Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.

Appuntamento dedicato oggi al cinema d'animazione con Clannad - The Movie, Valzer con Bashir e Arrietty.

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

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In rotta con il padre alcolizzato e perennemente incazzato con il mondo, Tomoya Okazaki vive con apatia la sua vita scolastica insieme al migliore amico Youhei Sunohara. Incontra un giorno, per puro caso, una compagna di scuola, Nagisa Furukawa, che, innamoratasi a prima vista del ragazzo, si dà da fare per cambiargli la vita...

Con "Clannad: The Motion Picture" Osamu Dezaki firma tristemente il suo film conclusivo, la sua seconda trasposizione, dopo "Air", delle visual novel di Key. Maggiormente conosciuto per il successivo adattamento televisivo a opera del rinomato studio Kyoto Animation, il videogioco "Clannad" è una pacata commedia romantica che segue le ferree regole del genere, trovando insperata profondità nel secondo atto, "After Story", che mostra come la ragazza scelta dal protagonista tra le pretendenti, Nagisa, inizia con lui a costruirsi una vita. Uno slice of life che racconta come la coppia si crea, convive, si sposa e poi ha un figlio, con il grande merito di raccontare il loro rapporto non secondo una visione idilliaca e fuori dalla realtà, ma mettendolo a confronto con problemi della vita reale come lavoro, salute, drammi di famiglia. Addirittura la morte. Clannad si ritaglia così notorietà per il pregevole "After Story", ma anche per un finale default gratuitamente tragico, messo lì per invogliare il giocatore a ricominciare da capo l'avventura per soddisfare diversi requisiti che porteranno, così, a uno migliore. Il film di Dezaki segue alla lontana il materiale d'origine e, pur tenendo fissi alcuni degli avvenimenti originali, rielabora personaggi e situazioni e si inventa un piacevole terzo finale. Too bad, la nuova storia è sviluppata in così poco spazio, e con tale velocità, da rendere in concreto fallimentare il lungometraggio.

Le note positive vanno indirizzate alle grandi differenze tra film e gioco, in grado di offrire un intreccio nuovo di zecca ai fan: lo sceneggiatore Makoto Nakamura reinterpreta la storia eliminando del tutto gli intermezzi visionari (gli elementi "fantastici" che hanno il loro senso nell'accennata seconda partita), stravolge le caratterizzazioni per adeguarle alla nuova storia, sopratutto Yusuke Yoshino, qui fighetto estroverso; e la coprotagonista Nagisa, non più timida e insicura, ma anzi forte come una roccia e sempre positiva. Egli tratta in modo maggiormente realistico i rapporti tra Tomoya e gli amici dopo la nota "tragedia". L'inedito finale, poi, né troppo cupo né esageratamente positivo, è sicuramente il migliore che Clannad abbia mai trovato, perfettamente coerente con la morale del racconto. Pregi che purtroppo non salvano un lungometraggio sbrigativo e superficiale sotto tutti gli altri aspetti.

Impossibile raccontare bene in un'ora e mezza vita, morte e miracoli della coppia Tomoya-Nagisa, dalle superiori fino alla vita matrimoniale e oltre, eppure Dezaki ci prova ugualmente e i risultati sono per forza di cose indegni. Nessuna caratterizzazione forte regge la narrazione; l'approfondimento delle amiche importanti dell'eroe Kyou e Tomoyo (sparite invece Ryou, Fuko, Miyazawa, ecc.) è frugace, ai limiti dell'inesistente; vi è un'assoluta incapacità di dare un senso ai momenti commoventi, che avvengono di punto in bianco e senza apparente motivo - basta un nonnulla per veder piangere come fontane i protagonisti. Il film di Clannad osa semplicemente troppo, fallendo in tutti gli obiettivi che si prefigge: di coinvolgere nella storia, di rendere tangibili le sofferenze di Tomoya, di far scendere la lacrimuccia allo spettatore mostrandogli tutti i drammi patiti dal ragazzo. Tutto è raccontato in modo fulmineo, con Nagisa che si innamora dell'eroe dopo avergli rivolto una parola, quest'ultimo che rimane indifferente a lei fino a ricambiarne i sentimenti da un momento all'altro, gli iniziali approfondimenti del resto del cast (Youhei Sunohara in primis), che lasciano il tempo che trovano e la conclusione si risolve nel comico involontario, vista la velocità estrema del percorso per arrivarci. Bella è l'idea di mescolare spunti dei due archi narrativi videoludici in una storia nuova di zecca, ma originalità non combacia con qualità quando non si hanno le capacità di sfruttare adeguatamente il tempo previsto.

