Durante la convention lucchese, fra le varie conferenze e dibattiti organizzati dai numerosi editori e dalla manifestazione stessa, un appuntamento che si preannunciava particolarmente interessante per gli amanti del fumetto internazionale è sicuramente il Comics Talk - 3a sessione, che avevamo già prontamente segnalato nella notizia riepilogativa di questa VI edizione.
Si è rivelato un'ottimo scambio di opinioni fra vari interpreti della cosiddetta nona arte, hanno infatti preso parte al dialogo importanti fumettisti come Baru, Giacomo Monti, David Lloyd, Craig Thompson, Jiro Taniguchi, Jeff Smith
A moderare l'incontro il ricercatore Matteo Stefanelli.



Perchè fa fumetto? Come il fumetto è entrato nella sua vita?
Lloyd - Da sempre ha evidenziato un talento naturale, una predisposizione per il disegno coltivata fin da piccolo. A 10 anni avvenne poi la scoperta, la presa di coscienza di volerlo far diventar il proprio lavoro. Vari insuccessi in ambito grafico lo hanno infine fatto approdare all'arte sequenziale, scoprendone una predilezione.
Taniguchi - Anche lui grande amore per il disegno e per i manga fin da piccolo. Con la crescita ha sempre coltivato questa passione. Giunto nell'età delle grandi scelte trova lavoro come impiegato d'ufficio, con conseguente grande sofferenza, non essendo quello il suo mondo.
Licenziatosi, finalmente trovò lavoro come assistente di un grande fumettista, lavoro sì ben più faticoso di quello da impiegato ma che svolgeva con maggior piacere.
Thompson - La causa principale è da attribuire alla sua famiglia, una famiglia povera appartenente alla classe operaia e, in secondo luogo, molto religiosa. La povertà lo porta ad accedere all'arte solo tramite le strips dei giornali, di facile accesso anche ai meno abbienti. La religiosità invece influì dato che la famiglia censurava qualsiasi forma d'arte alternativa al fumetto, considerato infatti arte per bambini.
Il fumetto entra così nella sua vita: vi si è sempre dedicato con passione cercando di migliorare e migliorarsi.
Fortunatamente ora è la vera età dell'oro del fumetto, altre arti hanno già detto tanto.
Baru - La nascita del desiderio di far fumetti è imputabile alla società dell'epoca, della fine degli anni '60, età propria della contestazione politica. Aveva bisogno di uno strumento per prendere la parola e per affermarsi nel mare magnum urlante. Erano gli anni "buoni" per farlo, dato che in Europa stava avvenendo il boom del fumetto (si ricordi il fenomeno dilagante delle Bande Dessinèe francesi).
Smith - A tutti gli effetti i "comics" rappresentavano l'unico modo per conoscere il mondo. Fra i tanti ricorda i "Peanuts", serie che illustra magistralmente e in modo schietto l'universo dei bambini e "Mad Magazine", che con il suo stile dissacrante e canzonatorio sottolineava la stupidità e le follie del mondo degli adulti.
La TV e gli altri media, infarciti di sitcom e telefilm nonsense erano molto distanti dalla realtà. Probabilmente fare fumetti era l'unico lavoro che avrebbe potuto fare. Un alternativa forse sarebbe stata il semplice impiegato di McDonald's (ironico).
Monti - In totale dissonanza con gli altri artisti, il suo approccio al fumetto è stato del tutto casuale. Non legge fumetti o molto poco. Indubbio l'amore per il disegno, ma la realtà italiana è molto triste, il fumetto "d'autore" viene ignorato, la gente legge solo "stronzate", i fumetti meritevoli non vengono culturalmente supportati.
Gli tocca smettere.



Che cos'è stato più soddisfacente e coinvolgente nel trovarsi a realizzare un fumetto piuttosto che un racconto? Quali sono le motivazioni che la spingono a continuare a disegnare?
Monti - Il disegno è il processo creativo che più gli si confa, una sorta di necessità primaria (come mangiare, dormire, fare sesso,...). Solo che richiede tempo, occorre rinunciare ad altre necessità primarie.
