Perché un episodio anime può costare 300 milioni di yen? Parla il CEO di Graphinica

Nao Hirasawa delinea un panorama produttivo in cui gli studi più grandi possono diventare ancora più grandi mentre i piccoli lottano per sopravvivere.

di Artax

Atsushi Matsumoto di ITmedia ha intervistato Nao Hirasawa, CEO della società di produzione anime ARCH e presidente dello studio Graphinica. Durante l'intervista Hirasawa ha illustrato gli sviluppi nel settore degli anime che hanno portato, negli ultimi anni, a un aumento sostanziale dei costi di produzione: si parla di una spesa fino a 300 milioni di yen a episodio (quasi 1.7 milioni di Euro), per quanto riguarda le serie televisive, o 4 miliardi di yen a film (quasi 22 milioni di Euro).

Innanzitutto, dobbiamo introdurre l'argomento facendo una distinzione su diversi tipi di studi:

Ma perché ci sono così tanti studi piccoli e pochi di questi riescono a raggiungere il successo, sia in termini di notorietà che economico?
In passato, la strada verso il successo per gli studi di animazione era un crescendo: aumento dei costi di produzione → investimenti → garanzia di entrate extra-produzione. Per prima cosa, è importante capire la struttura di base dell'industria dell'animazione fino alla metà degli anni 2010. La posizione degli studi di animazione di allora può essere riassunta nei seguenti quattro quadranti proposti da Hirasawa.
 

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Sull'asse orizzontale troviamo il criterio delle entrate diverse dai costi di produzione, come i diritti d'autore, su quello verticale, invece, la possibilità di essere economicamente competitivo, abbastanza da ricevere incarichi su richiesta.
 

La storia di successo degli studi di animazione di un tempo partiva dal quadrante in basso a destra (il 4), quello della produzione su commissione, per poi diventare uno studio dal talento riconosciuto in alto a destra (quadrante 3), dove la qualità delle opere prodotte come appaltatore serviva da trampolino di lancio per ottenere investimenti di produzione più alti. Con i profitti così garantiti, quando si riceveva l’incarico per l'opera successiva si poteva chiedere di partecipare all'interno del comitato di produzione, ovvero l'insieme di coloro che finanziano un'opera e hanno, così, potere decisionale. Potendo investire in prima persona nell’opera, diventava titolare dei diritti (IP holder), ovvero rientrare nel quadrante 1 in alto a sinistra. Questo era vantaggioso perché chi detiene i diritti di un’opera di successo si assicura una parte dei profitti generati dalla sua notorietà.
La scalata dello studio, dunque, segue il percorso 4→3→1.

Ma qui troviamo un dilemma tipico del settore. Innanzitutto, non è affatto facile realizzare un anime di qualità tale da essere riconosciuto come eccellente, sia da spettatori e soprattutto dai finanziatori, rispettando il budget e le scadenze. Anche se si riuscisse a realizzare un anime di ottima qualità, se non si riuscisse a completarlo entro il budget, il buco finanziario generato graverebbe sui costi di produzione del lavoro successivo, trasformando l'attività in un circolo vizioso in men che non si dica.
Uno studio in questa situazione non può passare dal quadrante 4 al quadrante 3!

Poi, quando lo studio raggiunge una fase in cui riesce a produrre stabilmente nel quadrante, ed essere riconosciuto più volte come un ottimo studio al quale affidare un lavoro, allora cercherà di espandersi nel quadrante 1, di rientrare nel comitato di produzione, per assicurarsi entrate extra oltre ai costi di produzione. Arrivati a questo punto dobbiamo notare come la struttura e la cultura aziendale inizino a privilegiare il business e i profitti derivanti dalla gestione dei diritti, mentre i creativi che compiono il lavoro manuale e artistico si ribellano perché vogliono invece dare priorità alla creatività. La frattura è tale che spesso questi finiscono per mettersi in proprio. Di conseguenza nasce un nuovo studio che ricomincia dal quadrante in basso a destra, a fare mero lavoro di subappalto. Nel settore dell'animazione giapponese, questa “fissione cellulare” si è ripetuta più e più volte, portando alla continua nascita di piccoli studi.

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Ora entriamo nel vivo del discorso. Hirasawa divide gli studi che producono anime in diversi gruppi che chiama "ecosistemi", ovvero differenti modi di strutturarsi dei flussi di denaro e del mercato. Il CEO opera la distinzione in base al tipo di aziende che approvano i budget e alle abilità tecniche degli studi stessi. Questi ecosistemi hanno ciascuno dei flussi di entrate da cui gli studi traggono profitto, oltre a fasce di budget che gli studi possono destinare alla produzione di anime. I livelli dipendono dal potere del marchio, quindi dalla "nomea" dello studio, e dalla diversa provenienza delle entrate da cui lo studio può attingere, come la detenzione dei diritti sull'opera o l'essere parte del comitato di produzione, ovvero il gruppo di coloro che finanzia la produzione dell'opera.
Qui sotto vi riportiamo il diagramma di Hirasawa tradotto.  

