Gli spokon (anime e manga a tema sportivo) sono fra i generi più noti e seguiti. Questo perché, in parte hanno dei denominatori comuni con altri generi di successo come gli shonen, gli shojo, ecc. (con i quali infatti sono spesso "ibridati"), in parte perché hanno degli elementi che permettono, ad un'analisi approfondita, di andare al di là degli stilemi di genere.



Una caratteristica in particolare ne fa delle opere illuminanti sotto il profilo culturale, nonostante tale dettaglio sia divenuto una sorta di marchio di fabbrica, un cliché, che passa ormai inosservato perché canonico.
Tale dettaglio corrisponde ad un sottofondo di base che accomuna tutti i filoni narrativi di questo genere: la competizione.

Si tratta di un elemento che non può considerarsi un'esclusiva degli spokon. Come già accennato altri generi condividono questa caratteristica (soprattutto gli shonen), ma per gli spokon questa è un vero e proprio cardine narrativo e tematico, un elemento portante dell'architettura di tali opere.
Si potrebbe dire che sia quasi una spia, un indizio sintomatico del genere. Anzi, in alcuni casi, diventa una conditio sine qua non, elemento base dell'opera stessa.
Questo topos ha una struttura e delle caratteristiche ben definite e codificate:

la concezione dello scontro come una sorta di tenzone cavalleresca; la sottomissione totale delle proprie energie fisiche e mentali al servizio di un obiettivo irrinunciabile; l'abnegazione assoluta ad un percorso che ha un sapore mistico-catartico; l'esaltazione della figura del contendente in senso superomistico; un senso dell'agonismo che strizza l'occhio al cameratismo di stampo militarista; la costanza esasperata ed esasperante che di fatto cancella qualunque elemento non sia funzionale alla contesa...

Come dimenticare le monomanie di Holly e Benji, l'imbracatura della Stella dei Giants, la voglia di vincere di Haikyuu, le privazioni di Rocky Joe, il mito della Generazione dei Miracoli, i virtuosismi di Sampei, le evoluzioni di Mimì...




Tutti questi elementi non sono, come detto, esclusiva di questo genere. Anzi ad una prima analisi questi non sono altro che i principi alla base della struttura sociale giapponese almeno fin dall'era Meiji.
Questi principi sono quindi profondamente radicati in Giappone e hanno origini anche più lontane nel tempo, parte integrante della storia culturale, che ha i suoi precedenti nel Confucianesimo o nell'etica marziale di Sun Tzu.

Ma la forma di questo topos ha fra le sue basi degli elementi molto più recenti, tipici delle società industriali e postindustriali. Del resto la competizione serrata è presente in molti altri ambiti (lavorativo, scolastico, sociale, ecc.), e non è certo un'esclusiva del Giappone.

Qual è quindi la radice di questo stilema culturale? E quanto è indicativo della struttura di una società?

Un'interessante analisi di questo fenomeno della società dei consumi venne condotta nel 1977 da Günther Anders (che visse anche in Giappone e ne studiò gli schemi sociali) nel discorso sul lavoro e le attività umane in generale, sport compreso:

Lo sport: nuova suddivisione del lavoro

Nonostante l'automazione non abbia ancora sostituito in toto il lavoratore umano, il lavorare è già però oggi defraudato della fatica di lavorare, e non solo della fatica, ma anche del piacere della fatica, dell'irrinunciabile voluptas laborandi. La prova di esistere, che il lavoro un tempo ci forniva: «Sudo, dunque sono», ci è stata tolta. Da un lato, certo, sarebbe ardito sostenere che gli operai e gli impiegati odierni abbiano nostalgia del lavoro di un tempo, tanto più faticoso, o addirittura che uno dei motivi del luddismo del secolo scorso sia stata la relativa (sottolineo: relativa) facilità del lavoro alle macchine. Ma in futuro la nostalgia della fatica, o perlomeno del fare, diventerà travolgente. Già mi vedo davanti i nostri pronipoti: pastori dell'automazione e disoccupati, che avranno nostalgia per il lavoro alla catena di montaggio, nonostante che esso consistesse esclusivamente di movimenti disumanizzanti alla Chaplin, perché comunque quel lavoro aveva ancora rappresentato un minimo di fare, dunque in un certo senso qualcosa di umano, e li aveva esonerati dalla fatica di dover uccidere il tempo da sé: nemici dell'automazione, che, naturalmente, risulteranno sconfitti come i loro antenati che, nel secolo scorso, davano l'assalto alle macchine. Nel frattempo, tuttavia, occupati e disoccupati dovranno accontentarsi di recuperare con altri metodi le fatiche di cui sono stati defraudati. Di fatto ce n'è uno, e precisamente uno che si è dimostrato straordinariamente di successo: lo sport.



