i creatori pur non facendosi mancare niente hanno preferito contenersi su questo aspetto e, il fatto che Kinji rimanga se stesso per la maggior parte del tempo, lo considero positivo, un po' meno che sia uno stoccafisso nei momenti di panico.

Insomma la serie non è del tutto sbagliata, contiene dei momenti più intensi discretamente riusciti anche se talvolta andrebbero maggiormente calcati, ma questo non basta a fare funzionare il prodotto. La trama, con la ricerca dei colpevoli che hanno incastrato la madre di Aria, il fratello di Kinji e la lotta contro questa fantomatica organizzazione sa tanto di "detective Conan", ma non funziona perché presa troppo di petto e con un eccessivamente ristretto gruppo di personaggi principali (di cui pochi valorizzati a sufficienza e nessuno convincente). Se gli autori avessero coinvolto maggiormente la classe di Kinji o l'intera scuola Butei come con l'aereo dirottato o con l'autobus, e caratterizzato più personaggi importanti, il coinvolgimento e le potenzialità di sviluppo sarebbero stati maggiori. Purtroppo "Hidan no Aria" non sembra volere andare lontano, si prefigge solo di essere una serie d'azione e in questo riesce a trasmettere effettivamente una certa vitalità da film americano, ma è nella sua commercialità giapponese che s'indebolisce. Essere composta da pochi episodi poteva essere un bene, ma purtroppo vi è fin troppo spazio per una seconda e terza stagione e mi chiedo a questo punto se ai creatori sia convenuto.



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"Infinite Ryvius" è il primo, sconvolgente capolavoro di Goro Taniguchi, giovane regista Sunrise che proprio con quest'inquietante lavoro entrerà fulmineamente nell'empireo dell'animazione, dopo l'aiuto-regia di "Gasaraki" e il primo film di "One Piece" ("Defeat the Pirate Ganzak!"). Assorto a opera di puro culto per gli amanti della fantascienza realistica e palesemente ispirato al leggendario "Signore delle Mosche" di Golding, l'anime è un tetro viaggio nell'oscurità dell'animo umano.

Tutto è vissuto dagli occhi del sedicenne Kouji: felice di essere stato ammesso al Liebe Delta, dopo la catastrofe il ragazzo diverrà una delle massime cariche nel governo sorto nel Ryvius e potrà così osservare, dalla sua posizione privilegiata, come gradualmente iniziano a crearsi conflitti tra ragazzi dovuti all'impossibilità di adeguarsi al sistema sociale imposto. Abbiamo quindi Aoi, sua innamorata amica d'infanzia; Faina, misteriosa ragazza da lui salvata e dal passato oscuro; Ikumi, il migliore amico dal temperamento caldo e facilmente portato all'estremismo; Yuki, il fratello minore che lo odia; la gang di Blue, turbolento teppista che mira a prendere il potere con un colpo di stato; tutta la crew degli Zwei (i piloti che comandando il Ryvius)... Il cast è enorme: oltre 35 personaggi ottimamente caratterizzati si contendono il protagonismo in una storia cupa e drammatica, di amore, amicizia, odio, orrore e violenza, con un altissimo numero di sotto-trame scandite da una suspense esemplare.

Per essere un'opera drammatica "Infinite Ryvius" ha una partenza insolitamente solare, con atmosfere scanzonate ritmate dalla OST hip-hoppara e un accattivante, colorato e super-semplicistico tratto nei disegni di Hisashi Hirai. Tutte impressioni: ironicamente saranno proprio questi aspetti "infantili" che decreteranno il grande elemento di sorpresa della serie, dato da questi ragazzini dai look sgargianti che arriveranno a usare violenza o addirittura a uccidere i propri simili per soddisfare i loro istinti più bassi. Lo shock dato dal cambiamento repentino di atmosfere rimarrà alla memoria come l'aspetto più geniale e crudo dell'anime, ma sarebbe ingeneroso ricordare questa serie solo per le atmosfere cupissime, perché in essa troviamo numerosissimi spunti filosofici e di riflessione.

Lo spunto dei ragazzi lasciati completamente soli ad autogovernarsi, in una realtà apparentemente senza speranza e privi di nucleo familiare, è l'occasione dello sceneggiatore Kuroda per parlarci di un'obbligata e veloce maturazione: il viaggio sul Ryvius simboleggerà per loro l'abbandono della giovinezza, la necessità di diventare adulti il prima possibile (il sapersi prendere le proprie responsabilità) e la scoperta del sesso, ma anche la superstizione, il fanatismo, l'egoismo e l'invidia. Il governo sorto sul Ryvius continuerà a cambiare fisionomia in vista dell'impossibile adattamento a esso da parte di tutti i giovani, attraversando più stadi per arrivare dalla democrazia all'autoritarismo. Ryvius è un'intelligente analisi sociologica, la documentazione di un esperimento politico visto nella continua ricerca, da parte dell'élite del "governo" dell'astronave, di sapere coniugare i propri ideali con la durezza della realtà, quella data dai vizi insiti nell'animo umano che possono mettere in pericolo la legittimazione del contratto sociale.

