Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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Spin-off della più nota serie "Inuyasha", "Yashahime" ne riprende alcuni tratti caratteristici, pur discostandosene in aspetti importanti, fino a diventare un'opera originale e autonoma.

La storia ruota intorno alle due "principesse" mezzodemone del titolo, nonché a una simpatica ragazza "demone per un quarto", i cui rapporti di parentela con i personaggi della serie principale verranno chiariti nel corso della stagione.

Anche qui ritroviamo il tema del viaggio nel tempo, della ricerca di sfere dai poteri immensi, di rapporti interpersonali non sempre semplici. Forse proprio in questo secondo aspetto, "Yashahime" insiste particolarmente: la famiglia, le relazioni che ne legano i membri, le scelte dure che si è portati a compiere al suo interno sono tutti topoi che vengono introdotti e - solo parzialmente, trattandosi della prima stagione - approfonditi.

Un altro elemento interessante è la caratterizzazione dei personaggi, con un risalto particolare alle sfumature: non esistono personaggi completamente positivi, così come anche i "cattivi" hanno le loro sfumature. Questo rende i protagonisti assai interessanti e, di conseguenza, lo spettatore molto partecipe delle loro vicende.

Infine, abbiamo il tema della crescita: non solo fisica, ma anche psicologica delle tre protagoniste; non solo nel loro relazionarsi con il mondo esterno, ma anche all'interno del loro stesso gruppo.

La trama, pur non essendo al livello di "Inuyasha", è assolutamente godibile e ricca di discreti colpi di scena. Posto che, come è ovvio, ci sono episodi più riusciti di altri, è molto difficile annoiarsi.
Molto furba la scelta di iniziare la stagione con un super "effetto nostalgia" zeppo dei personaggi di "Inuyasha": una furbizia positiva, comunque, considerando che - a poco a poco - le ragazze (e la serie) impareranno a camminare sulle proprie gambe.

Mi piace molto anche il character design, che riprende bene lo stile della Takahashi (che infatti ha collaborato all'opera) e le sigle, soprattutto le opening: diventeranno, almeno per gli addetti ai lavori, un tormentone.

Nel complesso, "Yashahime" risulta un prodotto assolutamente godibile, nella fascia medio-alta degli anime in circolazione. Lo consiglio assolutamente ai fan di "Inuyasha", per i quali è imperdibile, ma anche a chi cerca un anime al tempo stesso leggero eppure ricco di spunti.

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Ciò che salta subito all'occhio, guardando questo lungometraggio, è la straordinaria cura per quanto riguarda l'aspetto tecnico: animazioni fluide, sfondi dettagliati, character design gradevole alla vista.
Innegabilmente, è un piacere vederlo.

Altro aspetto da considerare è come questo film sia estremamente giapponese. L'animismo di cui è permeato è tipicamente shintoista e l'ambientazione è quella di un Giappone tardo-medioevale. Il fatto che fin dall'inizio i personaggi parlino di demoni e di divinità può far pensare a una dicotomia, tuttavia nel corso del lungometraggio non è perfettamente chiaro da che parte sia il bene e da che parte il male, e questo è un altro punto a suo favore. Rimane comunque la classica morale ecologista di fondo, ricorrente nei film di Miyazaki e facilmente condivisibile. Ashitaka è un protagonista alla ricerca di un luogo d'incontro fra uomo e natura, e questo è un aspetto non scontato. Né la foresta né la Città del Ferro hanno un ruolo da antagonista nel film. Sono semplicemente due mondi incapaci di conciliarsi.

Spesso i lungometraggi dello Studio Ghibli hanno anche una componente fiabesca, questo invece è più maturo e più crudo: altro aspetto che ho apprezzato.
Ricorrente e apprezzabile è anche il tema dell'emancipazione femminile, in un contesto dove gli uomini le considerano inferiori. San, ad esempio, è estremamente indipendente. Interessante però notare che anche l'acerrima nemica di San è una donna, nonostante nell'immaginario collettivo le armi da fuoco siano un simbolo di aggressività e violenza tipicamente maschile. E penso al femminismo conservatore tanto diffuso in Occidente, dove la donna si batte per avere la libertà di imitare l'uomo, senza realmente spezzare le leggi del patriarcato. "Mononoke Hime" è dunque ambientato in una società già maschilista, anche se m'incuriosirebbe vedere un'interpretazione di Miyazaki sul mutterrecht, dato, che durante l'era Jōmon, il Giappone fu storicamente una società matriarcale.
Un altro spunto interessante è rappresentato dai lebbrosi, anche se appena abbozzato.