Senza un'analisi del lavoro odierno il ruolo dello sport resterebbe incomprensibile. «Cosa fa di solito la sera dopo il lavoro?» chiesi (già vent'anni fa) a un operaio di una fabbrica automatizzata a Marl, che fissava una luce verde. La sua risposta (durante la quale non interruppe quel suo guardare fisso): «Naturalmente il calcio. E, due volte alla settimana, naturalmente, sollevamento pesi», spiega meglio la mia osservazione di poco fa, che gli operai di oggi, segretamente, hanno nostalgia delle fatiche dei loro progenitori. Il doppio «naturalmente» nella sua risposta era del tutto naturale, giacché queste sue attività sportive di tempo libero per lui rappresentavano la compensazione naturale di quelle innaturali: in particolare l'attività troppo leggera che «colmava» il suo «tempo lavorativo» (qui è proprio impossibile fare a meno delle virgolette). In effetti la radice dello sport odierno è il lavoro odierno troppo leggero. L'esistenza e lo sviluppo dello sport possono essere intesi esclusivamente come esistenza e sviluppo complementari. Il che vuol dire: quanto più privo di fatica diventerà il lavorare - e lo sviluppo in questa direzione è già cominciato all'inizio del secolo, per culminare ora nel lavoro dell'automazione - tanto più l'uomo deve recuperare la fatica a cui non può assolutamente rinunciare e, la voluptas laborandi, altrettanto irrinunciabile e strettamente legata a quella, deve dunque trasferirla nel suo tempo libero.
Mentre fino ad oggi questa espressione aveva indicato che l'esecuzione di un lavoro necessario per la fabbricazione di un prodotto veniva suddivisa in diverse fasi (naturalmente più o meno faticose) assegnate a più persone, qui la stessa espressione significa che la componente «fatica» viene sottratta a tutti questi momenti esecutivi del lavoro.

Tale procedura è molto strana, perché contiene in sé una doppia libertà, o meglio l'apparenza di una doppia libertà. Libera appare:
1) l'esecuzione stessa del lavoro, liberata appunto dalla fatica
2) altrettanto libera appare questa fatica separata, dato che procede, come gioco e divertimento, in modo del tutto volontario.

Ciò tuttavia è naturalmente privo di senso. Come già indica il doppio uso della parola «appare», ci troviamo di fronte a un doppio inganno. Infatti:

1) «libertà dalla fatica» non significa eo ipso «libertà»; il lavoro senza fatica (come per esempio incollare buste o, appunto, il lavoro automatizzato) è tutt'altro che libero.
2) E l'ozio non è eo ipso una condizione di libertà, piuttosto la modalità dell'ozio è determinata dalla modalità di lavoro che ci è imposto, dunque altrettanto forzata.

Gli hobbies che fingono di essere attività d'ozio scelte liberamente, sono determinati dagli oggetti che a tal fine vengono offerti come merci, e queste a loro volta sono determinate come controtipi dalla modalità del lavoro d'oggi. Non si capisce perché l'allestirsi da sé un impianto di minigolf (naturalmente con l'aiuto di pezzi prefabbricati) debba essere una «libera occupazione». Se trascorriamo le nostre vacanze fish-spearing o windsurfing, lo facciamo solo perché ci troviamo sotto la pressione di oggetti gettati sul mercato per amore dei produttori. Nei panni di turisti dediti al fish-spearing o al windsurfing, siamo impiegati dei fabbricanti che ci seducono a un'attività che, in quanto lavoratori, non svolgiamo mai: per esempio quella di «uccidere» o di affrontare «uno splendido rischio». Va aggiunto che, abituati a quello che vent'anni fa chiamai «terrore morbido delle merci», noi non siamo assolutamente più capaci di occuparci da soli. Sia come sia, oggi lo schermo televisivo è il nastro della catena di montaggio dell'ozio. Consumando dobbiamo tenere il passo con la sua velocità. In breve: ozio, consumo e sport ci sono imposti come il lavoro. La nostra esperienza di lavoro e d'ozio non è dunque, come sembra a prima vista, una doppia libertà; piuttosto è una doppia schiavitù che, presentandosi sotto forma di una doppia libertà, è la menzogna esistenziale dell'epoca.



