Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Per la rubrica di oggi proponiamo dei titoli d'autore quali gli anime Bokurano e The Cockpit cui si aggiunge il manga Metropolis di Osamu Tezuka.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


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8.0/10
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Un anime davvero stranissimo. Difficile recensirlo, specie visto che è già stato fatto molte volte. Si vorrebbe dire qualcosa di nuovo, ma come fare?
Non si può dire che abbia disegni eccelsi: vero che musicalmente opening ed ending sono molto pregevoli, ma il chara design è semplificato, gli sfondi sono a volte appena abbozzati, le animazioni spesso carenti, i robottoni... beh, i robottoni sono anche peggio dei Fafner, ed è tutto dire. Eppure, come non rimanere affascinati da questa storia?
Tanto per cominciare, ha più di un punto in comune con quella di "Soukyuu no Fafner - Dead Aggressor"; avendoli visti uno dietro l'altro, non si può fare a meno di fare paragoni. E se già pensavo che "Fafner" fosse tragico e terribile, qui si raggiungono punte di sadismo puro. Anche se, bisogna dire, qualcuno potrebbe preferire un bel taglio netto a una lunga agonia.

Detto questo, ho trovato piuttosto discutibile, e non solo dal punto di vista morale, che i personaggi fossero così giovani. Dodici/tredici anni è un po' presto per disquisire della vita e dell'universo, con le parole, i pensieri, le azioni e le soluzioni che vengono proposti qui. Non so quanto i ragazzini dell'età dei protagonisti abbiano potuto apprezzare l'opera: a quell'età mi sa di morboso. Anche perché, diamine, di tutti i protagonisti non ne ricordo uno che non abbia avuto una vita familiare come minimo travagliata. E' possibile che questa scelta d'età sia stata effettuata per aumentare l'orrore di chi guarda?

Ho visto che alcuni si sono lamentati del fatto che, verso la metà della serie, si sia passati a dedicare più tempo alle beghe economico/politico/finanziarie che ai personaggi che si alternavano alla guida del robot. Devo dire che personalmente non mi ha dato fastidio. In fondo, se vogliamo, è un atto dovuto: non si può certo pensare che combattimenti di questa portata, anche in termini di devastazione, potessero passare inosservati. Naturalissimo anche che qualcuno cercasse di trarne vantaggio. E, in qualche modo, ci deve pur essere spiegato perché le lotte avvengano. Infatti, se nelle prime puntate continuiamo a chiederci da dove vengano questi brutti robot, perché si combatta, e per cosa, è dopo la metà della serie che cominciamo ad avere delle risposte.

Devo segnalare anche qui la presenza del brutto vizio di inserire una puntata di riassunto: non ricordo il numero, ma verso la metà c'è un intero episodio dedicato solo ed esclusivamente al ripescaggio di scene precedenti. Uff.
Pur con i comprensibili alti e bassi, l'unico episodio che veramente mi ha annoiato è stato il penultimo, per il resto, è una visione tirata e convincente, sospendendo il giudizio sull'età dei personaggi.
Quella che si respira lungo tutto l'anime è un'aria soffocante, di collosa tragedia. I personaggi sono invischiati in un gioco più grande di qualsiasi immaginazione, persi nel proprio fato senza possibilità di scampo. Anche quando parlano di speranza di liberazione dal contratto - perché i giovanissimi protagonisti hanno sottoscritto inconsapevolmente un contratto - in realtà sanno benissimo, come lo sa lo spettatore, che tale speranza è illusoria. Non ci crede proprio nessuno. E quello che si apprezza molto in quest'anime è che sia coerente con se stesso: se si pensa d'incontrare qualche scena umoristica qua e là per alleviare la pesante cappa di tensione, ci si ricreda in fretta. "Bokurano" non è una favoletta per la buonanotte, no.

I robottoni sono brutti, brutti, brutti, e non solo nell'aspetto. Si muovono con pesantezza, con effetti anni '70. In fondo, sono guidati con il pensiero da piloti che non hanno mai fatto uno straccio di prova e si combattono spesso a colpi di braccia che sembrano chele. Ma il combattimento non è certo la parte più importante dell'anime. Non lo è nemmeno il robottone che, alto 500 metri, il nome di robottone, se lo merita proprio. La parte importante è la disperazione del pilota di turno, il suo passato, la motivazione che lo spinge a combattere, pur essendo stato costretto con l'inganno. La motivazione che lo spinge, coscientemente, a uccidere. Sarà anche un mecha, ma è una storia di "persone".
Si dipana in modo se vogliamo prevedibile, anche nel finale, che è difficile definire lieto. Non c'è nulla di lieto, in quest'anime, mai. Eppure, non guardarlo sarebbe forse un errore.
Non dico che sia un capolavoro, non lo è. Però non merita di essere scartato. Da lì a dare come giudizio 8 c'è un po' di differenza, lo capisco. Se il robot fa schifo, i disegni sono anonimi e i combattimenti assenti, come si fa ad assegnare un 8? Si può perché fin dall'inizio ci si sente afferrare al cuore da una stretta potente. Ecco, quella stretta è quella che fa gridare 8. Ed esserne convinti.



