Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

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E’ un film complesso e difficile, di non facile fruizione.

Il ritmo lento accompagna lo svolgersi della storia nei risvolti drammatici e umoristici.
Pensavo di vedere maggiori riferimenti al passaggio del Giappone dal mondo semifeudale al tempo della modernità, invece no. O, almeno, non più di tanto. Siamo lontani dai duelli iperuranici di “Nausicaa”, dalle azioni spericolate di “Laputa”, dalla maturazione di “Kiki”, dalla poesia de “Il viaggio di Chihiro”, dal ritmo scanzonato de “Il castello di Cagliostro”, dalla mole grafica de “Il castello errante di Howl”, dalle battaglie di “Mononoke”, forse non troppo distanti dalla riflessione politica di “Porco Rosso”, ma distanti anni luce dalla sconvolgente meraviglia de “Il mio vicino Totoro”.

Ma il Maestro è sempre li. E ci regala scenari mozzafiato, animazioni fluidissime, suoni e rumori ottenuti dalle labbra dei doppiatori, messaggi morali sempre validi.
Il Giappone è già moderno, anche troppo. Il passato resiste ancora nella sorellina del protagonista, ostinatamente ancorata alle antiche tradizioni, e alle vecchie, buone maniere, che ancora oggi affascinano noi Occidentali. Tutto intorno, il mondo è cambiato irreversibilmente, e la rovina si sta insinuando nei sogni degli esseri umani. Infatti, di rovina si tratta, che sia la guerra, gli aerei distrutti nel corso dei voli di prova, la povertà, la corruzione politica (non delle tasche, ma quella ben più grave dell’anima) o le forze delle natura scatenate in un rovinoso terremoto.
All’Uomo non restano che i propri sogni e, per l’appunto, “Si alza il vento” è un film onirico, che narra di sogni caparbiamente inseguiti in un mondo fin troppo reale. Anche l’amore è un sogno, il cui raggiungimento reca sofferenza.

Il sogno è quello del protagonista Jiro Horikokoshi (realmente vissuto!), che non desidera volare, ma far volare, aiutato dal nostro Ingegner Caproni (immaginario, oppure reale?) in un mondo dell’immaginazione che diviene un non-luogo (irreale anch’esso, ma fino a quale punto?). Il sogno è di realizzare una macchina perfetta, il “migliore aereo possibile”, sintesi di tecnologia, mente, immaginazione, fantasia, passione, amore. In una parola: Arte.
Riuscirvi, in una nazione ormai irreversibilmente cambiata e contaminata dalle ombre oscure del nazionalismo e del fanatismo, preservando la propria innocenza, non sarà facile, se non impossibile, e il prezzo pagato sarà stato comunque esorbitante.
Alla fine, la ricerca per la realizzazione del “migliore aereo possibile” da parte del protagonista prende corpo fisico nel Mitsubishi A 6 M2... La macchina si sublima nello spirito del progettista, trascende il metallo del quale è costituita per divenire essere vivente, insieme simbiotico con il proprio pilota. E la macchina Mitsubishi diviene ZERO. Indipendentemente dallo scopo per il quale è stata costruita; svincolata dall’utilizzo violento nelle mani di un’ideologia nefasta; innocente poiché pura, come l’idea del progettista che l’ha estratta dalla materia bruta. Come lo Spitfire, come il Mustang, come la Fortezza Volante, come lo Schwalbe, come una minuscola manciata di aerei tra le molte migliaia di quelli progettati e costruiti nella storia dell’aviazione, finalmente la creazione di Jiro assurge a Leggenda dei Cieli.

E’ forse questo il senso dell’opera, a parere personale la più complessa e difficile del Maestro.
Il sogno che diviene progetto, poi macchina, quindi dall’immaginario al materiale per, successivamente, trasmutarsi in leggenda, e tornare pertanto all’immateriale per eccellenza.
Non un film per bambini e nemmeno per tutti gli altri, forse.
Non basta amare il Maestro per farselo piacere a prescindere. Si devono amare anche gli aeroplani. E, più ancora dei sogni, i sognatori.

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"La città incantata" rappresenta uno dei punti più alti toccati dal cinema dello Studio Ghibli, nonché la consacrazione artistica definitiva di Hayao Miyazaki, incorniciata con l'Oscar assegnatogli nel 2003. "Sen to Chihiro no Kamikakushi" è ad oggi l'unico cartone animato giapponese a cui è stato assegnato un Academy Award come miglior film d'animazione. Travestito da fiaba per bambini, questo racconto si rivela altamente allegorico; nonostante ciò, si dimostra adatto a tutte le fasce di età, grazie a una narrativa interpretabile su più piani di lettura.

