Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Con l'appuntamento di oggi ritorniamo un pochino con la memoria ai tempi dell'Anime Night di MTV con delle recensioni per titoli molto seguiti dal pubblico quali Evangelion, Slam Dunk e GTO.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


Per saperne di più continuate a leggere.


-

Che senso ha una nuova recensione su "Neon Genesis Evangelion" dopo oltre centinaia di migliaia di articoli, servizi giornalistici e persino tesi di laurea? Che domande! Come dice lo stesso protagonista Shinji "Io sono io e nessun altro!".
Stiamo parlando di una serie che dopo ben 17 anni ancora infiamma gli animi degli appassionati di animazione giapponese in violente diatribe tra chi lo giudica una pietra miliare e chi invece un'astuta opera commerciale ampiamente sopravvalutata e che anzi ha portato a un peggioramento generale della produzione animata del Sol Levante.

Che dire, a una visione il più possibile neutrale e tendente all'oggettivo, per quanto sempre dipendente dalle caratteristiche dell'osservatore, questo "Vangelo del nuovo secolo" (questa la traduzione letterale dal giapponese) risulta essere davvero qualcosa di particolare per chi come me ha avuto la fortuna - o sfortuna, dipende dai punti di vista - di crescere con la produzione animata degli anni settanta e ottanta, dove il mecha l'ha fatta da padrone fungendo da apripista al diffondersi della subcultura otaku non solo in Giappone ma anche in occidente. "Evangelion" appare come una grande congiunzione tra due momenti storico-artistici, quello dell'epoca d'oro dei Nagai e dei Tomino e quello che viviamo ancora oggi. Ma, proprio come questi grandi nomi del recente passato, questo titolo è la sintesi perfetta del modo di fare anime del suo regista Hideaki Anno, mente arguta capace di sopravanzare anche il suo datore di lavoro, la Gainax, che pure ha come vanto primario il suo rivoluzionario sperimentalismo.

Le opere di questo regista fino a "Evangelion" erano state tutte originali, senza cioè ispirazione da manga o romanzi (se si esclude l'ispirazione verniana per Nadia), ma con importanti riferimenti e omaggi ai titoli del passato, e così infatti possiamo inquadrare buona prima parte di NGE. Gli scontri serializzati puntata dopo puntata tra unità robotiche e i loro nemici non sono nient'altro che un richiamo alle vecchie serie mecha, ma con il grande ma dell'introspezione psicologica dei personaggi da subito molto curata e totalmente fuori dagli schemi. Il protagonista della storia infatti è un antieroe, quanto di più lontano ci possa essere dagli indomiti bellocci che avevano guidato robbottoni fino a pochi anni prima.

Bisognerà ragionare a lungo dopo la visione intera dell'opera e dopo avere superato per bene lo choc delle due famose puntate finali per comprendere, anche e soprattutto dopo la visione del film "End of Evangelion", che il mecha in realtà è l'involucro di un pacco ben più corposo di quella che sembra apparire una confezione formato deluxe per attirare l'attenzione generale su un messaggio tanto forte quanto vitale per il regista stesso. Fumo negli occhi quindi ma di altissima qualità, con musiche e un comparto tecnico grafico che a tutt'oggi impressiona (sublime la versione Platinum, immancabile a mio avviso per un fan della serie); in "Evangelion" abbiamo un sapiente uso della velocità e del ritmo dei tagli sullo stile di Otomo e Oshii, unito al vecchio uso dei fermo immagine delle gloriose vecchie serie. D'altronde Anno ha dovuto far fronte a diversi problemi di budget, specie verso il finale, ma riuscendo a cavarsela in maniera oserei dire geniale anche solo con l'utilizzo della musica, per giunta classica.

"Evangelion" è in sostanza una grande critica alla gioventù moderna, e di rimando alla società giapponese di cui è espressione, nella quale i valori tradizionali vengono messi da parte a favore di un eccessivo egocentrismo. "Evangelion" come catarsi quindi del regista che, proveniente da un periodo di forte depressione, punta il dito contro quello che per lui è il grande errore dei tempi iper-tecnologici, l'estraniamento della persona all'interno dei propri sogni. Senza andare troppo lontano l'esempio è sotto i suoi occhi con la vita condotta dall'otaku che, vittima consapevole o no questo poco importa, non è niente altro che un soggetto in fuga da tutto ciò che può rappresentare dolore e paura, dal sesso - andrebbero scritte pagine e pagine sulle donne di "Evangelion" - alle responsabilità che fanno diventare adulti: chiusi nel loro castello, circondati dal gusto feticistico dell'oggetto quale surrogato di affettività, essi hanno ben poca speranza di scappare a un destino fatto di completa solitudine.