A questo punto ben poco potrebbe salvare l'opera dalla stroncatura, forse solo un aspetto grafico e tecnico degno del formato invoglierebbe quantomeno qualcuno a guardarlo. Non si pone il problema, poiché anche qui non c'è molto di cui gioire: i lineamenti dei visi sono più dolci rispetto al chara design anonimo della serie tv, e questo è un bene, ma non mancano assurde sproporzioni, e le animazioni stesse sono da media serie televisiva, tanto che se non si sapesse che è uscito al cinema si potrebbe pensare che "Clannad: The Motion Picture" sia un film tv. Musiche più o meno dimenticabili completano il quadro di un lungometraggio che, non fosse per la buona regia di Dezaki (comprensiva dei suoi classici, amati split screen), non sembrerebbe neanche cinematografico.



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Cinema come terapia

Tel Aviv, 2008. Durante il racconto di un incubo ricorrente da parte di un suo vecchio amico, il regista israeliano Ari Folman si accorge di non ricordare quasi nulla della sua esperienza come soldato nella guerra in Libano del 1982. In particolare, si rende conto di avere totalmente rimosso dalla sua coscienza il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila a Beirut, la strage di civili perpetrata con brutale ferocia dalle Falangi cristiano-maronite con la complicità dell'esercito israeliano. Decide allora di andare a ritrovare tutti i suoi ex compagni d'arme per intervistarli e cercare di ricostruire un passato che ognuno di essi conserva solo in parte, perché diventi finalmente una memoria condivisa.

Dalle tormentate terre di Israele arriva un altro film dalla forma insolita. Amos Gitai ci aveva descritto l'attualità della guerra nella Striscia di Gaza con Disengagement, mentre Avi Mograbi aveva riflettuto sui giovani trasformati in macchine da guerra nello scioccante documentario Z32. Ari Folman firma un'interessante pellicola che unisce fiction, documentario e inchiesta storica, affidata ai disegni di David Polonsky e alla tecnica di Yoni Goodman, il quale combina 2DCG, 3DCG, animazione in Flash e tradizionale, con un risultato estetico di grande impatto e di indubbio valore sperimentale. Sebbene a prima vista appaia azzardata e inverosimile per un documentario, la scelta dell'animazione risulta più che mai vincente, perché permette al regista un approccio dal taglio psicanalitico che miscela in maniera efficace conscio e inconscio, reale e surreale (citando Kurt Vonnegut e Apocalypse Now), in un mosaico da ricomporre, in una memoria frantumata e distorta dai fantasmi della guerra.
Le agghiaccianti testimonianze degli intervistati, pregne di sangue e terrore, sono sublimate dal tempo e dall'immaginazione, mutuate dall'inconscio in visioni oniriche e fantastiche (la rabbiosa muta di cani randagi, la "felliniana" dea del mare…). Ma il cinema come terapia di Ari Folman non vuole fuggire dalla realtà, bensì scavare a fondo nei recessi della memoria, per ricordare e "rimontare" quelle immagini nella loro giusta sequenza e nel loro reale significato di morte e distruzione. Così, dopo un'ora e mezza di affannosa ricerca, si arriva alla messa a fuoco nuda e cruda dell'orrenda realtà (i terribili fotogrammi dal vero della scena finale sono un pugno nello stomaco!), rimossa dalla memoria del singolo e del gruppo. In questi giovanissimi soldati di leva, la paura e il trauma scatenano il meccanismo dell'amnesia dissociativa, di fronte ad un eccidio che Folman non esita ad accostare alla persecuzione nazista.
Già ideatore e sceneggiatore del serial In treatment, Folman si rivolge proprio ad un analista come primo testimone della sua inchiesta, ponendo una particolare attenzione alla terapia psicanalitica che egli sente come una necessità non solo per sé stesso ma per l'intero suo popolo in una sorta di seduta collettiva.
Tutta l'emotività interiore nel racconto dei personaggi esplode nella fondamentale colonna sonora di Max Richter, compositore contemporaneo scozzese noto per le collaborazioni con Future Sound of London e Robert Wyatt, maestro di elettronica e di atmosfere deprimenti e malinconiche. In questo caso crea un mix che varia tra Bach, Schubert e Chopin, autentiche chiavi di volta del film, fino ad arrivare ai frenetici quanto grotteschi videoclip, in cui il fucile diventa chitarra rock al ritmo di famose hit degli anni '80 come "Enola gay" degli OMD e "This is not a love song" dei PIL.

