Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Una rubrica dedicata oggi ai veri samurai! O forse dedicata a un samurai in particolare... Kenshin, il samurai vagabondo nato dalla matita di Nobuhiro Watsuki.
Vedremo dunque recensiti l'anime televisivo, il manga e l'OAV prequel Memorie del Passato.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


Per saperne di più continuate a leggere.



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Un dramma. Come pochi. "Kenshin - Memorie del Passato" è un’opera studiata e realizzata come un dramma altissimo e di uno spessore che appartiene solo alle opere grandi, in cui si percepisce un respiro ampio e intriso di tragedia e fatalità.
Io scrivo qualcosa quando un anime mi colpisce, solo quando vale la pena di dire qualcosa a riguardo - o quando mi diverte prenderlo per il culo, ma questa è un’altra storia. E certo Kenshin colpisce duro e non è consigliabile a tutti – uno scenario così truculento l’ho visto soltanto in "Berserk" e "Shigurui". C’è da dire che l’inizio è piuttosto caotico, con un macello di nomi tirati in mezzo, continui salti temporali (non perfettamente riusciti, per la verità) e un intreccio cospiratorio molto ingarbugliato. Ma dal secondo OAV il ritmo inizia a rallentare, tutto diventa più limpido e fluido, e soprattutto si comincia a respirare quel sentore di leggenda vivente e di epos che permeerà tutto la narrazione fino al suo epilogo sconcertante.

Della trama non si deve svelare niente perché ogni frammento è significativo e perfetto nella costruzione generale, e quindi finirei con il dire troppo e con il fare anche capire troppo. Quindi parlando d’altro – e che altro! La realizzazione tecnica è impeccabile, con disegni ottimi dalle linee precisissime e pulite, I colori riflettono i toni delle stagioni che si susseguono, non sono mai sgargianti e rendono sempre l’atmosfera realisticamente. Le animazioni sono impeccabili e vi è una caratterizzazione dei personaggi curata all’inverosimile – sia nella psicologia e negli atteggiamenti, sia negli abiti, negli accessori, nelle decorazioni, nelle armi e quant’altro. I fondali sono indescrivibili, così come le ambientazioni e le luci. Tutto è messo in risalto da una regia che, è vero perde un po’ di tempo a trovarsi, ma una volta ingranato regala scene e soprattutto inquadrature magistrali, tenendo un ritmo fluido senza incertezze, con oscillazioni di pause e tensioni mescolate in un continuum avvolgente.

Tutto cattura, nulla è casuale, e ogni elemento è profondamente voluto. Ma più di ogni altra cosa, risaltano Kenshin e Tomoe; le loro storie, la loro Storia, il loro incontro e di lì fino alla vita in comune, il suo senso trovato a passi lenti ma inesorabili, i loro sentimenti silenziosi e struggenti. Tali aspetti sono commoventi e angoscianti per la delicatezza e il pudore con cui vengono trattati. E dire che non ho nemmeno visto la serie TV (oh, sono 90!!! episodi, e immagino mica roba leggera alla Naruto), e degli OAV avevo intravisto solo qualche parte frammentariamente su MTV; ai tempi avevo sedici anni e lo mandavano dopo mezzanotte, infra settimanalmente - ma che ingiustizie sono queste?!
Quindi vederli ugualmente, tanto sono un prequel, non comporta uno spaesamento del tipo essersi trovati in mezzo a qualcosa di completamente sconosciuto. Forse l’unica cosa che purtroppo si perde è quel senso di svelamento di un passato che si è solo intravisto o presagito, nell’ombra del quale si aggira il samurai dalla cicatrice a croce; si perde quello che ha rappresentato, quello che ha suscitato in chi lo ha conosciuto dagli inizi, nel quale è diventato una parte dei ricordi della vita (come Evangelion per un’altra generazione). E forse anche questo effetto è stato attentamente ponderato e lasciato trapelare con maestria, per rendere palpabile il dramma del destino di Kenshin. Il dramma assoluto, epico, fatale, rosso e intenso come il sangue.



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XIX secolo, era Meiji (1968-1912). Il Giappone vive il più importante periodo della sua storia, segnato da cambiamenti radicali della società, ancora feudale, aperture dei rapporti con le altre nazioni dopo secoli di isolamento e infine uno straordinario progresso industriale. Un'era di transizione che conferisce all'imperatore tutti i poteri precedentemente in mano agli Shogun, si chiude così l'era dei Samurai.
Durante la rivoluzione che porterà a questo cambiamento, anni prima, un giovane samurai con il nome di Battōsai Himura faceva strage di coloro che si opponevano al nuovo governo.

Noto per la sua spietatezza e la sua abilità con la spada, esso sparì con il finire della rivoluzione diventando così un Ronin, ovvero un samurai vagabondo senza padrone. Ricompare anni dopo con il nome di Kenshin, porta con se una katana con lama invertita e si ritrova ad aiutare la giovane Kaoru Kamiya, proprietaria di un dojo, ma ben presto dovrà fare i conti con il suo scomodo passato.

Rurōni Kenshin è alto shonen, tra i migliori degli anni '90 - se non il migliore -, l'esordiente Nobuhiro Watsuki ("sensei" di un certo Eiichiro Oda, oltre che di Hiroyuki Takei) crea una splendida storia di combattimenti senza rinunciare a forti emozioni, romanticismo e storie parallele, con un ritmo calzante che difficilmente annoia.
Numerosissime le citazioni storiche, e la Star Comics è stata fenomenale ad arricchire i primi volumi di note e approfondimenti su quest'epoca tanto controversa quanto piena di sfumature e di indubbio fascino.