Thompson - Un piccolo aneddoto a tal proposito: l'esperienza più dura finora sopportata è stato quando la sua mano ha "smesso di funzionare". Grazie a vari tipi di cura (orientale, omeopatia, tradizionale..) gli è stato permesso di riprenderne l'utilizzo. La "menomazione" gli ha fatto capire quanto i fumetti contavano per lui, considerata la grande sofferenza provata nello star fermo, nel non poter disegnare. Prima del problema lavorava di continuo, era giovane, ma è stato proprio grazie a questo che ha capito di darsi un ritmo e rallentare, anche conscio del supporto finanziaro guadagnato negli anni grazie alle sue pubblicazioni.
Lloyd - Si allaccia alla prima risposta di Monti evidenziando che il sistema del fumetto è in crisi, dato che quest'ultimo ha spesso una brutta reputazione, sempre considerando il Paese nel quale si lavora. Un autore francese come Baru probabilmente può lavorare su un singolo progetto anche un anno. Di contro un autore statunitense/anglosassone consegna in media 21 pagine in un mese. Infine un autore giapponese (cita Taniguchi) ha invece un grosso supporto dal proprio Paese, il Giappone è una sorta di paradiso del fumetto (senza nulla togliere che il lavoro sia massacrante).
Vorrebbe che il fumetto fosse considerato alla stregua della cinematografia, che nessuno discriminasse i comics aprioristicamente ma ne apprezzasse il mezzo espressivo (come dire: tutti amano i film, i fumetti no).
Taniguchi - Il grande amore per il disegno è sicuramente una risposta ma non basta, dato che serve creare una storia, proprio come nell'ideazione di un film. Nel fumetto però c'è più libertà, il fumettista può riassumere molte delle figure cinematografiche (regista, sceneggiatore,...) e cura da solo le scelte fondamentali, non deve scendere a compromessi con altri. Il che è una questione molto affascinante.
Allacciandosi al discorso di Lloyd e al precedente di Thompson, sottolinea come circa 30 anni fa in Giappone un professionista dovesse fare 80-100 pagg al mese. Molto faticoso e difficile da sostenere sia fisicamente che psicologicamente. E' stato molto importante trovare un bravo editor(per rimanere nel paragone con l'ambito cinematografico, il produttore del film) che permetta di lavorare con calma e con maggior libertà.
Ciò che continua a motivarlo sono anche le collaborazioni con altri autori->lo stimolano e lo fanno spaziare in altri campi.
Smith - Quando si fa fumetti è un momento in cui si è soli in una stanza: soli con sè stessi, soli con il proprio foglio e la propria penna. In tale visione il resto del mondo è come se scomparisse, una sorta di esperienza "zen".
Nonostante spesso si lavori per molte ore continuativamente, alla fine ci si riscopre rinfrancati.
Baru - Sono fondamentalmente due le ragioni essenziali che lo spingono a continuar a fare fumetti. La prima è sicuramente la grande eccitazione che si prova nell'iniziare un nuovo progetto e dar vita a qualcosa che prima non esisteva. La seconda invece è più specifica: l'addizione di parole alle immagini non da come risultato la somma dei due singoli aspetti, ma si raggiunge qualcosa che va oltre, di più alto. Si raggiunge uno stato di grazia.



Quest' ultima parte è infine dedicata alle domande poste agli autori dal pubblico in sala.
@Jiro Taniguchi: quale ispirazione l'ha portata a storie molto semplici ma intense come L'uomo che cammina?"
Taniguchi - Tutto dipende dal sistema giapponese e alla già citata figura dell'editor, che assume un ruolo chiave. E' stato l'editor a proporgli di creare una storia sulle sensazioni provate da un uomo comune che camminando osserva ciò che lo circonda. Ha quindi simulato la scena immedesimandosi lui stesso nel personaggio durante una passeggiata e ponendo attenzione sui particolari che lo attorniavano.
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@Tutti: cosa ne pensate del fumetto mainstream, di cui quasi tutti non siete degli esponenti?
Lloyd - Io li disegno i fumetti mainstream..
Gli altri non hanno nulla da rispondere.
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@Tutti: qual è il futuro del fumetto?
Baru - "Non vivrò ancora così a lungo, non mi interessa". (ride)
Lloyd - Il fumetto sicuramente, in quanto forma d'arte, sopravviverà. Forse non sulla carta e magari non venderà tanto quanto in passato, ma sopravviverà..
Baru - Il web modificherà l'economia del fumetto, ma il fumetto sopravviverà, è connaturato all'uomo.