Valzer con Bashir tocca un nervo scoperto della recente storia israeliana, maneggia una materia estremamente complessa e scottante. Sotto la veste grafica raffinata e accattivante resta un film impegnato che punta il dito su precise responsabilità e induce a una riflessione obbligata. Teorizza che la demonizzazione generalizzata di Israele è del tutto miope e inconcludente. Se si vuole dare un contributo alla soluzione della questione israelo-palestinese bisogna stimolare con coraggio il recupero della memoria (anche se scomoda) sia da parte dei singoli che da parte della collettività, solo così si potranno ottenere piccoli ma significativi risultati.



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Ecco un mondo che ci eravamo dimenticati. Un mondo di cose piccole piccole, insignificanti a tal punto da essere oramai relegate al di fuori del nostro quotidiano. Archiviate sotto volute di sogni di ben altro livello e decorazione, in quella complessità in cui ci illudiamo di trovare la soluzione al nostro continuo cercare. La peggior condanna per l'uomo che diventa adulto del resto è forse quella di perdere contatto con la semplicità. Smarriamo il piacere di accorgersi di dettagli che oramai diamo per assodati perché sono troppo a portata di mano. Siamo grandi per certe cose e non diamo valore a tutto ciò che ci circonda in abbondanza. Così non ci resterebbe che poter tornare bambini oppure osservarne qualcuno mentre esplora il mondo a gattoni per far affiorare ricordi sopiti e risvegliare in parte quei piaceri dimenticati. Ma le cose semplici ci riescono difficili, abbiamo imparato ad andare solo in avanti e fare passi a ritroso non è contemplato. Dobbiamo dimenticare la lezione razionale, immergerci in una dimensione diversa e vedere con occhi nuovi. Ed è qui che ci tende la mano Arrietty, una creatura piccola piccola capace di ricordarci come questo mondo è fatto veramente. Una goccia di rugiada che scivola tra le nervature di una foglia, il tè che stilla denso da una minuscola teiera, un orologio che rintocca maestoso nel buio di una stanza come in un austero teatro semibuio, una trasparenza di foglie e di fazzoletti di carta che lasciano appena trasparire un mondo di silhouette, permettendoci di immaginare come esso sia veramente interpretando luci e ombre. Il linguaggio di Arrietty è ricco di immagini e suggestione, è potente ed evocatore, soffia la polvere dall'album di ricordi che ognuno di noi custodisce nel cuore. E quando ci svegliamo alla fine del sogno, come potremo mai guardarci ancora attorno con il nostro sguardo severo da adulto. Per qualche tempo un po' di polvere di fata ci rimarrà tra gli occhi e ci ritroveremo a cercare gli gnomi tra le edere e i fiori dell'orto. E forse avremo imparato dalla piccola bimba che vive sotto il pavimento e inizieremo a lasciarci insegnare da chi ne sa meno di noi.