Per quanto apprezzabile, credo che "La Principessa Mononoke" sia comunque lontano dall'essere perfetto. Pur essendo un lungometraggio di oltre due ore, ha in sé un potenziale che viene soffocato e compresso nel formato di un film. Molte questioni rimangono inconcluse al termine della visione. Per quanto mi riguarda, non ho concluso la visione soddisfatto. Il finale è piuttosto facilone e forzato, e rende le caratterizzazioni di qualche personaggio poco coerenti.
Però questo nell'insieme risulta solo leggermente sgradevole e, se non altro, il film mantiene una certa coerenza nel messaggio che Miyazaki vuol far passare: il rispetto della vita sulla Terra.

9.0/10
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Tra le discussioni su AnimeClick.it che riguardavano serie majokko che hanno ridefinito il genere, molti utenti citavano spesso questo titolo: “Princess Tutu”. Essendo sincera appassionata dei majokko ed avendo la danza classica tra i miei hobby, non potevo non vedere un prodotto su delle maghette che sconfiggono i cattivi a suon di pirouettes. Ed è stata proprio la danza di Princess Tutu a farmi innamorare di quest’anime.

C’era una volta una piccola papera di nome Ahiru che, mentre nuotava su un lago, vide un bellissimo principe. Questi aveva sempre un’espressione triste sul volto. Tempo prima, infatti, il principe, per sconfiggere un malvagio corvo, aveva sacrificato il suo cuore, dividendolo in pezzi. La papera mossa a compassione voleva aiutare il principe a ritrovare tutti i frammenti del suo cuore, così da fargli tornare il sorriso. Il desiderio della papera venne esaudito da uno strano individuo di nome Drosselmeyer. L’uomo diede alla papera un ciondolo, grazie al quale Ahiru si trasformò in un’umana. Inoltre, il ciondolo dava la possibilità alla ragazza/papera di trasformarsi in Princess Tutu, una magica ballerina capace di recuperare i frammenti del cuore del principe grazie alla sua danza.

È opinione di chi scrive che chiunque legga questo incipit abbia come prima impressione quella di trovarsi di fronte all’ennesimo majokko per essere umani nati col solo cromosoma X sotto i tredici anni di età. Ed è effettivamente questo il target di riferimento di “Princess Tutu”. Tuttavia, tale definizione non deve essere considerata un difetto. “Princess Tutu” vuole arrivare in primis a un pubblico di ragazzine, senza la pretesa di essere un capolavoro, ponendosi come semplice obiettivo quello di raccontare una fiaba in maniera egregia, con dei colpi di scena affatto prevedibili e un’ambientazione da sogno.

Essendo un anime sulla danza classica, non si può non parlare della cura al limite del maniacale con cui viene rappresentato il mondo del balletto: l’uso dei termini tecnici per i vari passi di danza, la spiegazione della pantomima, le coreografie dei ballerini. Gli stessi episodi, la maggior parte autoconclusivi, presentano una struttura narrativa basata sui più celebri balletti della storia, quali “Coppelia”, “Giselle”, “La Silfide”, “Il lago dei cigni” e chi più ne ha più ne metta.
Perfino le musiche sono riprese dai vari balletti, e qualunque appassionato si divertirebbe a indovinarle tutte. Addirittura, l’orologio della città ha una melodia ripresa dal balletto di “Coppelia”.
Ci sono anche varie composizioni di musica classica di autori come Modest Mussorgski e Camille Saint-Saëns.