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@Lloyd in particolare, estesa a tutti gli altri: a Roma erano presenti uomini con addosso le maschere di "V for Vendetta" nella manifestazione degli indignati. Come gli autori e i fumetti cambiano/vogliono cambiare il mondo?
Thompson - Collegandosi anche alla domanda precedente, sostiene che il fumetto è un qualcosa di virale e connaturato all'essere umano; sono gli uomini a cambiare il mondo, di traslato il fumetto(essendo parte dell'uomo) vi partecipa anch'esso.
Lloyd - E' molto contento che la maschera sia diventata una forma di protesta non legata ad alcuna fazione politica particolare ma sia diventata un simbolo della lotta popolare vs la tirannia.
Spera che la gente (in generale) riesca ad ottenere ciò per cui protesta.
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@Thompson: perchè ha scelto il mondo islamico come setting della sua ultima opera? (NdT: Habibi, edita da Rizzoli)
Thompson - Non è strettamente ambientata nel mondo islamico. Sicuramente deriva da una ricerca personale riguardo le 3 grandi religioni monoteistiche fatta dall'autore. Vorrebbe che le religioni riuscissero ad eliminare i vincoli che le caratterizzano, dato che tendono più a dividere che ad unire.
Si è rivelato un'ottimo scambio di opinioni fra vari interpreti della cosiddetta nona arte, hanno infatti preso parte al dialogo importanti fumettisti come Baru, Giacomo Monti, David Lloyd, Craig Thompson, Jiro Taniguchi, Jeff Smith
A moderare l'incontro il ricercatore Matteo Stefanelli.



Perchè fa fumetto? Come il fumetto è entrato nella sua vita?
Lloyd - Da sempre ha evidenziato un talento naturale, una predisposizione per il disegno coltivata fin da piccolo. A 10 anni avvenne poi la scoperta, la presa di coscienza di volerlo far diventar il proprio lavoro. Vari insuccessi in ambito grafico lo hanno infine fatto approdare all'arte sequenziale, scoprendone una predilezione.
Taniguchi - Anche lui grande amore per il disegno e per i manga fin da piccolo. Con la crescita ha sempre coltivato questa passione. Giunto nell'età delle grandi scelte trova lavoro come impiegato d'ufficio, con conseguente grande sofferenza, non essendo quello il suo mondo.
Licenziatosi, finalmente trovò lavoro come assistente di un grande fumettista, lavoro sì ben più faticoso di quello da impiegato ma che svolgeva con maggior piacere.
Thompson - La causa principale è da attribuire alla sua famiglia, una famiglia povera appartenente alla classe operaia e, in secondo luogo, molto religiosa. La povertà lo porta ad accedere all'arte solo tramite le strips dei giornali, di facile accesso anche ai meno abbienti. La religiosità invece influì dato che la famiglia censurava qualsiasi forma d'arte alternativa al fumetto, considerato infatti arte per bambini.
Il fumetto entra così nella sua vita: vi si è sempre dedicato con passione cercando di migliorare e migliorarsi.
Fortunatamente ora è la vera età dell'oro del fumetto, altre arti hanno già detto tanto.
Baru - La nascita del desiderio di far fumetti è imputabile alla società dell'epoca, della fine degli anni '60, età propria della contestazione politica. Aveva bisogno di uno strumento per prendere la parola e per affermarsi nel mare magnum urlante. Erano gli anni "buoni" per farlo, dato che in Europa stava avvenendo il boom del fumetto (si ricordi il fenomeno dilagante delle Bande Dessinèe francesi).
Smith - A tutti gli effetti i "comics" rappresentavano l'unico modo per conoscere il mondo. Fra i tanti ricorda i "Peanuts", serie che illustra magistralmente e in modo schietto l'universo dei bambini e "Mad Magazine", che con il suo stile dissacrante e canzonatorio sottolineava la stupidità e le follie del mondo degli adulti.
La TV e gli altri media, infarciti di sitcom e telefilm nonsense erano molto distanti dalla realtà. Probabilmente fare fumetti era l'unico lavoro che avrebbe potuto fare. Un alternativa forse sarebbe stata il semplice impiegato di McDonald's (ironico).
Monti - In totale dissonanza con gli altri artisti, il suo approccio al fumetto è stato del tutto casuale. Non legge fumetti o molto poco. Indubbio l'amore per il disegno, ma la realtà italiana è molto triste, il fumetto "d'autore" viene ignorato, la gente legge solo "stronzate", i fumetti meritevoli non vengono culturalmente supportati.