La protagonista della storia è una bambina di nome Chihiro, la quale sta traslocando insieme ai genitori in un'altra città. Durante il viaggio, il padre sbaglia strada, e quando si trova dinnanzi a un misterioso tunnel buio, decide di addentrarcisi, seguito da sua moglie e da un'impaurita Chihiro. Il cunicolo li conduce alla città termale, un posto apparentemente abbandonato, ma popolato in realtà da spiriti di ogni tipo. Giunti davanti a un ristorante vuoto con un invitante buffet, peccando di ingordigia, i genitori della bambina inizieranno ad abbuffarsi, trasformandosi in ributtanti maiali. Chihiro, per rimanere nella città incantata e salvare i genitori, sarà costretta a lavorare per la temibile strega Yubaba. Fortunatamente in suo aiuto giungerà Haku, un misterioso bambino tirapiedi di Yubaba che per qualche motivo ha a cuore Chihiro.

La città termale è un mondo parallelo in cui le azioni svolte hanno conseguenze non solo sull'ego, ma anche e soprattutto sull'aspetto fisico; un paese senza filtri, senza maschere, in cui quello che hai fatto e/o subito diventa visibile a tutti, senza possibilità di nascondersi.

"La città incantata" è un film il cui simbolismo è talvolta netto, talvolta interpretabile, in cui ogni personaggio nasconde una chiave metaforica. Miyazaki critica il sistema lavorativo, in cui l'individuo, schiavizzato e costretto a dimenticare il suo vecchio nome in funzione di uno nuovo, è portato a un'inesorabile depersonalizzazione. Emblema di tale critica è anche il laconico e austero Kamaji, lo schiavo delle caldaie, le cui molteplici braccia rappresentano il gran dispendio fisico che necessita la sua mansione.
L'aspetto ecologista e ambientalista di Miyazaki è ancora una volta a dir poco evidente, e in quest'opera viene rappresentato dal sofferente Spirito Maleodorante. Un fetido ammasso melmoso contenente spazzatura e cianfrusaglie di ogni tipo, il cui sgradevole involucro nasconde un limpido fiume. Ennesima e aspra critica miyazakiana sull'inquinamento ambientale da parte dell'uomo. L'uomo senza volto, invece, rappresenta l'effimero. Uno spirito senza volto, appunto, che dispensa denaro per accalappiarsi le grazie degli abitanti della città. Ma il denaro è un valore virtuale, conduce a una felicità fittizia, tant'è che le pepite da lui rilasciate spariscono in breve tempo. Il personaggio di Yubaba è leggermente più complesso. È un personaggio estremamente caricaturale, sia nell'aspetto che nei modi, del resto come gran parte dei villain targati Studio Ghibli. È una strega malvagia e autoritaria, morbosamente legata a suo figlio Bo, un neonato gigante il quale a causa della patologica ossessività della madre non ha mai visto l'esterno della sua stanza. Yubaba ha una sorella gemella, Zeniba, la quale abita in un luogo raggiungibile dalla città termale soltanto tramite un treno. Zeniba è anch'essa una strega, ma a differenza della sorella ha un animo buono e utilizza esclusivamente magie benevole. Le due hanno lo stesso identico aspetto (e non è che Studio Ghibli abbia bisogno di riciclare personaggi), come a suggerirci che in realtà potrebbero essere la stessa persona. Il luogo in cui abita la gemella di Yubaba, infatti, potrebbe essere visto come una sorta di dimensione parallela, e Zeniba, appunto, potrebbe essere nient'altro che la raffigurazione di una Yubaba alternativa e casalinga, la quale, senza cariche governative, sarebbe diventata un'adorabile e mansueta donna di casa. Significando che spesso, il ruolo che rivestiamo, cambia inevitabilmente il nostro modo di essere. Per descrivere l'amore dolce e spirituale che nasce tra Chihiro e Haku, invece, non mi viene in mente niente di meglio che la sigla di "Marmalade Boy", in Italia più famoso come "Piccoli problemi di cuore". "Sono piccoli problemi di cuore nati da un'amicizia che profuma d'amore". Senza baci rubati, però.

L'elogio all'apparato tecnico quando si parla di Miyazaki e Studio Ghibli è tanto superfluo quanto doveroso. Le ambientazioni al solito lasciano a bocca aperta, da panoramiche con colori vivaci a tenui paesaggi in dissolvenza, da prati soleggiati a suggestivi scorci notturni; ogni immagine è ricca di dettagli, e nessun personaggio è messo come riempitivo a mo' di manichino; persino le comparse sono sempre mobili e armoniose nello svolgimento delle loro azioni. Anche le musiche suonano incantevoli, e accompagnano perfettamente per tutta la pellicola. Piccolo appunto sul doppiaggio italiano, che nella nuova versione è peggiorato.

"Mi mancherai Chihiro, la tua migliore amica Rumi". Metaforicamente, la titubanza di Chihiro all'inizio nell'attraversare il tunnel rappresenta la paura nel lasciarsi dietro il passato; il tunnel buio è l'incognita della vita futura che le si prospetta, e il fatto che i genitori lo attraversino con disinvoltura indica che la decisione di cambiare città è stata presa da loro. Abbandonare la sua amica di infanzia e affacciarsi a una nuova realtà spaventa la bambina, percorrere quel buio cunicolo per lei significherebbe crescere.