Meglio non spendere tutte le righe della recensione per parlare delle citazioni. Quindi si passi a parlare dei personaggi. Trovandosi all’interno di una fiaba, i personaggi non hanno una caratterizzazione molto complessa, ma è proprio questo il loro punto forte. I personaggi di una fiaba sono sempre stereotipati, e i protagonisti di questa storia non sono un’eccezione. Tuttavia, la semplicità del loro carattere rende le loro azioni molto più genuine, e nel corso della storia non mancherà un percorso di maturazione per ciascuno di loro. Ahiru sarà sempre più consapevole delle proprie azioni, che non verranno più guidate da una semplice infatuazione per un ragazzo. Responsabile delle proprie azioni, Ahiru diventa artefice del proprio destino, accettandolo. Il principe Mytho, riacquisendo man mano i frammenti del suo cuore, desidererà sempre di più conoscere le emozioni che aveva perso, grazie ai legami che formerà con le persone attorno a lui. Rue, amica e rivale di Ahiru, rivendicherà il diritto di amare che le era stato tolto. Il cavaliere Fakir supererà le sue paure per proteggere le persone a lui care e per andare oltre il ruolo che gli era stato assegnato.
Infine, menzione speciale per Drosselmeyer, lo spietato narratore di questa storia, un dio che, nell’aver creato un mondo senza finirlo, non si è reso conto di aver concesso involontariamente il libero arbitrio ai propri personaggi. Il ruolo di Drosselmeyer è molto ambiguo: non lo definirei un vero e proprio antagonista, ma nemmeno un sincero alleato dei protagonisti.

La storia è strutturata divinamente: non ci sono episodi inutili e ogni tassello del puzzle viene rimesso nella sua esatta posizione. Vi è giusto una piccola “sbandata” nell’episodio 22, con personaggi che vengono introdotti dal nulla e spariscono nel nulla, ma sarebbe come cercare il pelo nell’uovo.

Il finale può non piacere a molti. Senza fare spoiler, è considerabile un happy ending a tutti gli effetti, ma con una punta di amaro. Personalmente, vedo il finale come uno dei motivi per cui ancora oggi le persone si ricordano di “Princess Tutu”: assolutamente imprevedibile ma coerente con la storia raccontata. Un finale che da solo ha fatto alzare di un punto la mia valutazione finale.

Vorrei approfondire la questione dell’apparato tecnico. Le animazioni sono sempre molto fluide. Vi sono dei piccoli escamotages per non animare completamente le coreografie dei ballerini. Escamotages che, invece di essere fastidiosi, risultano essere dei dettagli davvero graditi, grazie anche all’eccellente lavoro di regia che mette in evidenza le pose dei personaggi. Il character design è abbastanza moe: praticamente, l’unico a non avere occhi giganti è Fakir. Tuttavia, non mi è sembrato un moe così esagerato da allontanare tutti gli spettatori che non apprezzano questo stile.

Un appunto, infine, sull’edizione italiana, disponibile gratuitamente su YouTube: non mi è sembrato che sia stata fatta alcuna censura all’opera. Il doppiaggio è generalmente buono, quindi non mi sento di criticarlo così tanto. Volendo essere pignoli, vi sono alcuni personaggi secondari doppiati in maniera troppo artificiosa. Inoltre Federico di Pofi, la voce di Mytho, è un bravo doppiatore, ma nelle espressioni di dolore sembra che si trattenga sempre: io non penso che, se sbatti il mignolo del piede sullo spigolo di un mobile, trattieni il dolore. Per il resto, ho trovato azzeccate tutte le voci dei personaggi.

In conclusione, “Princess Tutu” è stata una bellissima scoperta che scala la mia classifica di anime preferiti. Chi critica opere di questo tipo solo perché hanno come target di riferimento un pubblico di ragazzine non è degno di attenzione. Il target non è sinonimo di bassa qualità, tantomeno un difetto: da quando le opere che vogliono arrivare a un pubblico giovane (soprattutto femminile) non possono conquistare il cuore di persone diverse? Nel corso degli anni, ci sono stati tanti prodotti che hanno superato le barriere del target di riferimento. Lo stesso genere del majokko ha degli esempi di questo tipo: da “Sailor Moon” a “Madoka Magica”, da “Miraculous Ladybug” fino alle nostrane Winx. Tutte serie animate che hanno appassionato un vasto pubblico, andando oltre la ragazzina delle elementari. Dunque, per quale motivo “Princess Tutu” non potrebbe essere un majokko che innamori anche persone che stanno per raggiungere il quarto di secolo come la sottoscritta?

Per riassumere le mie opinioni in merito a quest’opera, vorrei ricorrere a un’ultima frase: “Princess Tutu” non vola alto come altri capolavori dell’animazione nipponica, ma rimane a terra e, mettendosi in posa, magari con un delicato arabesque, incanta chiunque lo guardi.