"Senza conoscere altre persone non è possibile né tradirsi né ferirsi l'un l'altro, però... non è neanche possibile dimenticare la solitudine" dice Kaworu allo stesso Shinji e questo, a mio parere, è il succo (in versione bonsai, dato che necessiterebbero molti approfondimenti) della serie, ma anche no! Quel furbo volpone di Anno ha fatto in modo da creare una, nessuna e centomila versioni plausibili della sua opera, e anche il film EoE alla fine lascerà praticamente immutata questa scelta. Tutti possono trovare un significato, tutti possono trovare una frase o un pensiero su cui riflettere e trasformare alla fine "Evangelion" in quello che praticamente dovrebbe rinnegare: la nuova bibbia degli otaku.
In questo sta la machiavellica estemporaneità di un'opera che, comunque la si pensi, ha segnato davvero una tappa importante dell'animazione nipponica.



10.0/10
-

Una volta giocavo a basket, ma era molto tempo fa.
In seguito me ne dimenticai quasi totalmente, forse perché non era la pallacanestro in sé a piacermi ma l'idea del gioco di squadra, o forse perché preferisco giocare le partite piuttosto che guardarle in tv, e di amici disposti a giocare a basket non ce ne sono molti.
Poi incominciai a vedere "Slam Dunk". Pian piano quell'interesse assopito da tempo venne fuori ridestando in me un certo apprezzamento per quel gioco, che è una sorta di evoluzione del "lancio della palla di carta nel cestino", sport nazionale scolastico.
Mi rivenne in mente l'odore di cuoio del pallone, il tonfo sordo e cadenzato che emetteva rimbalzando sul parquet consumato, quando si rimaneva fermi, indecisi sul da farsi, tutte le volte che l'ho maledetto, quel dannato pallone, perché non aveva la benché minima intenzione di andare a canestro.

Ma ciò che mi ha fatto innamorare di questa serie sono senza dubbio i suoi personaggi: ognuno di essi possiede un certo spessore, anche quello più relegato (a parte i "sempre panchinari" dello Shohoku che secondo me non hanno neanche una personalità loro), ma allo stesso tempo nessuno si prende mai troppo sul serio, e anche se volesse non sarebbe possibile.
Il personaggio a cui più mi sono affezionato, scontato dirlo, è Hanamichi Sakuragi, il protagonista. Di certo i difetti non gli mancano: egocentrico, egoista, irascibile, testardo, e l'elenco potrebbe andare avanti a lungo. Eppure non riesco a non immedesimarmi in lui. Succede spesso che guardandolo fare una delle sue solite stupidaggini mi ritrovo a esclamare "Ma sono io!"
Ed è proprio così, quello sono io. Magari non così impulsivo o presuntuoso, ma sono io. Togliete il campo da basket e metteteci il campo da calcetto del martedì sera con gli amici… e sono io! A Hanamichi va tutta la mia solidarietà.

Come tralasciare poi uno dei motivi fondamentali che hanno portato me, e tanti altri, ad amare "Slam Dunk": la comicità, anzi che dico, lo spirito demenziale di certe situazioni, demenziale allo stato puro. I siparietti tra i personaggi che confabulano cinici alle spalle dell'idiota di turno, i deliri di onnipotenza di Hanamichi seguiti inevitabilmente da uno sbaglio clamoroso o da un bernoccolo in testa da parte del capitano Akagi. Il tutto amplificato dallo stile caricaturale del "super deformed".

Infine mi sembra giusto fare un doveroso apprezzamento al doppiaggio italiano, che difficilmente ho trovato così adatto a un anime. Sembra quasi che sia nato con esso. Voci e personaggi si amalgamano perfettamente, diventano una cosa sola. So che alcuni storcono il naso per via dell'adattamento nostrano, ma io lo trovo molto azzeccato. Inoltre c'è anche da considerare l'ambientazione liceale e la forte impronta umoristica dell'anime e che quindi probabilmente nella lingua originale i dialoghi abbiano contenuto esclamazioni e modi di dire tipici di quell'ambiente, che con una traduzione alla lettera avrebbero certamente perso di spessore.

