God of War: Sons of Sparta - Recensione del capitolo che nessuno aveva chiesto
Il Kratos dell'epoca greca torna in una veste tanto onesta quanto insipida
di Klarth Curtiss
Immaginate di aver appena partecipato ad una delle cene migliori degli ultimi anni, con piatti prelibati dagli antipasti fino ai secondi, vi manca giusto il dolce per concludere la serata in maniera perfetta; mentre ci state pensando, ecco lì che si avvicina il carrello, la cloche viene sollevata e... sotto vi ritrovate solo un pugno di biscotti bruciati.
Probabilmente è così che si sono sentiti gli utenti Sony durante lo State of Play tenutosi lo scorso 12 febbraio, ricco di titoli e progetti interessanti e conclusosi con un prodotto che nessuno aveva chiesto: God of War: Sons of Sparta.
Il metroidvania che vede protagonista un giovane Kratos e suo fratello Deimos è stato un boccone amaro da digerire, non tanto per il progetto in sé (che poteva anche essere apprezzato), quanto perché sapeva di contentino, visto lo shadowdrop e l'annuncio dell'inizio dei lavori sul remake della trilogia originale (che potremmo dunque non vedere per anni). Ciononostante, abbiamo approcciato questa nuova iterazione con una mentalità aperta, e oggi siamo pronti a raccontarvi l'esperienza nella nostra recensione.
Probabilmente è così che si sono sentiti gli utenti Sony durante lo State of Play tenutosi lo scorso 12 febbraio, ricco di titoli e progetti interessanti e conclusosi con un prodotto che nessuno aveva chiesto: God of War: Sons of Sparta.
Il metroidvania che vede protagonista un giovane Kratos e suo fratello Deimos è stato un boccone amaro da digerire, non tanto per il progetto in sé (che poteva anche essere apprezzato), quanto perché sapeva di contentino, visto lo shadowdrop e l'annuncio dell'inizio dei lavori sul remake della trilogia originale (che potremmo dunque non vedere per anni). Ciononostante, abbiamo approcciato questa nuova iterazione con una mentalità aperta, e oggi siamo pronti a raccontarvi l'esperienza nella nostra recensione.

Slice of life ellenico
Sons of Sparta ci viene presentato come una storia narrata da Kratos a sua figlia Calliope, per intrattenerla raccontandole le gesta di lui e suo fratello quando non erano altro che cadetti. I due giovani facevano parte dell'Agoghé, una realtà realmente esistita, che consisteva in un programma di rigido addestramento sin dalla tenera età, al fine di creare dei perfetti soldati pronti a servire la gloriosa Sparta.
Per quanto la vita dei due prosegua in completa normalità, con Kratos che (come sempre) rappresenta la parte più austera del duo, mentre Deimos quella più scanzonata, la stessa viene stravolta dalla scomparsa di Vasilis, un compagno d'arme dei due.
Determinati a risolvere il mistero sulla sua scomparsa, i due partiranno per un viaggio che li porterà ad esplorare tutta la Laconia, conoscere diverse figure mitologiche e approfondire il legame che li lega, alternando dialoghi tra i fratelli e ritorni al presente, con un Kratos adulto intento a rispondere a diverse domande della figlia.
Sons of Sparta ci viene presentato come una storia narrata da Kratos a sua figlia Calliope, per intrattenerla raccontandole le gesta di lui e suo fratello quando non erano altro che cadetti. I due giovani facevano parte dell'Agoghé, una realtà realmente esistita, che consisteva in un programma di rigido addestramento sin dalla tenera età, al fine di creare dei perfetti soldati pronti a servire la gloriosa Sparta.
Per quanto la vita dei due prosegua in completa normalità, con Kratos che (come sempre) rappresenta la parte più austera del duo, mentre Deimos quella più scanzonata, la stessa viene stravolta dalla scomparsa di Vasilis, un compagno d'arme dei due.
Determinati a risolvere il mistero sulla sua scomparsa, i due partiranno per un viaggio che li porterà ad esplorare tutta la Laconia, conoscere diverse figure mitologiche e approfondire il legame che li lega, alternando dialoghi tra i fratelli e ritorni al presente, con un Kratos adulto intento a rispondere a diverse domande della figlia.
"Quell'uomo sarai che adesso non sei tu"
Tutto ciò che potreste aver visto in un metroidvania qualsiasi, lo ritroverete in Sons of Sparta, il che è sia un bene che un male. Per quanto infatti la struttura, di base, sia perlopiù solida, non c'é davvero niente che riesca davvero a spiccare rispetto alla concorrenza, specialmente per quanto riguarda il level design, completamente assente di qualsivoglia forma di platforming e che abusa di interruttori inizialmente fuori dalla nostra portata per dare una parvenza di dinamicità.