Gli tocca smettere.



Che cos'è stato più soddisfacente e coinvolgente nel trovarsi a realizzare un fumetto piuttosto che un racconto? Quali sono le motivazioni che la spingono a continuare a disegnare?
Monti - Il disegno è il processo creativo che più gli si confa, una sorta di necessità primaria (come mangiare, dormire, fare sesso,...). Solo che richiede tempo, occorre rinunciare ad altre necessità primarie.
Thompson - Un piccolo aneddoto a tal proposito: l'esperienza più dura finora sopportata è stato quando la sua mano ha "smesso di funzionare". Grazie a vari tipi di cura (orientale, omeopatia, tradizionale..) gli è stato permesso di riprenderne l'utilizzo. La "menomazione" gli ha fatto capire quanto i fumetti contavano per lui, considerata la grande sofferenza provata nello star fermo, nel non poter disegnare. Prima del problema lavorava di continuo, era giovane, ma è stato proprio grazie a questo che ha capito di darsi un ritmo e rallentare, anche conscio del supporto finanziaro guadagnato negli anni grazie alle sue pubblicazioni.
Lloyd - Si allaccia alla prima risposta di Monti evidenziando che il sistema del fumetto è in crisi, dato che quest'ultimo ha spesso una brutta reputazione, sempre considerando il Paese nel quale si lavora. Un autore francese come Baru probabilmente può lavorare su un singolo progetto anche un anno. Di contro un autore statunitense/anglosassone consegna in media 21 pagine in un mese. Infine un autore giapponese (cita Taniguchi) ha invece un grosso supporto dal proprio Paese, il Giappone è una sorta di paradiso del fumetto (senza nulla togliere che il lavoro sia massacrante).
Vorrebbe che il fumetto fosse considerato alla stregua della cinematografia, che nessuno discriminasse i comics aprioristicamente ma ne apprezzasse il mezzo espressivo (come dire: tutti amano i film, i fumetti no).
Taniguchi - Il grande amore per il disegno è sicuramente una risposta ma non basta, dato che serve creare una storia, proprio come nell'ideazione di un film. Nel fumetto però c'è più libertà, il fumettista può riassumere molte delle figure cinematografiche (regista, sceneggiatore,...) e cura da solo le scelte fondamentali, non deve scendere a compromessi con altri. Il che è una questione molto affascinante.
Allacciandosi al discorso di Lloyd e al precedente di Thompson, sottolinea come circa 30 anni fa in Giappone un professionista dovesse fare 80-100 pagg al mese. Molto faticoso e difficile da sostenere sia fisicamente che psicologicamente. E' stato molto importante trovare un bravo editor(per rimanere nel paragone con l'ambito cinematografico, il produttore del film) che permetta di lavorare con calma e con maggior libertà.
Ciò che continua a motivarlo sono anche le collaborazioni con altri autori->lo stimolano e lo fanno spaziare in altri campi.
Smith - Quando si fa fumetti è un momento in cui si è soli in una stanza: soli con sè stessi, soli con il proprio foglio e la propria penna. In tale visione il resto del mondo è come se scomparisse, una sorta di esperienza "zen".
Nonostante spesso si lavori per molte ore continuativamente, alla fine ci si riscopre rinfrancati.
Baru - Sono fondamentalmente due le ragioni essenziali che lo spingono a continuar a fare fumetti. La prima è sicuramente la grande eccitazione che si prova nell'iniziare un nuovo progetto e dar vita a qualcosa che prima non esisteva. La seconda invece è più specifica: l'addizione di parole alle immagini non da come risultato la somma dei due singoli aspetti, ma si raggiunge qualcosa che va oltre, di più alto. Si raggiunge uno stato di grazia.



Quest' ultima parte è infine dedicata alle domande poste agli autori dal pubblico in sala.
@Jiro Taniguchi: quale ispirazione l'ha portata a storie molto semplici ma intense come L'uomo che cammina?"
Taniguchi - Tutto dipende dal sistema giapponese e alla già citata figura dell'editor, che assume un ruolo chiave. E' stato l'editor a proporgli di creare una storia sulle sensazioni provate da un uomo comune che camminando osserva ciò che lo circonda. Ha quindi simulato la scena immedesimandosi lui stesso nel personaggio durante una passeggiata e ponendo attenzione sui particolari che lo attorniavano.
