
A distanza di poche settimane dai primi annunci è finalmente disponibile il testo del DDL 2195, quello con cui l'onorevole Gabriella Carlucci del PDL conferma i peggiori timori della vigilia e autorizza il titolo con il quale Punto Informatico lo presenta: « Vogliono chiudere la Rete»!
Ricordiamo brevemente i fatti: il disegno di legge nelle intenzioni della Carlucci intenderebbe “ assicurare la tutela della legalità nella rete Internet” delegando al Governo “ l'istituzione di un apposito Comitato presso l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni”.
Si vorrebbe, con questo complesso DDL, che ogni testo postato online potesse venire ricondotto a un cittadino della rete, vietando di fatto la possibilità di esprimersi in maniera anonima.
Come ha affermato l'onorevole Carlucci in un post sul proprio blog e scritto in una lettera aperta indirizzata a Webnews, ciò avrebbe l'obiettivo di arrestare il drammatico fenomeno della pedofilia online e quindi, in nome della tutela dei bambini, anche le misure “eccezionali” che si suggerisce di adottare risulterebbero giustificate.
La risposta di Punto Informatico è durissima su questo punto, non si sofferma neppure sulla questione tecnica, va al cuore del problema, perché le affermazioni della signora Carlucci colpiscono, e davvero molto forte, tutti noi, padri, madri, figli, fratelli, zii, amici...
« La proposta di legge sarebbe semmai antipirateria ma certamente non antipedofilia. Il disegno di legge non sembra avere niente a che vedere con la repressione della pedopornografia in relazione alla quale, peraltro, esistono già eccellenti strumenti tecnico-normativi e magistrati e forze dell'Ordine stanno lavorando tanto e bene. Basta scorrere il testo dell'articolato o, piuttosto, leggere la relazione alla proposta di legge per rendersene conto! Se ciò non bastasse, si può sempre guardare nelle proprietà del file pubblicato sul sito di Carlucci per scoprire che il suo autore sarebbe un tal Davide Rossi, che si qualifica come della tal società Univideo che, francamente, è più facile immaginare dietro ad un'iniziativa legislativa antipirateria che non antipedofilia. Non si può non rimaner male dinanzi ad un'iniziativa repressiva del fenomeno Internet tout court che viene presentata come volta a salvaguardare interessi che fanno vibrare le corde più sensibili dell'anima di ciascuno di noi.
E veniamo ora al testo della proposta. "Internet territorio della libertà, dei diritti e dei doveri", è questo il titolo del nuovo disegno di legge che dà corpo all'ultima di un'interminabile serie di iniziative legislative che mostrano quanto poco il nostro legislatore conosca la Rete e quanto, tuttavia, sia preoccupato di far in modo che lo spazio telematico formi oggetto di un controllo assoluto di orwelliana memoria affidato alle tradizionali dinamiche che, negli anni, hanno reso il mondo dei media anziché uno spazio di libertà e democrazia uno strumento asservito al potere di pochi. Internet non è la stampa né la televisione né è auspicabile che venga trasformata a colpi di leggi in qualcosa di simile.
Ma andiamo con ordine e leggiamo il testo del disegno di legge Carlucci il cui contenuto delude lo spirito "romantico" che sembra averne ispirato il titolo. All'art. 1, come si conviene ad una legge ben scritta, ci si preoccupa di definirne l'ambito di applicazione: "la presente legge si applica a tutte le attività di accesso alla Rete internet effettuate a partire da - e per il tramite di - apparati informatici e infrastrutture fisicamente presenti nel territorio della Repubblica italiana". Un paio di dubbi: che significa "attività di accesso alla Rete internet" e, soprattutto, come si fa a pretendere di veder disciplinata dalla legge italiana ogni attività telematica posta in essere anche solo "per il tramite" di infrastrutture situate nel nostro Paese?