Tutto questo è orchestrato dall'abile regista del maestro della suspense Goro Taniguchi, che si sbizzarrisce in tutti quelli che saranno i tratti distintivi del suo modo di dirigere: rimaneggiamento, quasi a ogni episodio, delle immagini della sigla iniziale; presentazione calma e spigliata dei personaggi nel primo arco di serie, per poi accelerare bruscamente a metà serie verso lidi cupi e apocalittici; l'esperimento, mai più ripetuto, di trattare alcune sequenze con l'ausilio di illustrazioni.

Tecnicamente adagiato sui soliti ottimi standard animati Sunrise, avvincente e depositario di numerose chiavi di lettura, "Infinite Ryvius" è una signora opera che merita la visione da parte di chiunque, un debutto al fulmicotone che proietterà meritatamente il suo regista nell'olimpo dei migliori maestri di animazione nipponica. Unici difetti recriminabili sono riconducibili all'insignificante puntata finale (un epilogo che non aggiunge nulla) e alla saltuaria, esagerata complessità della storia, che non cerca minimamente di spiegare il background fantascientifico, bisogna arrivarci da soli; ma sono veramente di poco conto in rapporto alla stimolazione intellettuale che fornisce l'opera.



7.0/10
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La discordia. Il rifugio dell'immondizia e dei rifiuti, umani e non, di Tiphares. L'utopica città sopra le nuvole. Questo è il mondo creato da Yukito Kishiro. La sua sconvolgente creazione si snoda lungo una trama molto lineare: Daisuke Ido, un cacciatore-guerriero, scopre in un cumulo di rottami di una discarica una testa di cyborg vecchia di circa trecento anni, dopodiché si adopera per creare a partire da questa un individuo perfetto e puro. Man mano che Alita, l'angelo da battaglia decaduto, che Daitsuke ha scoperto e sta ricostruendo accumula nuove parti corporee, cresce anche la sua consapevolezza. Alita vorrebbe scegliere la sua strada, ma Daitsuke sa che ogni scelta conduce allo stesso esito: il dolore, e poi la morte.

Prima del manga in questione Kishiro aveva realizzato solamente alcune brevi storie, presentate ai vari concorsi per esordienti finanziati dalle grandi case editrici nipponiche. Dopo essersi messo in mostra in tali occasioni, Kishiro viene contattato dalla Shueisha per cui comincia a realizzare una storia lunga dal titolo Reimeika, purtroppo mai pubblicata. Solo in seguito, la medesima casa editrice gli chiederà di realizzare un manga di una quarantina di pagine da inserire in una rivista contenitore. Nasce così Alita e la Shueisha ne è talmente soddisfatta da chiedere a Kishiro di trasformarla da storia breve in serial. Nel giro di tre anni, il lavoro di Kishiro fa il giro del mondo, passando da un media ad un altro. Non si può affermare che tale successo sia dovuto al caso o alla fortuna, in quanto Alita si dimostra, fin dalle prime tavole, un manga avvincente e ben disegnato.

Il tratto cartoonistico di Kishiro (che infatti ammette di essere stato molto influenzato dagli anime) è già maturo, preciso, elegante e raffinato. Ma ciò che più stupisce nelle sue tavole è la fervida fantasia nella creazione dei cyborg. Tutta la saga di Alita è costellata di strani esseri metà uomo e metà macchina, tutti estremamente diversi tra loro, tutti originali. Ma ciò che più conta è l'abilità dell'autore nel rendere umani, ricettacolo di sentimenti ed emozioni, molti di questi cyborg, oppure nel caratterizzarli come mostruosi criminali, sadici e violentemente folli, o ancora come buffe comparse e instancabili lavoratori. Un caleidoscopio di cyborg offerto dall'autore destinato a colpire con forza l'occhio del lettore. La stessa Alita è un cyborg, il cervello di una ragazzina recuperato tra le immondizie e montato su un corpo meccanico. Tuttavia la piccola protagonista si dimostra immediatamente sensibilissima, i suoi occhi sono dolci e i movimenti del corpo, quando non affronta la battaglia, sono quelli impacciati e divertenti di una bambina. Il corpo meccanico appare, invece, decisamente sensuale, seppur evidentemente artificiale, mentre i robot cilindrici della factory sono estremamente inusuali.

Ma il clou lo si raggiunge con "cattivi", inquietanti, rozzi, spesso enormi, dalle fattezze orribili, dai comportamenti disgustosi. Il peggiore di tutti è Makaku, il gigantesco e spietato divoratore di cervelli che la piccola, ma determinata Alita, dovrà affrontare in scontri furibondi. Anche nel mondo dei cyborg vi sono, quindi, i buoni e i cattivi, ma soprattutto, vi sono molte vie di mezzo, molte sfumature, come avrà modo di scoprire Alita nel corso di questa sua nuova vita in cui dovrà confrontarsi con tutti i tipi di cyborg e soprattutto con il più importante di essi, se stessa, per comprendersi e accettarsi.