Saranno il sole e il cielo perennemente sereno (in "Slam Dunk" è sempre bel tempo), sarà l'aria spensierata che questa serie mi trasmette, ma se dovessi associare a ogni manga o anime una stagione, "Slam Dunk" sarebbe senza ombra di dubbio l'estate. Non parlo tanto dell'estate fatta di spiagge, gelati e bikini, quanto dell'estate dei campi da gioco, degli allenamenti massacranti a quaranta gradi all'ombra… e dei cambiamenti.
Credo sia questa la parola chiave di "Slam Dunk": cambiamento. Un rinnovarsi, se così vogliamo chiamarlo, che sarà di fondamentale importanza per molti personaggi della serie. Uno su tutti Hanamichi, che subirà una virata di rotta nella sua vita, passando da teppista sfortunato in amore e imbranato a giocatore di basket volenteroso e imbranato. Passerà dall'odiare la pallacanestro all'amarla e dal praticarla per una ragazza al praticarla per passione.

Una passione coinvolgente che porteranno lo spettatore a "divorare" gli episodi come fossero patatine al formaggio, uno dopo l'altro. E si sa, se una cosa piace quando finisce sembrava sempre troppo poca. L'unica pecca di "Slam Dunk" è forse quella di assuefare lo spettatore per poi lasciarlo con un senso di non finito, perché purtroppo l'anime si interrompe bruscamente. E così se ne vuole ancora, ma non c'è più, proprio come le patatine al formaggio.






-

"Great Teacher Onizuka" è stato un anime di grande successo in Italia, trasmesso da MTV nel 2003 all'interno della mitologica anime night. Narra le avventure di Eikichi Onizuka, un ex teppista laureatosi in un'infima università che decide di diventare professore. Gli sarà assegnata una classe che definire problematica è dire poco, ma grazie ai suoi modi spicci e alla sua anticonformista sensibilità riuscirà ad aiutare gli alunni della sua classe, bollati e abbandonati da professori molto più blasonati ma al tempo stesso educativamente inetti.

Ora, GTO in teoria avrebbe tutte le carte per essere uno di quegli anime cosiddetti "imprescindibili", in quanto, dietro l'aspetto di una demenziale commedia scolastica, si nasconde una profonda denuncia del severissimo sistema educativo giapponese. In pratica tutto questo potenziale viene sprecato puntata per puntata. Il difetto principale di quest'anime infatti è uno solo, ma è grosso come un macigno: il manicheismo. I personaggi buoni sono fichissimi, bravissimi, divertentissimi, mentre quelli negativi sono brutti, sporchi e cattivi. Non c'è una sfumatura, non c'è una terza dimensione nella loro caratterizzazione. Prendiamo per esempio il protagonista, Onizuka. Lui è quello che nel gergo della fanfiction viene denominato un Gary Stu: è un fusto super cool, un ribelle senza causa, nelle risse vince sempre, esce sempre vittorioso da tutte le sfide che deve affrontare, riesce a conquistare la fiducia di tutti, risolve i problemi di tutti (con buona pace dell'intelligenza talvolta, visto che per esempio riesce a liberare Urumi dai suoi demoni interiori scaraventandosi da un ponte su una moto in corsa: insomma, chi non farebbe una cosa del genere per aiutare una ragazza problematica?), è super sensibile, sconfigge sempre i suoi nemici... Potrei continuare all'infinito.
Beh, almeno ha un passato da teppista: qualche scheletro nell'armadio? Magari finalmente qualcosa che possa dare un po' di colore a questo personaggio che è la cosa più piaciona mai vista in un anime? No, assolutamente. Onizuka infatti faceva parte del duo di mototeppisti Oni-baku, ma, come si addice alla caratura del personaggio, l'aggettivo che chiunque lo abbia conosciuto in quelle vesti gli dà è naturalmente "leggendario", "spettacolare", "divino" perché, ovviamente, Onizuka è stato il più forte mototeppista della sua generazione, si scherza, mica poteva essere altrimenti?