Mi sembra inutile, in questa sede, soffermarmi più a lungo a ricordare all'On. Carlucci che all'attuazione di tale principio osta il diritto europeo nonché trattati e convenzioni internazionali stratificatisi nell'arco degli ultimi decenni. Un po' di conoscenza in più delle dinamiche di circolazione dei contenuti per via telematica e di diritto internazionale, forse, sarebbe stata utile a conferire alla norma maggior credibilità ed attuabilità. Così, quale che sia il contenuto delle disposizioni che seguono, è difficile ipotizzare che Unione Europea e Stati stranieri resterebbero a guardare e lascerebbero, magari, che una comunicazione telematica solo perché veicolata attraverso infrastrutture italiane resti assoggettata alla nostra piccola, piccola leggina.
Ma il bello deve ancora venire. Leggiamo il primo comma dell'art. 2, "cuore pulsante" del DDL Carlucci: "È fatto divieto di effettuare o agevolare l'immissione nella Rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima". Ho già scritto altre volte - non senza raccogliere più critiche che elogi - che, probabilmente, lo stato di maturità della Rete è tale da rendere necessario, proprio a tutela delle libertà fondamentali, immaginare l'adozione di forme di "anonimato protetto" in ambito telematico. Tuttavia l'idea dell'On. Carlucci - anche prescindendo dall'inintellegibilità delle tipologie di contenuti raccolte tra parentesi - è illegittima, inattuabile e non auspicabile. Illegittima perché lo Stato non può esigere che i cittadini agiscano nello spazio telematico facendosi riconoscere se non pone, prima, a loro disposizione sistemi ed infrastrutture idonee a garantire loro tale possibilità. Inattuabile perché, allo stato, scrivere in calce ad un post su un blog un nome e cognome non significa aver adempiuto al precetto normativo caro all'On. Carlucci. Non auspicabile perché non si può esigere che un cittadino debba farsi identificare ogni volta che accede ad un forum di discussione, ad una chat o su un'altra qualsiasi piattaforma telematica.
Se l'estensore del DDL Carlucci avesse sfogliato la disciplina sulla privacy, chiesto un parere all'ufficio del Garante o letto uno qualsiasi delle centinaia di articoli con i quali la dottrina italiana ha, reiteratamente, richiamato l'attenzione sul rischio della costituzione in Rete di uno spazio di controllo assoluto di orwelliana memoria, forse, avrebbe scritto diversamente questa previsione.
E veniamo al secondo comma dell'art. 2.
"I soggetti che, anche in concorso con altri operatori non presenti sul territorio italiano, ovvero non identificati o identificabili, rendano possibili i comportamenti di cui al comma 1 sono da ritenersi responsabili - in solido con coloro che hanno effettuato le pubblicazioni anonime - di ogni e qualsiasi reato, danno o violazione amministrativa cagionati ai danni di terzi o dello Stato". Ce n'è abbastanza per riscrivere il mio "Il processo alla Rete" ma mi limiterò ad un paio di osservazioni:
(a) se la disciplina proposta dall'On. Carlucci dovesse divenire legge, domani (o comunque 90 giorni dopo l'entrata in vigore della legge) gli Internet service provider, le grandi piattaforme UGC (Google, YouTube, MySpace, Facebook) e centinaia di altre piattaforme che animano la Rete nel nostro Paese dovrebbero cessare immediatamente la propria attività al fine di sottrarsi a sicure responsabilità;
(b) devo aver letto da qualche parte - Direttiva UE 31/2000 e D.Lgs. 70/2003 - un principio secondo il quale gli intermediari della comunicazione non hanno alcun obbligo di sorveglianza né possono essere ritenuti responsabili - al ricorrere di determinate condizioni - dei contenuti immessi in Rete dai propri utenti. Sarebbe forse stato opportuno che l'On. Carlucci sfogliasse rapidamente tali provvedimenti legislativi allo stato in vigore nel nostro Paese.
[…]»
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