6.0/10
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Penso che ai giorni nostri l'unica ragione in grado di spingere qualcuno nell'impresa di riesumare un fumetto come "Metropolis" sia la curiosità di leggere la storia il cui nome è stato reso noto dal più celebre film del 2001 di Rintaro e, forse, anche dal lungometraggio di Fritz Lang del 1927, da cui Tezuka prese spunto per la creazione del suo essere umano artificiale Michi. E tuttavia la verità è che questo manga non ha alcuna attinenza con i due titoli sopracitati, né loro si avvicina minimamente per qualità artistica. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel lontano 1949, in cui "Metropolis" venne pubblicato per la prima volta, e l'arte di Osamushi è notevolmente migliorata da allora, tanto da arrivare a regalarci opere immortali come "La Fenice" e relegando di fatto i suoi primi lavori nel vasto mare delle sue produzioni minori.

Il punto dolente è uno e uno solo: questo fumetto è fin troppo legato al tempo in cui fu scritto, insomma è vecchio. Prendiamo ad esempio trama e sceneggiatura: in un futuro non troppo lontano gli uomini, giunti all'apice del loro splendore tecnologico, vivono in enormi megalopoli e affidano incondizionatamente il loro futuro alla guida della tecnica e della scienza. Le menti più brillanti del pianeta si riuniscono a Metropolis per discutere le loro nuove scoperte, ma durante il congresso accade qualcosa di terribile. Misteriose macchie cominciano ad apparire sul sole destabilizzando il suo campo gravitazionale, strane creature appaiono nei sobborghi della città e come se non bastasse il dottor Lawton, impegnato da anni in studi sulle cellule sintetiche, viene rapito da un gruppo terroristico chiamato Red Party e costretto a creare per loro un essere umano artificiale dalle capacità prodigiose che li assista nei loro loschi affari. Nel contempo arriva dal Giappone un investigatore privato con l'incarico di arrestare proprio Duke Red, il leader di quell'organizzazione.

L'intreccio corre veloce e accumula trovate su trovate senza mai preoccuparsi di farsi da parte un momento per dar spazio all'approfondimento di personaggi e ambientazioni, rendendoli di fatto superficiali e stereotipati. Tutto questo, unito a cambi di scena molto spesso troppo rapidi, contribuisce a rendere l'intera avventura decisamente più discontinua e frammentaria di quanto avrebbe dovuto essere.

Non che ciò fosse un problema per il pubblico a cui "Metroplis" si rivolgeva. Un pubblico che spaziava essenzialmente dall'infanzia all'adolescenza e per il quale la fantascienza rappresentava in effetti una novità. Anche l'uso di stereotipi era a tutti gli effetti un vantaggio, un modo semplice con cui trasmettere degli ideali ben precisi in maniera immediata, in modo che chi leggeva potesse immediatamente identificarli in un determinato personaggio.
Kenichi, per esempio, presente come protagonista anche in "Metropolis", era il simbolo del ragazzino puro e onesto ad ogni costo, l'incarnazione di un eroe popolare cui non è difficile pensare i bambini volessero assomigliare durante gli anni successivi alla guerra. Eppure oggi un personaggio del genere risulta piuttosto seccante, piatto e poco interessante nella migliore delle ipotesi. Non è certo un caso che le sue apparizioni nelle storie di Tezuka siano andate sempre più diminuendo nel corso degli anni, proprio mentre il suo alter ego spirituale, Rock, stava subendo quella trasformazione che lo avrebbe portato a diventare uno dei più complessi e amati attori dello star system dell'autore.

Come se non bastasse, i disegni sono ancora molto cartooneschi (basti vedere il cameo del Mickimaus Waltdisneus), molto distanti dal gusto dei lettori moderni che generalmente preferiscono rappresentazioni più realistiche e volte a esaltare la spettacolarità dell'azione. Non che questo sia un problema, visto che i principali fruitori di "Metropolis" saranno probabilmente fan di lunga data di Tezuka, e in effetti è solamente a loro che mi sentirei di consigliare questo manga o, eventualmente, a chi si senta un po' archeologo del fumetto.



