Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Apriamo la settimana tendendo decisamente verso gli "sconsigliati". I titoli presi in esame per quest'oggi sono Black Rock Shooter (serie), Nisemonogatari ed Hades Project Zeorymer.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.


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"Ragazzine sull'orlo di una crisi di nervi", ecco il titolo che si adatterebbe a pennello a questo "Black rock shooter". L'anime è un misto di piagnistei in questo mondo e botte da orbi in un altro mondo parallelo, collegati tra loro da un doppio filo, la cui intessitura verrà spiegata nel corso della storia.
Di quest'anime non ho gradito né la trama, né la psicologia dei personaggi, né tanto meno il character design, dalle improbabili capigliatura e dagli inquietanti occhi. Salvo solo forse la grafica nei combattimenti e i particolari fondali del mondo parallelo, che tuttavia non sono nulla di innovativo, poiché qualcosa di simile si era già visto in "Madoka Magika".

Se è pur vero che il tutto nasce da profonde sofferenze interiori e fisiche di un personaggio, poi tutto finisce per essere proiettato dagli altri personaggi in beghe e incomprensioni più o meno gravi tra amiche. La paura della solitudine, la possessività, l'invidia, i ricatti morali e i sensi di colpa, che si ingenerano nei quotidiani rapporti, vengono amplificati all'inverosimile, fino a esplodere in questo come in quell'altro mondo. Le emozioni e la drammaticità sono forzate, si vengono a creare enormi problemi su cose veramente ridicole. Il tutto pare totalmente esagerato, salvo che non si voglia concepire l'intero anime come metafora dell'umana sofferenza, ma seriamente non credo che questo prodotto, di vocazione prettamente commerciale, e per questo veramente poco adatto al contenitore per adulti di noitaminA, abbia quest'intrinseca profondità. Mato e compagne restano un gruppo di liceali complessate, imprigionate delle loro quotidiane paure.

Si è trattato per me di una visione deprimente, che mi ha piuttosto annoiata, nel corso delle sue otto puntate; inoltre ho trovato fastidiosissima tutta la storia dell'uccellino - vola l'uccellino nei cieli colorati, pum, gli ho sparato, e non vola più - ma ancor di più è irritante l'opening con quella vocetta metallica che scandisce quel suo "Brack Lock Shootah".
Se vi piacciono i combattimenti probabilmente sarete disturbati da tutte i complessi che si creano le protagoniste, d'altro canto se vi piace il drammatico non so se sopporterete le interminabili botte che si danno le ragazze nell'altro mondo.
A chi è davvero indirizzato questo prodotto? Ai fan di "Madoka magika"? Forse sì, ma rispetto a quest'altro anime "Black rock shooter" manca di un elemento fondamentale: non ha il provocatore, Kyubei, colui sul quale scaricare le colpe, l'indignazione e la rabbia, qui le ragazzine davvero s'impiccano da sole.



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Originalità non fa necessariamente rima con qualità e la serie qui recensita ne è la prova lampante. Nato come sequel del fortunato Bakemonogatari, Nisemonogatari perde per la strada quasi tutti i pregi del suo predecessore e ne inasprisce i difetti.
Pur con le sue imperfezioni, Bakemonogatari aveva indubbie peculiarità che gli hanno permesso di distinguersi. Parlo innanzitutto dell'ormai inconfondibile regia di Akiyuki Shinbou (Mahou Shoujo Madoka Magica, Maria Holic), della grafica sperimentale e delle quantomeno bislacche interazioni fra il protagonista e le sue comprimarie. Certo, gli elementi citati poc'anzi li ritroviamo anche in Nisemonogatari, ma non sono supportati da una trama degna di nota - ammesso che di trama si possa parlare. Essenzialmente ciò che rende questa serie tanto scadente rispetto al suo prequel è la scellerata scelta di lasciare nell'ombra gli elementi soprannaturali dedicando di contro ampio spazio a quelli ecchi.
Sin dal primo episodio, Nisemonogatari dimostra di aver ben poco da dire. Come il prequel, la serie è tratta dai racconti di Nishio Ishin ed è caratterizzata da due archi narrativi dedicati ognuno a una sorella del giovane Koyomi, le cosiddette 'Fire Sisters'. Le vicende dovrebbero ruotare attorno alle due fanciulle, tuttavia pur essendo queste ultime il motore delle azioni, rimane in ogni caso Koyomi il protagonista indiscusso.
Tutto inizia quando in città giunge un truffatore di nome Kaiki, che sembra essere una vecchia conoscenza di Hitagi. Reputo superfluo svelare altro della trama in quanto, come ho già accennato, le circostanze soprannaturali sono soltanto un mero contorno.

Se la caratterizzazione camaleontica di Koyomi poteva ancora risultare soddisfacente in Bakemonogatari, qui inizia a stancare. E neppure la bravura del suo doppiatore riesce a rendere degno di interesse questo personaggio così affettato e anonimo, il cui peggior difetto sta nel non avere una personalità definita. L'unica certezza sul suo conto è la sua incapacità di tenere a bada le proprie pulsioni - in fin dei conti è il protagonista ideale per un harem e tanto basta. Volgendo lo sguardo verso le "amiche" di Koyomi, il panorama è piatto e avvilente, basta dire che ritroviamo le stesse eroine di Bakemonogatari ma meno vestite.
Persino l'ironica e irriverente Hitagi pare aver perduto il suo smalto, le sue battute non sono più così taglienti e spassose, e pare aver smarrito gran parte del suo carisma.

