A seguito dell'emanazione del XVIII emendamento, il 16 gennaio 1920 negli Stati Uniti entrò in vigore il proibizionismo: da quel momento fino al 1933 la produzione e la vendita di bevande alcoliche nel paese a stelle e strisce venne considerata un'attività illegale. Ma, come spesso accade, quando qualcosa diventa "proibito" finisce fatalmente per aumentare ancora di più il suo fascino presso quella parte della popolazione che, per natura, è poco incline ai moralismi; e così le principali associazioni criminali americane poterono sfruttare il proibizionismo per creare un nuovo mercato clandestino che garantì loro, in quegli anni, profitti altissimi.
Ma non voglio tediare ulteriormente il lettore: immagino che, almeno per sommi capi, questa storia la conosciate tutti benissimo. Quello che però in pochi conoscono è una strana tradizione in vigore presso i componenti delle varie famiglie mafiose italiane trapiantate in America in occasione della nascita di un figlio: a quei tempi una prole numerosa era segno di prosperità e la prosperità, a quei tempi, era il risultato della vendita clandestina di alcolici. Ma allora perché non celebrare assieme le due cose? Nacque così l'usanza secondo cui il padre di famiglia dovesse passare il giorno del battesimo del suo discendente completamente ubriaco. Purtroppo però questi finiva puntualmente per presentarsi completamente "ciucco" all'altare e, cosa più grave, finiva per dimenticare il nome scelto per il bambino; così quando arrivava il momento di comunicarlo al prete si sparavano parole a casaccio. Ed ecco spiegato il perché in quegli anni nomi come Testa, Granchio, Cerotto, Serpente, Strega o Frate erano all'ordine del giorno. Tra questi mancava ancora "Petaloso" ma d'altronde questo termine è entrato a far parte della lingua italiana solo da poco per cui nisba.

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Scherzi a parte, ho voluto affrontare la questione dei nomi in 91 days già nella premessa un po' per sottolineare l'importanza della cosa ed un po' per liberarmi subito del problema. A mio parere, infatti, se si sceglie di fare un film o un anime sulla mafia italiana la scelta dei nomi dei vari personaggi è importante e non può essere risolta prendendo un vocabolario della nostra lingua e scegliendo termini a caso. Chi non conosce l'italiano probabilmente non ci farà troppo caso; ma ciò non può essere considerata come una giustificazione per due motivi: il primo è che questa recensione è diretta ad un pubblico italiano, e per chi capisce la nostra lingua i doppi sensi che nascono nei dialoghi sono troppi e finiscono per rovinare completamente l'atmosfera. Eviterò di fare esempi in questa sede ma nei miei commenti agli episodi ho pensato di evidenziare quelli che ho trovato più buffi e chi è interessato alla cosa può andare a leggerseli lì. In secondo luogo in tutti i film dello stesso tipo la scelta dei nomi è sempre molto accurata, anche se non si tratta di una produzione italiana. Questa attenzione non è casuale o inutile: pensate che la fama cinematografica di don Vito Corleone sarebbe stata la stessa se si fosse chiamato don Vito Orco oppure don Cerotto Corleone? 
91 Days nasce come anime originale prodotto dallo studio Shuka da un soggetto di Taku Kishimoto; la regia è di Hiro Kaburagi.
Dopo aver assistito, in tenera età, alla strage della sua famiglia ad opera di tre uomini bendati, Angelo Ragusa vive da anni in funzione del suo desiderio di vendetta. La possibilità di realizzarla si concretizza quando il giovane riceve una lettera anonima in cui vengono indicati come autori degli omicidi Vincent Vanetti, capo dell'omonimo clan, suo figlio Nero ed un affiliato alla famiglia, tale Vanno Clemente. Adottando il falso nome di Bruno Avilio e con l'aiuto del suo amico d'infanzia Corteo, Angelo riuscirà ad infiltrarsi nei ranghi della famiglia mafiosa dei Vanetti e ad ottenere la fiducia dei capi; e una volta all'interno del clan non gli resterà che attendere il momento più opportuno per realizzare il suo piano.