7.0/10
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Quando ci si appresta a guardare un'opera ambiziosa come "The Cockpit", dietro la cui realizzazione risiedono i biblici nomi di Takahashi, Kawajiri, Wada, Katoki e Kawamoto, più che attendersi un capolavoro accade, invero curiosamente, di partire prevenuti, perché non sono certo stati isolati i casi di produzioni animate high budget e realizzate da staff all-star che, in assenza di un soggetto forte, si limitavano a mascherare, dietro regie lente e autoriali, animazioni eccelse e favolosi disegni, un'imbarazzante mancanza di contenuti - come i freddi "Robot Carnival" o "Manie-Manie: I racconti del labirinto". I timori non sono certo rafforzati dall'origine del progetto Cockpit, in questo caso l'antologia di racconti Battlefield, ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale a opera di quel Leiji Matsumoto, ben più conosciuto per il suo famoso affresco spaziale, che già di suo è sempre stato letargico nei tempi di narrazione. Fortunatamente il risultato è buono: come previsto non è certo di un'opera di elevato livello, ma sicuramente una visione piacevole che non annoia. Anche se creata da Leiji Matsumoto. Anche se diretta, tra gli altri, da Ryousuke Takahashi.

"The Cockpit" si compone di tre episodi di 24 minuti l'uno, ciascuno diretto, musicato e disegnato da star diverse come da tradizione. Fil rouge che lega le tre storie, ovviamente, il celeberrimo pensiero matsumotiano della sublimazione del sacrificio, del senso d'onore e dei sogni che rendono grande un uomo. Figlio della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda, l'autore rivive il terrore dell'atomica, rendendola protagonista del primo racconto e di parte del secondo e in questo modo dando connotazioni eroiche ai suoi protagonisti, militari qualsiasi dell'armata imperiale nazista o nipponica in lotta con i mostruosi Americani, che hanno venduto l'anima al diavolo per l'uso del micidiale armamento, anche se questo significa trasformare in eroi i kamikaze come nella seconda storia - ragione per cui la produzione desterà un certo scandalo in America. Chiaramente, con racconti stand-alone di poco più di venti minuti certo è impossibile aspettarsi intrecci elaborati o protagonisti tridimensionali; nonostante tutto gli esili soggetti funzionano, i personaggi convincono nella loro basica semplicità e le visioni si rivelano piacevoli, lontane dalla compiaciuta lentezza a cui Matsumoto ci ha abituato in manga e anime.

Si apre con "Slipstream", scritto e diretto da Yoshiaki Kawajiri. Ambientato in Germania nell'agosto 1944, racconta di un asso dell'aviazione della Luftwaffe che, dopo una figuraccia rimediata con un combattimento aereo, ha l'occasione di riabilitare il suo onore scortando a Peenemünde un B17 contenente un importante segreto militare che cambierà l'andamento della guerra. Tema principale è la coscienza, l'eroismo di un uomo che preferisce farsi addossare il marchio della vergogna e del tradimento piuttosto che consegnare al Terzo Reich la bomba atomica che farà vincere la guerra con catastrofici risultati. "Sonic Boom Squadron", scritto da Takashi Waguri e diretto da Takashi "Gundam 0083" Imanishi, gioca a invertire le parti, con un soldato dell'aviazione nipponica che, pur cosciente degli orrori della guerra, preferisce tenere fede al senso dell'onore e alla fedeltà per il proprio paese accettando il ruolo di kamikaze contro una portaerei americana, proprio nel giorno dello sganciamento dell'atomica. Infine, il "Knight of the Iron Dragon" di Ryousuke Takahashi, apparentemente il più allegro e ironico, ma che anch'esso finirà in tragedia, ci parla di due soldati giapponesi di stanza nell'isola filippina di Leyte che, per il loro senso del dovere (in questo caso mantenere una certa promessa), decidono, in una calda giornata dell'ottobre 1944, di dirigersi in sidecar verso una postazione alleata che sanno già essere stata conquistata dai nemici. Tre storie piacevoli, poetiche nella celebrazione spesso tragica dei valori di cui si fanno bandiera. Una compattezza di fondo, nelle tematiche e nelle atmosfere, che ironicamente, in perfetto contrario alle produzioni citate precedentemente come esempio negativo, penalizzano la personalità dello staff a favore della riuscita dell'impianto narrativo.

In effetti, per le tematiche trattate e le storie raccontate, è stato difficile sfruttare le prodezze registiche di Kawajiri e Imaishi, più a loro agio in storie d'azione che non in war drama. Si sente molto, poi, la mancanza di personalità nello stile grafico, a opera di ben tre artisti di cui uno famosissimo (Toshihiro Kawamoro), costretti però a interpretare rigidamente, e con poche libertà creative, le classiche, algide fisionomie matsumotiane. Stessa fiacchezza anche nel mecha design, ovviamente per l'impossibilità di spettacolarizzare vetusti aerei di guerra degli anni '40 - a che pro chiamare Hajime Katoki? Difficilmente, insomma, si scorgono differenze estetiche tra un episodio e l'altro, a riconoscere l'apporto di Kawajiri o Takahashi. Storie tutte, almeno, mediamente buone e ben animate, con notevoli sequenze aeree, ma l'elemento di "grande occasione" si ferma alla lettura dei semplici credit. Ci si poteva aspettare sicuramente di più, ma visto il risultato e i precedenti non è male, ogni tanto, sapersi accontentare.