Nisemonogatari parla di nulla ma con stile, è un anime che bada solo all'estetica, che accontenta il pubblico maschile con fanciulle dal character design aggraziato e inquadrature ammiccanti, caratterizzato da estenuanti dialoghi, bizzarri sì, ma di certo non per questo profondi o portatori di un qualsiasi tipo di messaggio.
Graficamente osa molto meno del suo predecessore, eliminando, ad esempio, le numerose scritte su fondo monocolore, ma risulta gradevole grazie a giochi di luci e ombre che fanno più che degnamente la loro parte, alle architetture surreali delle abitazioni e alla regia come sempre poco convenzionale.

Dunque personaggi anodini e una trama assente. Allora, oltre alle apparenze accattivanti cosa rimane? Tanto fanservice e scene volgarissime. Non che il fanservice non fosse già presente nella prima serie, ma in questo sequel è eccessivo, molesto, seccante. Se il fulcro di Bakemonogatari erano gli assurdi dialoghi simili a pensieri disconnessi, quello di Nisemonogatari sono le scene ecchi.
Una cosa è certa, lo studio Shaft propone, ancora una volta, una serie creata su misura per gli adolescenti appassionati di anime e che pare avere tutte le carte in regola per riuscire a far parlare di sé; seguendo il noto principio "bene o male: l'importante è che se ne parli".
In ultima analisi Nisemonogatari si rivela curatissimo dal punto di vista grafico quanto vuoto dal punto di vista dei contenuti.



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Il Tekkoryu è una malvagia organizzazione criminale dotata di avveniristiche tecnologie, che le hanno permesso di costruire otto potentissimi mecha con cui minaccia il mondo. Il suo scopo è ovviamente di conquistarlo, ma un avvenimento inaspettato rovinerà i piani: uno dei suoi generali tradirà, fuggendo e portando con sé lo Zeorymer, una delle divinità meccaniche più potenti. Ovviamente il mecha trafugato si rivelerà essere l'ultima carta rimasta all'umanità per proteggersi dalla minaccia, e toccherà ai giovani protagonisti Masato e Miku pilotarlo.

Io apprezzo e premio spesso la volontà, nel caso di trasposizioni animate, di scrivere storie inedite basate solo lontanamente sulle idee e sui personaggi dell'originale: perché è opera di ingegno, perché i due media dovrebbero idealmente rimanere sempre separati, e perché di carta carbone spesso e volentieri ne facciamo a meno. "Zeorymer" appartiene certamente a questa categoria, miniserie di quattro episodi che, dai miseri due volumi del 1983 scritti da un giovane Takaya Yoshiki (futuro autore del celebre "Guyver") sotto pseudonimo, riprende i due eroi principali e il robottone protagonista inserendoli in una trama completamente riscritta per l'occasione, sopprimendone i tratti erotici ("Zeorymer" era serializzato su Lemon People, rivista per adulti) e rivoluzionando completamente il mecha design ingenuo per adattarlo alla concezione sborona "dangaiana" di studio AIC.

Una trama, la sua, classicissima e banale, ma che almeno reca in sé un inaspettato numero di elementi di originalità che, se non lo salvano da un giudizio mediocre, almeno impediscono di infierire eccessivamente. Nonostante sia estremamente sbrigativo, "Zeorymer" gode di notevoli intuizioni narrative: villain deboli ed emotivi, un protagonista carogna, una coprotagonista la cui utilità al funzionamento del mecha è incredibilmente grottesco e politicamente scorretto, e infine un colpo di scena d'effetto concernente l'identità del "traditore" della Tekkoryu. Idee interessanti, purtroppo sprecate in una miniserie che ha troppo poco spazio per sviluppare il suo potenziale.

Il maggior problema è in effetti la velocità con cui dispiega la densa trama, densa non per chissà quale intreccio intricato ma per l'alto numero di nemici (ben sette) ideati come carne da macello, con conseguente, inutile tentativo di dare loro personalità. Il risultato è un fallimento: gli uomini del Tekkoryu parlano molto, ma il loro contributo alla "caratterizzazione" si esaurisce con sguardi da cattivo e passati oscuri così telefonati da non riuscire a comunicare emozioni, neanche in quei momenti drammatici che effettivamente, con un po' più di spazio, avrebbero potuto lasciare il segno. Stessa solfa per i due eroi, figure potenzialmente tragiche (contando quei colpi di scena già accennati), ma che in soli quattro episodi non emergono e rimangono glaciali visto che lo spazio è usato quasi interamente per tentare di approfondire futilmente i villain.

L'aspetto tecnico e visivo, di buon livello, rappresenta solo un'altra delusione per un prodotto simpatico ma insufficientemente realizzato. Se i disegni di Kikuchi ricordano molto l'Hirano di Iczer-3, il mecha, come accennato, deve moltissima influenza ai strepitosi modelli di Obari e Kawamori per il sempre mitico Dangaio, con questo esercito di otto mecha dal corpo possente e la testa piccola e angolata. Discontinue infine le animazioni: discrete nei momenti di stanca e fluide nelle mazzate robotiche. Ulteriore grasso che cola da una portata fredda.