Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Anche per oggi un appuntamento con un poker di pareri non troppo lunghi. Si va con il terzo film dedicato a Saint Seiya, Redline, Shokupan Mini e Mushishi.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


Per saperne di più continuate a leggere.


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L'unico movie sui CDZ che ho avuto, per inesperienza, voglia di guardare. Non so se il capitolo della dea della discordia fosse uscito, ma trovai solo questo prima che spuntassero società come Dynit e company.
Il film ripercorreva un po' il canovaccio classico, del resto come moltissime altre serie, non poteva variare più di tanto. L'avversario divino non mi piaceva, non ce lo vedevo bene e poi mi fece capire che c'era la probabilità che allungassero il brodo della saga rendendo Atena l'unica buona di tutto l'Olimpo e dintorni. Ad anni di distanza, beh, pare che non ci sia andato molto lontano dalla verità.

Riguardo al film, il problema per cui non mi convinse fu per una serie di fattori tra cui: i nomi originali del manga, che erano cosa nuova per me, le voci diverse, qualche lagna di troppo, nemici decisamente troppo forti (pure per i classici Gold Saints) e dialoghi meno ricercati. Altra pecca fu che i pochi cavalieri d'oro ripescabili sparivano in un battibaleno. D'accordo la serie televisiva si dilungava e il film non può durare troppo, ma vedere liquidato Capricorn appena resuscitato, Cancer (di nuovo con l'armatura che lo aveva ripudiato?!) schiaffeggiato come niente in un paio di mosse dal vecchio avversario, come del resto tutti gli altri restanti, mi fece un po pena. L'unico che si salvava era Saga di Gemini, sempre molto sveglio, ma c'era in quel caso qualche cosmo-kamikaze di troppo e considerando che i pochi sgherri di Apollo erano potentissimi e già il dorato musicista di Nettuno poteva cavarsela, la cosa non mi convinse.

Che dire visto uno visti tutti credo.
La saga vera per me termina in Grecia contro Arles. Asgard era un di più ancora accettabile, ma non richiesto, Nettuno invece un riciclo ormai totale e inutile, anche se il cavaliere multi animalesco e il fratello di Saga erano discreti e abbattere le torri con le armi di Libra una trovata carina..
La recente con Ade e ambientazione dantesca era discreta, ma troppa differenza tecnica, Sirio e Crystal in ombra (anche se per dar spazio agli apprezzabili dorati) e alcune velocizzazioni su scontri interessanti tipo Caronte non me lo fecero gustare a lungo.



6.0/10
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Shokupan Mimi è una serie di 15 micro-episodi da meno di un minuto ciascuno che narra le gesta di una fetta di pane in cassetta (presumibilmente femmina, date le sue peculiari manie), la quale, con l'aiuto dei suoi amici pomodoro e burro, cerca di conquistare un nerboruto cornetto. Se la sinossi vi ha fatto pensare a un anime stupido e infantile aspettate di leggere il resto.

A distinguere questo progetto da altre bizzarrie "made in Japan" è l'involontaria piega macabra che assumono i siparietti comici. Con ciò non mi riferisco solo alla vaga somiglianza della Mimi del titolo a Kyubey, ma anche alla sua dieta a base di hamburger e dei suoi stessi amici vegetali (!) e alla sua malsana passione per farsi tostare, pressare, grattugiare o friggere in olio bollente. Il tutto è inserito in una cornice prettamente kawaii, fatta di colori pastello, bocche "a tre" e poche frasi squittite dalle seiyuu coinvolte.

È difficile restare indifferenti di fronte a Shokupan Mimi, e altrettanto impegnativo valutarlo: tutto dipende da cosa recepisce lo spettatore. Se siete dei serissimi appassionati di anime non troverete alcuna attrattiva in un titolo tanto folle, spartano e zuccheroso. Se, invece, vivete di "Nyan Cat", "Afro Ken" e budini danzanti, non potete lasciarvelo sfuggire. La ragione prevale sul cuore e mi costringe ad assegnare un 6 per la scarsità di realizzazione e contenuti; questo non esclude che per la seconda categoria descritta il voto potrebbe ribaltarsi in un bel 9.