@Tutti: cosa ne pensate del fumetto mainstream, di cui quasi tutti non siete degli esponenti?
Lloyd - Io li disegno i fumetti mainstream..
Gli altri non hanno nulla da rispondere.
@Tutti: qual è il futuro del fumetto?
Baru - "Non vivrò ancora così a lungo, non mi interessa". (ride)
Lloyd - Il fumetto sicuramente, in quanto forma d'arte, sopravviverà. Forse non sulla carta e magari non venderà tanto quanto in passato, ma sopravviverà..
Baru - Il web modificherà l'economia del fumetto, ma il fumetto sopravviverà, è connaturato all'uomo.
@Lloyd in particolare, estesa a tutti gli altri: a Roma erano presenti uomini con addosso le maschere di "V for Vendetta" nella manifestazione degli indignati. Come gli autori e i fumetti cambiano/vogliono cambiare il mondo?
Thompson - Collegandosi anche alla domanda precedente, sostiene che il fumetto è un qualcosa di virale e connaturato all'essere umano; sono gli uomini a cambiare il mondo, di traslato il fumetto(essendo parte dell'uomo) vi partecipa anch'esso.
Lloyd - E' molto contento che la maschera sia diventata una forma di protesta non legata ad alcuna fazione politica particolare ma sia diventata un simbolo della lotta popolare vs la tirannia.
Spera che la gente (in generale) riesca ad ottenere ciò per cui protesta.
@Thompson: perchè ha scelto il mondo islamico come setting della sua ultima opera? (NdT: Habibi, edita da Rizzoli)
Thompson - Non è strettamente ambientata nel mondo islamico. Sicuramente deriva da una ricerca personale riguardo le 3 grandi religioni monoteistiche fatta dall'autore. Vorrebbe che le religioni riuscissero ad eliminare i vincoli che le caratterizzano, dato che tendono più a dividere che ad unire.
Non so chi ho apprezzato di più in queste risposte
Sono state dette cose "banali" forse ma mi è piaciuto il modo di dirle
La prima mezz'ora seguita benissimo, poi mi sono annoiato dopo...
Manca solo una domanda posta a jeff smith riguardo il destino editoriale delle sue opere in Italia, ma era superflua ai fini del dibattito e prima di ogni congruenza col contesto (e pertanto da me purgata)..
sentire parlare qualcuno del proprio mestiere che ama, le sue motivazioni, i suoi stimoli, le piccolezze del suo lavoro, la dedizione e i sacrifici...
sono in momenti come questi che sorridi e sei contento quella persona abbia scelto il lavoro che più lo aggrada, nonostante le difficoltà e i mille problemi che ogni professione comporta.
(se fosse stato presente e nella giusta mood mi sarebbero brillati gli occhi e avrei ascoltato tutto con passione *-*)
dell'aproccio usato da altri paesi al di fuori del Giappone nel confronto dei fumetti.
E' verissimo, in Italia sopratutto, i fumetti italiani non vengono valorizati (tranne pochi autori, come Rat-man, che in più di 20 anni non è ancora tramontato), e le case editrici non hanno alcun interesse in giovani fumettisti pieni di talento, stroncando la loro espressione prima che possa nascere.....
Spero che con questo boom dei manga, in italia cambia qualcosa nell'editoria del fumetto italiano.
Sei sicuro? Io mi ricordo che vi erano più domande, forse perchè a un certo punto mi ero un pò scocciato e quindi mi ero annoiato e per rispetto però sono rimasto nella sala. Sinceramente io mi ricordo un dibattito più lungo...
Questa è l'intervista di Domenica 30 Ottobre delle ore 18:00 al Palazzo Ducale ?
Se si io me la ricordo più lunga sinceramente, forse te hai sintetizzato un pò le risposte date dagli autori.
Complimenti per la "rielaborazione"
Annoiarsi è possibile, questo tipo di conferenze a volte possono riuscire un pò una pizza verso le loro fasi finale quando molte cose sono dette,e e si vorrebbe che qualcuno tirasse le conclusioni e si si andasse a casa...ma le Verità riposano altrove, nelle pagine dei fumetti e forse meglio sarebbe stato fare un bel pò di disegni.
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