Ovviamente non sarebbe un capitolo di God of War se non si combattesse a profusione (stranamente, senza versare neanche una goccia di sangue), e su questo aspetto ci siamo ritenuti piuttosto tiepidi. Da un lato abbiamo apprezzato la personalizzazione dell'equipaggiamento, che consente di modificare diverse parti delle armi per offrire abilità passive e attive differenti (anche se si tratta fin troppo di un sistema copiato 1 a 1 dagli ultimi due capitoli principali, cosa che stona un po' considerato che è ambientato nel periodo della trilogia originale), oltre alla scelta che ci viene offerta in combattimento, ossia infliggere più danno con attacchi normali, oppure consumare la barra dello spirito per far rilasciare sfere curative agli avversari, al costo di meno danno.
Il momento in cui tutte queste premesse, purtroppo, decadono, è proprio quando si avviano gli scontri: gli avversari sono delle gigantesche spugne di colpi, che non vacillano minimamente ai nostri attacchi e, al tempo stesso, non riescono a interagire bene con gli scenari, non calcolando minimamente i bordi delle piattaforme, cosa che non gli consente di scendere a piani inferiori o superiori al loro, permettendoci dunque di abusare delle differenze di altezza. Inoltre, per quanto i vari doni ottenuti dalle divinità possano essere usati anche in combattimento, il danno è talmente infimo che relegarli al loro ruolo di apertura dei passaggi nascosti è decisamente la scelta migliore.
Dulcis (ma sarebbe meglio dire "amaris") in fundo è il sistema di parry integrato al nostro eroe, soggetto a finestre talmente strette che a tratti ci è sembrato di rigiocare a Lies of P e che dunque è meglio non tentare di utilizzare, pena subire danni gratuitamente.
A onor del vero, quantomeno, dobbiamo dire che il backtracking è lautamente ricompensato e, fortunatamente, non particolarmente complesso, in quanto dei globi presenti in giro per il mondo (che andranno attivati con moneta sonante) ci indicheranno la posizione approssimativa degli oggetti più importanti, che andranno offerti ai templi delle varie divinità per potenziamenti di diverso tipo.
Immersività, quella sconosciuta
Dal punto di vista tecnico il gioco viaggia su alti e bassi: per quanto i fondali siano apprezzabili e tutto sommato ben realizzati, i modelli dei personaggi e dei nemici sono davvero di pessima fattura, risultando poco curati tanto nella realizzazione quanto nei movimenti. Stesso discorso si può applicare al doppiaggio in italiano, che alterna personaggi ben realizzati (per quanto faccia strano ascoltare il Kratos ellenico con la voce del norreno) ad altri di dubbia qualità, oltre a un mixaggio audio pessimo (abbiamo perso il conto delle volte dove i dialoghi di Deimos sono stati sovrastati dalla musica).
Se c'é una cosa che però ci ha dato veramente fastidio è stato il fattore immersività: la serie di God of War ha sempre fatto forza della mitologia greca per proporre soluzioni di gameplay interessanti, qui invece si sfiora l'assurdo a causa di un semplice elemento, ossia il busto di Licurgo. Per quanto non sia affatto male l'idea di dare a un oggetto legato a una persona che, a tutti gli effetti, è stata il volto di Sparta, delle proprietà uniche, qui si raggiungono livelli ridicoli, in quanto non solo quest'ultimo sarà benedetto dagli dei in tempo zero dalla sua creazione, ma nel corso della nostra avventura fungerà da laser per aprire le porte bloccate, database per registrare ogni informazione sulle creature incontrare e, momento di delirio totale, walkie talkie tra i due protagonisti (con tanto di comunicazione tramite lo speaker del DualSense). Siamo favorevoli all'idea che non tutto debba essere giustificato a livello di storia, fintanto che risulti funzionale al gameplay, ma in questo caso siamo veramente a livelli ridicoli. Ad aggravare questa situazione ci si mette proprio la presenza di Deimos: per quanto la storia dovrebbe rappresentare il viaggio dei due fratelli, quest'ultimo comparirà convenientemente nei momenti di dialogo, per poi scomparire fino allo step successivo. Sarebbe stato molto più elegante permettere di cambiare tra i due (dotandoli di abilità uniche) o aggiungere direttamente una modalità cooperativa (che in un certo senso esiste, ma non proprio come speravamo).
Fino alla fine abbiamo voluto davvero dare un'opportunità a questa nuova iterazione di God of War, perché nel mezzo c'é del buono, ma che purtroppo viene seppellito da una serie di problemi non indifferenti. Sons of Sparta rappresenta a tutti gli effetti ciò che si potrebbe definire "baby's first metroidvania", un'opera piatta, non intrinsicamente mal realizzata, ma che fa qualsiasi cosa con una mediocrità disarmante che, per i ben 30€ che vengono richiesti per l'acquisto, viene da chiedersi perché non spendere la stessa cifra per portarsi a casa titoli più validi come Silksong, Grime, Bloodstained, Ultros o chi per esso. In sconto potrebbe anche essere un'esperienza piacevole, ma in ogni caso estremamente dimenticabile.
Messaggio sponsorizzato: se volete davvero far valere i vostri soldi, potete recuperare i titoli che abbiamo citato sopra (Grime, Bloodstained, Silksong e Ultros) a prezzo scontato su Instant Gaming