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Per Hirasawa il potere del marchio è importante, perché il riconoscimento di uno studio abile e affermato si potrebbe trasformare nella possibilità di ottenere budget più alti per la produzione di anime, perché gli investitori si sono rivolti proprio a quello studio per fare il lavoro.
Ovviamente, qualsiasi sia il budget, gli studi tentano di pianificare tutto al meglio per evitare perdite.

Lo schema qui sopra rappresenta la sua visione dell’industria attuale, che secondo lui è destinata a polarizzarsi ulteriormente entro il 2030. In passato, la minore disparità tra i budget significava che le aziende potevano passare da un livello all’altro più facilmente, producendo in modo efficiente lavori di alta qualità, costruendo il potere del marchio e le infrastrutture, e avere così tutte le carte in regola per potersi sedere al tavolo del comitato di produzione. Questo gli avrebbe permesso di negoziare da posizioni più forti e continuare a partecipare ai comitati di produzione futuri. Questo è da sempre molto impegnativo, ma ora è assai più difficile.

Molto è cambiato da ieri a oggi, ad esempio è entrato in gioco il mercato globale, ma considerare tutti i mutamenti produttivi come se fossero un male è di fatto sbagliato. Hirasawa sostiene che le stesse nuove forze di mercato che hanno portato a queste mutazioni spesso mettono in campo budget più alti e processi decisionali snelli, diventando realtà allettanti per gli studi.
Per quanto riguarda il mercato globale attuale, i budget elevati derivanti dal fatto che l’anime fa parte di un "mediamix", ovvero una proprietà intellettuale che coinvolge altri media, come videogame, novel, fumetti, così come i servizi di streaming entrati nell'equazione a metà degli anni 2010, richiedono che l’anime abbia un appeal di massa a livello globale. Nel frattempo, per gli anime più economici, i ricavi dall’estero sono meno importanti per determinarne il successo. Eppure proprio gli anime a basso budget, nonostante siano fatti pensando al Giappone, stanno registrando solo modesti aumenti negli investimenti di produzione rispetto a quelli di fascia più alta, afferma Hirasawa.
 

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Egli sostiene che gli studi siano sempre più costretti a decidere tra due strade:

Dobbiamo però precisare che le produzioni animate si distinguono in maniera diversa a livello di committenza e finanziario. In sostanza da dove arrivano i soldi per produrre l'opera? Abbiamo allora diverse opzioni di "ecosistemi":


Trovare una via di mezzo che possa soddisfare sia il mercato interno che quello internazionale principale sta diventando più rischioso, quindi è più difficile per i nuovi studi iniziare in piccolo e progredire verso maggiori utili non distribuiti, potere del marchio e partecipazione ai comitati di produzione. Inoltre, Hirasawa afferma che la crescente disparità nei budget ha sconvolto le precedenti ipotesi degli investitori su quanto denaro e quanto tempo occorra per completare un anime, portando a stanziamenti di budget insufficienti per gli studi. I fondi residui che avrebbero potuto migliorare gli utili netti degli studi vengono utilizzati per coprire le falle economiche quando il comitato di produzione non è disposto ad aumentare il budget per una produzione. Ciò ha anche peggiorato la situazione degli studi che operano principalmente come subappaltatori, poiché registrano un fatturato ancora più basso e dispongono di meno liquidità.
 

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Hirasawa sostiene che gli studi e i creatori dovranno decidere dove vogliono competere, poiché le vie per avanzare si stanno chiudendo. È meno probabile che i creatori possano rimanere in un piccolo studio con l'obiettivo di fare carriera insieme. Se i budget di produzione nella fascia bassa, quella degli studi poco affermati, crescono più lentamente e diventano più difficili da stimare, porteranno a maggiori rischi e deficit per gli studi. In questo caso, allora, tutti gli investimenti saranno fatti in nome della mera sopravvivenza economica: diminuirà la qualità, e quindi anche la possibilità futura di accedere a budget più consistenti si riduce, poiché le connessioni o le segnalazioni sono riservate ai livelli superiori, dove Hirasawa colloca gli studi affermati. Insomma, gli studi più grandi possono diventare ancora più grandi, i piccoli lotteranno per sopravvivere.

Sembra che la crescente disparità stia tagliando fuori il gradino più basso delle società di produzione di anime, rendendo la loro esistenza insostenibile; ma d'altro canto vediamo come i livelli superiori sono sempre più dipendenti dal capitale straniero e dall’appeal del mercato di massa per recuperare i costi in modo meno rischioso. Siamo davanti ad un circolo vizioso, perché se ai piani alti si punta a budget sempre maggiori, vediamo che ai piani bassi i piccoli e neonati studi subappaltatori falliscono sempre di più e vanno in bancarotta. 
Il mercato straniero però è più esigente e pretende anime di qualità sempre più alta. Produrre titoli che soddisfino sia l’efficacia in termini di prezzo che la domanda globale è sempre più difficile e anche i grandi studi faticano a rimanere a galla.

Fonte consultata:
IT Media
Animecorner



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