Al di là della questione dei nomi devo dire che, in tutta franchezza, questo anime non mi ha entusiasmato molto. Si tratta senz'altro di una buona storia ma i continui alti e bassi non gli consentono di fare quel salto di qualità che in molti, invece, si aspettavano.
In primo luogo l'evoluzione degli eventi è lentissimo: sono troppi gli episodi in cui non succede sostanzialmente nulla e che poi cercano di recuperare la declinante attenzione dello spettatore attraverso una serie di colpi di scena sul finale. Credo che si sarebbe ottenuto un effetto migliore se si fosse deciso di farne un film piuttosto che una serie di dodici episodi: tutte le parti che fungono solo da "riempitivo" non sarebbero state più necessarie, ci sarebbero stati meno tempi morti e la sua visione sarebbe stata meno frustrante.
In secondo luogo pur essendo un anime su "Cosa Nostra", 91 days non sembra riuscire a riprodurne adeguatamente i tratti caratteristici, e ciò sia a livello di mentalità che a livello di azione: i Vanetti più che una famiglia mafiosa sembrano un insieme di cani sciolti che prendono iniziative per conto proprio. Don Orco, poi, è pure peggio: una persona che fa uccidere il cuoco perché non ha gradito le lasagne non è un capoclan ma uno psicopatico mentecatto. Se analizziamo, poi, un altro degli elementi che generalmente caratterizzano questo genere e cioè le sparatorie, la situazione non migliora: si passa da momenti in puro stile "Galaga", in cui tutti sparano a casaccio senza sosta, a momenti di pura illogicità come quando si continua a sparare ad un bancone corazzato invece di aggirarlo, per poi ripararsi dietro un barile quando cominciano a piovere bottiglie (cosa inutile perché per definizione piovono "dall'alto" e non orizzontalmente).
I personaggi, infine, non hanno abbastanza carisma: Angelo è una mummia per i due terzi della durata dell'anime; Nero è un simpatico guascone ma è di una ingenuità sconcertante; Fango è tutto fuorché un mafioso. Corteo e Vincent Vanetti non sono pervenuti.



A salvare questo anime dalla bocciatura. invece, sono la sceneggiatura e la parte finale.
La sceneggiatura nel suo complesso regge: il principio "causa-effetto" viene sostanzialmente rispettato, ci sono poche trascurabili contraddizioni e nei momenti cruciali si fa sempre la scelta più logica, anche a rischio di diventare impopolari.  
La parte finale, poi, è di altissimo livello e ripaga con gli interessi la fiducia dello spettatore che non ne ha interrotto la visione nonostante diversi episodi molto sottotono. I personaggi finalmente smettono di essere delle statue di marmo o delle improponibili macchiette ma prendono finalmente vita, rivelando la loro emotività nascosta ed una personalità tutt'altro che superficiale; lo scorrere degli eventi diventa più veloce ed appassiona davvero; la trama riesce ad esprimere appieno tutto il suo potenziale, tramortendo lo spettatore come un pugile che riesce a sferrare il pugno decisivo dopo un'attenta e curata preparazione. Lasciare, poi, al pubblico una serie di incognite risolvibili solo guardando e riguardando con attenzione le ultime scene è un tocco di classe che ho gradito moltissimo.
Il livello grafico raggiunto non mi ha entusiasmato molto; al contrario la colonna sonora è molto bella. In particolare la sigla iniziale, "Signal" di TK (l'inconfondibile voce di "Unravel", l'opening di Tokyo Ghoul) è un piccolo gioiellino; la sigla finale, invece è "Rain or shine" cantata da Elisa.


 
In sede di giudizio posso affermare che 91 Days non mi è affatto dispiaciuto; ma, a mio avviso, da qui a considerarlo come un'opera di prima fascia ce ne corre. Si tratta di un anime sicuramente godibile, con punte di grandissima qualità; ma preso complessivamente mi è sembrato un anime nella media, da valutare positivamente ma senza menzioni speciali.