I cattivi di questa storia invece sono insopportabili, al massimo se riescono a vedere la luce è grazie - indovinate chi? - a Onizuka. Prendiamo il vice preside Uchiyamada. Lui è il nemico più irriducibile del nostro professore preferito ed è ovviamente brutto come la fame, frustrato, guardone, invidioso, con una moglie che lo tradisce e una figlia che come prescrivono le leggi fisiche si è infatuata di Onizuka. Inoltre la sua adorata berlina viene distrutta in ogni episodio. Come si fa poi a non citare il professore Tashigawara, che odia da morire Onizuka perché non tollera che uno con la laurea presa al CEPU giapponese prende lo stesso identico stipendio di lui che si è laureato alla Todai, l'Harvard giapponese (non so proprio come si possa essere arrabbiati per un motivo de genere, che uomo vergognoso, veramente). Certo, Tashigawara è meno brutto del vicepreside, peccato che sia un uomo con gravi turbe sessuali, a cui - ma che lo dico a fare - andrà a finire male grazie al bellissimo Onizuka.

Il risultato di questa splendida sceneggiatura? Che alla fine io tifavo spudoratamente per chi voleva Onizuka fuori dalla scuola, ma non perché amo il bullismo e il carrierismo spinto della scuola giapponese, ma proprio perché Onizuka è un personaggio talmente pensato per piacere al pubblico che francamente lo trovavo detestabile. Insomma, mi sembrava di vedere un cartone di Bebeep e Willy il Coyote: chi ha mai tifato per Bebeep? Eppure il cattivo era Willy! Sì, ma era così sfortunato e ogni volta mazziato che alla fine faceva tenerezza. Potrei andare avanti ancora con gli esempi, ma mi fermo qui citando Francesco Bruni, il regista di "Scialla!": "il segreto per fare una buona commedia, ma anche una buona storia, è rendere il buono un po' furfantello e dare un motivo al cattivo di essere tale". In poche parole: bilanciare. Qui non c'è nessuno bilanciamento, so solo che appena vedo un episodio di GTO Onizuka risolverà tutto, sconfiggerà i cattivi e un nuovo personaggio scoprirà che sotto i suoi capelli da ribelle c'è un cuore buono & generoso. La denuncia di fondo dell'anime quindi, che in un anime scritto bene sarebbe stata detonante, va completamente a farsi benedire.
Io non capisco mai le origini e i perché di questo clima pessimo nella scuola di Onizuka perché è tutto si mantiene su un livello superficiale e grossolano. Vedo solo ragazzi incompresi che sono così perché i prof e i genitori brutti & cattivi del protagonista sono scarsi educatori, ma tanto che problema c'è? Arriva Onizuka e finalmente c'è il lieto fine assicurato per tutti. Insomma il gravissimo problema dell'Ijime viene banalizzato in un anime che non va oltre lo schema facile facile dei ribelli vs conformismo (o buoni vs cattivi per dirla meglio).

Mi si dirà che comunque GTO è un anime divertente perché caratterizzato da un umorismo demenziale. Non credo proprio. A parte che un professore che dice di volere insegnare in una scuola media per rimorchiare le alunne minorenni non è un espediente comico che mi fa ridere, ma mi fa un filo ribrezzo, però questo è un fattore di personale sensibilità. Tuttavia arrivare nel 1999 e fare ancora le gag con il protagonista donnaiolo che ne combina di tutti i colori a causa della sua libido mi sembra leggermente banale: visto che "Lamù" e "City Hunter", che non sono proprio manga di nicchia, basano su questo tipo di gag il loro successo, non sarebbe stato il caso di spremersi le meningi un po' di più? Senza poi contare tutte le gag slapstick dell'anime, grossolane e forzatissime: spiacente, mi ci vuole un po' di più di una bocca deformata e delle faccette buffe per farmi ridere.
Dal punto di vista tecnico l'anime ha i suoi anni e un po' si vede, le animazioni e il chara, molto buono a mio avviso, sono altalenanti e le musiche non si fanno ricordare. Le sigle sono carine, ma con delle immagini insopportabili: com'è ovvio che sia c'è Onizuka in tutte le pose più cool possibili, o intento a salvare qualche donna a petto nudo e con una sigaretta in bocca. Gli manca solo una pistola e stiamo a posto.
Un anime senza qualità fin troppo sopravvalutato: sostanzialmente sconsigliato.