9.0/10
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Ambientato in un futuro lontano e poco definito, "Redline" è la corsa di auto più illegale, mortale e grandiosa della galassia, tenuta ogni cinque anni in un luogo segreto che viene rivelato soltanto all'ultimo minuto.
Prodotto dal famigerato studio Madhouse, "Redline" è il primo lungometraggio diretto totalmente da Takeshi Koike ("Midnight Eye Goku", "Ninja Scroll", "Vampire Hunter", "Bloodlust", "Trava: Fist Planet"): un lavoro la cui realizzazione ha richiesto ben sette anni. E si vede.

Da un punto di vista visivo, "Redline" ha un look decisamente e volutamente occidentalizzato. Sembra quasi che Koike abbia voluto gridare al mondo di essere un fan del fumettista francese Jean 'Moebius' Giraud, del controverso film animato "Heavy Metal" e persino della saga cinematografica di "Star Wars". Il risultato finale è un festival sconvolgente e ipercinetico di colori e forme esasperate, un incitamento continuo a tenere gli occhi sbarrati. Infatti ogni battito di ciglia durante la visione di "Redline" sarebbe un peccato, perché basterebbe prendere un fotogramma a caso e rendersi conto che potrebbe diventare tranquillamente un poster con cui abbellire la propria stanza.

A livello di contenuti, "Redline" è pieno di cliché, ma essi non sono il solito pretesto per coprire buchi d'ispirazione, bensì sono le colonne portanti su cui si sostiene la trama del film. Da una parte abbiamo una storia lineare, prevedibile, e semplice fino alla fine; dall'altra abbiamo dei personaggi a loro volta incarnazione di altri cliché, ma che allo stesso tempo assolutamente e meravigliosamente esagerati in ogni singolo gesto o parola.

"Redline" non è un film che si fa vedere e basta, "Redline" investe lo spettatore come un autotreno carico di adrenalina, di colori sgargianti e di musiche tanto tamarre quanto funzionali. Ovviamente è un must per gli appassionati di anime come "Go Go Go Mach 5" e "Super Gattiger", così come del vecchio e scanzonato cartoon "Wacky Races". Ma è anche consigliatissimo per chi vuole divertirsi a cogliere le numerose citazioni in esso contenute e godersi uno spettacolo di animazione pura, fatta a mano come si deve e allo stesso tempo fuori dagli schemi.



7.0/10
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<b>Disabilitata su richiesta dell'utente - grandebonzo</b>

Se dovessi descrivere questa serie in una sola parola, direi: 'orientale': un'ovvietà dal punto di vista formale, ma un attributo che ne distingue caratteristiche prettamente legate alla tradizione del Sol Levante, e forse di difficile presa su tutti. La dimostrazione d'apprezzamento dell'opera cartacea in patria è fornita dalla vittoria di diversi premi, tra cui l'ambito Kodansha Manga Award, e dalla realizzazione di un film live action diretto nientemeno che da K. Otomo, distribuito un anno dopo la conclusione dell'anime.
I ventisei episodi di "Mushishi" vedono come protagonista un cacciatore di mushi, ovvero strane entità spiritiche colpevoli di contaminare, in modi diversi, persone o interi villaggi. Il viaggio di Ginko consiste nella ricerca e risoluzione di vari casi di convivenza tra mushi e umani, e costituisce il perno di tutta l'opera.
La strutturazione e lo stile di porsi di "Mushishi" rappresentano per certi versi un'arma a doppio taglio: una narrazione aneddotica che, con passo lento, si adorna di liriche, metafore, figure tipiche del folclore nipponico intriso di fondamenti scintoisti, può essere capace di allettare quanto di alienare lo spettatore, o, nel peggiore dei casi, di avvizzirsi puntata dopo puntata, per via di quella sorta di ritualità di un copione che si ripete con personaggi e situazioni solo leggermente diversi, e quindi di annoiare.
Il vero fiore all'occhiello di "Mushishi" è l'apparato grafico, unico, senza mezzi termini. Lo studio Artland riprende ottimamente il disegno di Yuki Urushibara, morbido e ricco di particolari scenici, lo colora delicatamente e lo dinamizza con leggiadria. Il clima silenzioso dell'opera è garantito da una colonna sonora pacata e mai invadente, che s'intona alla perenne malinconia dei protagonisti.
Concludo con un certo rammarico: quello di non aver potuto premiare una serie da cui m'aspettavo tantissimo, ma che purtroppo mi ha suscitato perfino qualche sbadiglio. Una minore longevità avrebbe certamente migliorato il mio giudizio.