Risarcimento per mezzo dello sport

Ma con ciò non si esaurisce l'effetto di compensazione dello sport. Ci sono ancora altri difetti dell'odierno lavorare che vengono risarciti per mezzo dello sport. Mentre, come operai alla catena di montaggio, noi siamo defraudati della possibilità d'identificarci con la nostra attività e di vedere con i nostri occhi il risultato del nostro lavoro, come sportivi - corridori, nuotatori, sciatori - non solo siamo capaci d'essere tutt'uno con il nostro agire (nel più lieto dei modi), ma persino incapaci di non esserlo. E non basta. Ciò che manca all'operaio d'oggi - un difetto a cui si è sempre cercato di por rimedio, con l'introduzione del lavoro a cottimo o con la «competizione socialista» (stacanovismo) - è il momento agonale, cioè la possibilità di entrare in concorrenza, il piacere di essere in concorrenza, e l'avidità di vincere in concorrenza. Quello che i filosofi triviali del capitalismo, in particolare nei loro appelli ai piccoli imprenditori, rimproverano ai socialisti - che essi vogliono abolire la possibilità della libera concorrenza -, questo passo l'industrialismo, con l'introduzione di tecniche di lavoro disumanizzanti (tecniche che sono state riprese invariate dagli Stati socialisti), l'ha già fatto per propria iniziativa e da molto tempo. Nelle fabbriche la possibilità dell'ἀγών (per non parlare del piacere dell'ἀγών) è stata quasi del tutto abolita. Il ruolo del lavoro a cottimo è irrilevante. Vale di nuovo ciò che abbiamo detto poco fa della fatica: che sta avvenendo uno spostamento. Dato che mancano le possibilità della vera concorrenza durante il lavoro, e dato che è impossibile rinunciare sia all'avidità di concorrenza che alla voluptas concurrendi, quest'ultima viene spostata nel tempo libero, di nuovo nello sport, che rappresenta la concorrenza di coloro che sono esclusi dalla vera concorrenza.



Nello sport si può ancora, anzi addirittura si deve vincere, tanto individualmente, quanto collettivamente. Lo sport è la valvola dell'avidità di concorrenza, è «concorrenza per il popolo».



Ma neppure con ciò l'effetto di sostituzione esercitato dallo sport è ancora esaurientemente rappresentato. Infatti bisogna aggiungere - e questa è la sua terza funzione - che esso offre la possibilità ai lavoratori (o a questo li condanna) di avvertire e sfogare una volta alla settimana quel senso di unità e di solidarietà (molto poco gradito alla classe dominante) che essi dovrebbero provare nei luoghi di lavoro, e adesso invece è trasferito su un altro piano, del tutto innocuo (a volte persino in un campo sportivo messo a disposizione dagli stessi datori di lavoro). Ecco perché lo sport - come appagamento, per competizione, della sete di solidarietà - è ben visto, e anzi incoraggiato.



Adesso, come calciatori, essi sono solidali col loro club calcistico o, come ciclisti, con la loro società ciclistica. E lo sono anche quando non partecipano di persona alla partita e alla corsa ma, come amici o membri di famiglia, si limitano a guardare a bocca aperta e a gridare a squarciagola, o anche solo quando fanno il tifo davanti allo schermo televisivo. Allora sono solidali appunto come soci o simpatizzanti dei Brooklyn Eagles o dei parigini Vélos de Rougemont. E cioè non come lavoratori.
Va ancora aggiunto probabilmente (ma ciò va a parare allo stesso punto) che lo sport permette a chi lo pratica di provare quei sentimenti d'inimicizia che, generalmente, gli vengono negati; o meglio, lo condanna a sfogare su un falso oggetto le energie represse, anche dell'odio politico. E non soltanto si sostituisce l'oggetto dell'inimicizia, ma addirittura tale sentimento viene sublimato in quello meno serio del mero antagonismo.



Una volta poi che questi pseudoaffetti sono stati prodotti, possono anche essere ritrasformati - e con ciò facciamo un passo avanti - in pseudoaffetti politici. Recentemente nell'America centrale un incidente sportivo è degenerato in una vera e propria guerra.
Le urla bestiali che interrompevano e concludevano i discorsi di Goebbels (sia le urla di odio contro «il bolscevismo e l'ebraismo mondiale» che le urla di solidarietà per la guerra totale) erano state provate in precedenza sui campi di calcio.
Anche l'urlio sportivo, infatti, già suona «micidiale».
Che i più famosi raduni del nazionalsocialismo abbiano avuto luogo nello Sportpalast di Berlino, ha un significato insuperabilmente simbolico, nessun romanziere avrebbe saputo inventare di meglio.
Tutto ciò, ovviamente, vale anche per l'urlio delle manifestazioni per il Primo Maggio nei paesi socialisti e per le Party Conventions negli Stati Uniti.



Lo sport diventa quindi il miglior denominatore conformistico volto ad ottenere la più totale acquiescenza attraverso un processo che ha tre fasi;

1) Vengono supposti autentici affetti (politici o meno) di solidarietà e d'inimicizia.

2) A questi sentimenti vengono sostituiti subdolamente nuovi oggetti, che vengono trasformati in (inautentici) affetti sportivi. In quanto tali sono incomparabilmente più intensi di tutti gli affetti o le emozioni «naturali»; nessuno infuria per rabbia naturale in modo tanto disumano, come durante una partita di calcio.

3) A questi affetti inautentici, divenuti più intensi, vengono sostituiti nuovi (pseudo)oggetti politici: invece che per la sua squadra il tifoso di calcio ora urla a squarciagola per il suo Reich e per la guerra totale; invece che inveire contro la squadra avversa, adesso inveisce contro il bolscevismo e l'ebraismo mondiale.