L'affresco di personaggi è enorme e variegato, impossibile non apprezzare almeno un paio di loro, sia buoni con il divertente teppista Sanosuke Sagara, la buffa kunoichi Misao Makimachi, sia i cattivi con le "dieci spade" e il loro diabolico e carismatico leader, Makoto Shishio. Non è un caso se il capitolo di Kyoto che va dal volume 8 al 18 sia in assoluto il migliore, mentre il successivo, il capitolo del "Jinchu", nonostante vanti la parte più toccante di tutta la storia (il lungo flashback di Kenshin e la sua tormentata storia con Tomoe) pecca sul fronte dei combattimenti e sia alleati che nemici sono qui trattati in modo più superficiale, oltre al fatto che Enishi perde il confronto con Shishio in quanto a carisma.

Nulla di grave comunque per quella che è una scorrevole serie di 28 volumi, vivacizzati anche dai numerosi "free talk" di Watsuki, dove il giovane mangaka ammette apertamente tutte le sue passioni e le sue influenze, in particolare videogiochi e action figures, alcuni personaggi sembrano infatti ispirarsi ai picchiaduro SNK, come Samurai Spirits o King of Fighters, dei quale è un grande fan.

Splendido poi il suo tratto, non esistono due personaggi simili fra loro (suvvia a parte i 4 gemelli cattivi sul finale, creati per lo più per tenere impegnati i personaggi di contorno), i disegni catturano subito e lo stile migliora notevolmente con il passare dei volumi, Watsuki dimostra di saper gestire bene sia le fasi di battaglie, con alcune tavole davvero eccezionali (il volume 17 per me è manuale di shonen moderno, molti mangaka oggi dovrebbero prendere ispirazione da esso), sia i momenti più romantici, con i personaggi che dimostrano grande forza espressiva, Kaoru su tutti.

Consigliato quindi a tutti, ai lettori di ieri quanto a quelli di oggi, Kenshin è la dimostrazione di come si possa fare un grande shonen senza contare unicamente su infiniti combattimenti e power-up, con una bellissima miscela di divertimento fracassone, dialoghi geniali, personaggi mai banali, momenti epici e citazioni storiche.
Ottimo, semplicemente.



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A partire dal gennaio del 1996 il capolavoro di Nobuhiro Watsuki, "Rurouni Kenshin", si mostra anche in TV e accompagna il Giappone in un lungo viaggio che durerà circa due anni e bisserà il successo di una saga che può a tutti gli effetti considerarsi un classico, che ancora oggi funge da modello e che, sempre oggi, andrebbe ripresa e rivalutata dalle nuove generazioni di un Paese come il nostro, quasi ancora 'ignaro' (ahimè) della rilevanza di un colosso di tale portata. Colpa forse di un concetto d'animazione talmente legato alla tradizione da rientrare, per molti, in un genere 'di nicchia': un genere che non fa né del fan service, tantomeno di sotto-trame straripanti di personaggi e avvenimenti via via riciclati, il suo punto di forza, che è invece qui impiantato nell'essenza genuina e incontaminata dei suoi elementi, e allo stesso tempo nella profondità dei personaggi e delle situazioni. Se la semplicità e l'eleganza sono spesso considerate due delle fondamentali qualità estetiche della cultura giapponese fin dai tempi antichi, "Rurouni Kenshin" ha la capacità di reintegrare tali canoni in una sceneggiatura perfetta, che ammalia senza strafare, che rende la visione fruibile quanto l'immersiva lettura di un romanzo. E in effetti "Kenshin", incentrato sul racconto di rivolte sanguinarie, di macchinazioni politiche, di gesta eroiche e di faide, ma ammorbidito da aneddoti timidamente romantici, venato di umorismo candido, e infine edificato su una valida riproduzione storica, risalente al periodo Meiji (diciannovesimo secolo), che ne riprende non solo episodi di cronaca, ma anche aspetti sociali della quotidianità, potrebbe benissimo accostarsi a un lungo e accurato monogatari.

E a proposito di longevità, i novantacinque episodi che compongono la serie, pur mantenendosi su un'ottima media complessiva, si possono dividere in vari tronconi più o meno considerevoli. Il picco si raggiunge probabilmente verso i tre quarti dell'anime (epilogo della saga di Shishio Makoto), mentre è forse proprio nell'ultima parte che si avverte la difficoltà degli autori di chiudere l'opera senza poter più attenersi al fumetto, allora incompleto.
A non sentire affatto il peso di cotanti episodi, è piuttosto il comparto tecnico, che mai subisce l'ombra di un minimo calo o alterazione, neanche quando, dall'episodio 66 in poi, lo studio Gallop passerà la staffetta a quelli della Deen.
"Rurouni Kenshin" presenta una cura grafica imperitura che non ha niente a che vedere con le animazioni scarne, con la piattezza di un design scadente e con le scenografie inesistenti dei suoi odierni 'simili', cui siamo ormai abituati a 'giustificare' se composti da un elevato numero di puntate. La ciliegina sulla torta è offerta da Noriyuki Asakura, artefice di una colonna sonora memorabile, che incorpora motivi di vario genere, dando ovviamente maggiore attenzione alla tradizione.

Ad armonizzare il tutto con una regia accorta che appare ancora oggi moderna e addirittura irraggiungibile nella rappresentazione di certi combattimenti, è il lavoro di Kazuhiro Furuhashi, che si occuperà, ancora, della direzione degli splendidi OAV dedicati ai primi e agli ultimi anni di vita del samurai dai capelli scarlatti.
Ciò che mi resta da fare è consigliare caldamente la visione di questo capitolo fondamentale della storia dell'animazione giapponese, un'avventura che saprà allietarvi e avvincervi con l'atmosfera impareggiabile del Sol Levante ottocentesco e con il carisma dei suoi protagonisti.