Il lieto fine, seppur prevedibile, chiude perfettamente il cerchio tracciato all'inizio. "Non guardarti dietro". Con queste parole Haku saluta Chihiro, il suo viaggio onirico giunge a compimento, e ormai maturata ripercorre a ritroso quel tunnel senza girarsi, con la consapevolezza che adesso è una bambina più forte.

Voto: 9

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Sebbene tutti lo conoscono, non altrettanti lo hanno letto e diciamolo subito: il manga non solo anticipa tutte le opere cinematografiche di Miyazaki per contenuti, ma è anche di molto superiore nell’esporre queste tematiche.
E’ un’ opera ad ampio respiro, nel vero senso della parola, epica e molto sfaccettata.
Forse uno dei motivi che spinge i tantissimi fan di Miyazaki a non approcciarsi a questo manga è che in realtà è molto distante dagli standard del manga risultando forse più europeo di ogni altro, anche più - dell’altro conosciutissimo - Akira.
Dunque è un fumetto di impostazione sicuramente francese per via della cura grafica, il formato, i testi e i tempi biblici di pubblicazione. Secondo me va fatto leggere soprattutto ai “mangofili” che si ostinano a ripudiare il fumetto europeo cosicché individuino le palesi differenze con la produzione che tanto amano e forse un giorno daranno una possibilità ad un’altra realtà.
Per esempio la maggior parte dei manga usa balloon enormi che ricoprono mezza tavola e contengono poche frasi, è così. Mentre in Nausicaa i disegni hanno molto spazio, nonostante i balloon siano pieni di testo, perché il formato è maggiore del tipico tankobon e i caratteri più piccoli.
Per non parlare degli sfondi, che di solito latitano nei manga, degli "escamotage drammatici" utilizzati dai mangaka, ovvero vignettone con primi e primissimi piani, o ancora linee cinetiche in ogni dove, anche in un semplice dialogo, solo dare quella carica tipicamente giapponese.
Bene, tutto questo in Nausicaa è assente; anche grazie al fatto che l'autore si prende tutto il tempo necessario, senza la pressione delle scadenze.

Passando alla sceneggiatura, faccio davvero fatica a pensare che Miyazaki abbia scritto anche i testi di questo fumetto in quanto non hanno l’ingenuità tipicamente giapponese, di cui lui a mio avviso è profeta supremo nei suoi film, ma al contrario sono molto maturi e coerenti con l’atmosfera. Non è per nulla lento o prolisso, è anzi molto dinamico e moderno; molto cinematico registicamente, specie nelle lotte, e dal ritmo sostenuto.
Nausicaa è risultato sfiancante per Miyazaki, che riesce a portarlo a termine dopo molti anni solo perché aveva preso l’impegno e non voleva un’opera tronca.
Dunque in questo denso lavoro ha riversato nel calderone disparati elementi culturali, è effettivamente un sapiente mix di oriente ed occidente in ogni aspetto: dai nomi ad ogni sorta di riferimento culturale (religioni, culti e tradizioni), dal design (abiti, animali, mostri e tutto) all’architettura, gli sfondi sono curatissimi nella tradizione europea e il character design è invece quello tipico – espressivo – dei manga.

L’ambientazione post-apocalittica coniugata alla fantasia creativa dell’autore lo rendono unico nel panorama nipponico per ricercatezza e qualità. In realtà non parlo solo di quel genere specifico ma, in generale, la sua capacità nel creare un mondo sfaccettato e coerente dall’incredibile sense of wonder ha pochi rivali, mentre uno che lo surclassa in tal senso è sicuramente "The Five Star Stories".
Le tematiche sono le solite e su tutte si erge: uomo vs natura. Forse la vera differenza con le altre opere dell’autore non è nemmeno l’essenza cruda che caratterizza il manga, perché di certo da questo punto non è eclatante, ma la figura di Nausicaa. La protagonista infatti non subisce un vero e proprio percorso formativo essendo in sostanza un archetipo e un vero messia, quindi non risulta nemmeno infantile. Lei rappresenta la purezza e la speranza del futuro e come spesso accade sono i giovani a simboleggiarle.
Ergo il percorso di crescita è relegato ai soli personaggi secondari, profondamente cambiati dall’interagire con Nausicaa nel corso degli eventi.
L’ultimo volume per me è il migliore e un po’ come Alita, molto meno high concept, offre svariati spunti elevando la densità e la profondità dell’opera tramite dialoghi filosofeggianti e moralistici.

Il colore seppia dona quel fascino di testo antico, una testimonianza o forse è più un monito a frenare l’idiozia, l’ossessione distruttiva che ci contraddistingue dagli animali.
Comunque c’è da dire che non è tutto oro ciò che luccica, infatti è abbastanza action e in realtà potrebbe anche non esserlo. Poi Miyazaki potrà anche essere stato ispirato da Moebius ma non è certamente un “metalhurlantiano” e i suoi limiti si vedono: quasi mai fa respirare i disegni e di solito i campi lunghi sono compressi in vignette piccole perché c’è un numero minimo a cui si attiene, tanto è vero che non c’è una splash in sette volumi ma forse una sola doppia.
Concludo dicendo che mi ha sorpreso, non tanto per la qualità, ma perché mi ha davvero affascinato.