Pragmata - La recensione: l’innovazione della semplicità
Poche cose, tutte giuste. Capcom ci riporta indietro nel tempo con un titolo sci-fi
di DannyK
Negli ultimi anni Capcom ha costruito una reputazione quasi inattaccabile, ma lo ha fatto muovendosi con grande prudenza, restando ancorata alle sue saghe storiche. Pragmata rompe questa inerzia: è una nuova proprietà intellettuale, con un’identità propria e che, soprattutto, gode di un dualismo davvero particolare: nella sua ambizione di sperimentare, scopre che l'innovazione dei tempi moderni è quella di trasportarci indietro nel tempo, facendoci rivivere un'esperienza videoludica che sembra appartenere a trent'anni fa. In un periodo storico in cui la bulimia di contenuti è praticamente un must ed un gioco di 20 ore è considerato a prescindere overpriced, il team di sviluppo sceglie invece la strada di una storia chiusa, circolare, focalizzata su poche cose, quelle giuste. Scopriamo assieme perché ci ha convinto.

L’originalità non è una qualità che è stata minimamente ricercata da questa produzione, a cominciare dall'ambientazione. Siamo in una base lunare, la Culla, un luogo in cui la Delphi Corporation ha spinto troppo oltre sulla tecnologia, pervasa da un’intelligenza artificiale, IDUS, fuori controllo: tutti elementi che appartengono da decenni all’immaginario fantascientifico, già esplorati da decine di opere scritte, cinematografiche e videoludiche. Anche il tema della fibra lunare, un inedito materiale capace di essere stampato in qualsiasi cosa, richiama suggestioni già viste. Tuttavia come detto, a Pragmata non interessa reinventare questi concetti. Li utilizza come sfondo, quasi come pretesto, per costruire qualcosa di più intimo. Parte dal macro per arrivare al micro, facendolo in maniera furba, abbastanza da colpire dove vuole.
Il cuore del gioco è il rapporto tra Hugh e Diana. Lui è un astronauta che rientra nei canoni dell’eroe silenzioso e pragmatico, lei un androide iper avanzato, una pragmata, con sembianze e comportamenti infantili. Il loro incontro dà vita a una dinamica che può sembrare familiare, inevitabilmente accostabile a coppie come Joel ed Ellie o Geralt e Ciri, ma che riesce comunque a funzionare grazie alla qualità dell’esecuzione. Non è una storia che sorprende per struttura o per svolte narrative, ma per come costruisce progressivamente un legame credibile, fatto di piccoli gesti, dialoghi e momenti opzionali (che non vorrete assolutamente perdere). Diana, in particolare, è resa con una naturalezza rara e il gioco riesce a spingere il giocatore a prendersi cura di lei senza mai imporlo apertamente.

Impostata questa base, è ora di menzionare ciò che davvero spinge il giocatore a restare incollato al titolo anche oltre il finale: il gameplay. Nonostante di questi tempi si abbia l'impressione di metterlo sempre in secondo piano, Capcom non si è dimenticata della componente ludica indissolubilmente legata al suffisso "video" del medium, regalandoci un gioco che funziona e diverte davvero. Pragmata introduce un sistema che, sulla carta, sembra persino goffo: mentre si combatte, bisogna contemporaneamente gestire un minigioco di hacking. In pratica, mentre Hugh mira e spara, Diana apre una griglia che il giocatore deve navigare in tempo reale per rendere vulnerabili i nemici. All’inizio questa sovrapposizione di azioni appare artificiosa, quasi un ostacolo più che un’idea brillante. Poi, gradualmente, cambia tutto. L'abilità della piccola pragmata si rivela fondamentale anche per la gestione ambientale, permettendo di aprire o creare passaggi nello stesso modo in cui si crackano i nemici. L'ampliamento delle abilità di Diana nel corso del gioco dà la possibilità di sviluppare una dinamica metroidvania, costringendoci a visitare nuovamente ambienti già completati, per recuperare ciò che manca.

Dopo qualche ora, il sistema si trasforma in qualcosa di estremamente naturale, quasi automatico. Il cervello inizia a lavorare su due livelli contemporaneamente, separando la gestione dello spazio e dei movimenti da quella logica della griglia. Il risultato è uno stato di concentrazione molto particolare, in cui il giocatore non si limita più a reagire, ma anticipa, pianifica e coordina azioni in parallelo. È qui che Pragmata trova la sua vera identità: non nel cosa fai, ma nel come sei costretto a farlo.
Questo approccio cambia anche il ruolo delle armi, perché limitarsi a sparare non basta. Senza l'intervento della piccola cyborg i nemici restano quasi invulnerabili, rendendo necessario intrecciare le due fasi dello scontro, con l’apertura delle vulnerabilità che diventa prioritaria rispetto al danno stesso. Le bocche di fuoco (il cui feedback è decisamente ben curato) finiscono per essere quindi strumenti di finalizzazione, mentre la vera gestione dello scontro avviene nella griglia. Con il progredire del gioco, tra abilità, modificatori e combinazioni, si crea una profondità sorprendente, che lascia spazio a sperimentazione e adattamento. Con tante armi e tanti nodi hacking si apre un grosso ventaglio soluzioni per rispondere alle minacce robotiche, che continuano ad aumentare per varietà e contromisure adottate, costringendoci a leggere sempre meglio il campo di battaglia per muoverci nella maniera corretta.

Il resto dell’impianto mantiene una struttura molto tradizionale, con qualche scelta furba. Un hub centrale, in cui possiamo ritagliarci il tempo per interagire con Diana e fare i vari upgrade all'equipaggiamento, ci conduce ai vari livelli nei quali bene o male il pattern operativo è simile, cambia il contesto. Accennavamo alla furbizia perché la scelta della fibra lunare, con la quale si possono letteralmente anche ricreare interi biomi, permette di non rimanere focalizzati nella classica ambientazione asettica e sci-fi, ma di spaziare da uno scorcio di New York, ad una giungla, ad un tramonto sul mare. Artisticamente funziona alla grande e garantisce ampio margine di manovra nella varietà. L’esplorazione è penalizzata da una navigazione non sempre intuitiva e da un’interfaccia che sembra appartenere a una generazione precedente. Anche la progressione, pur ricca, rischia di diventare dispersiva, con una quantità di sistemi e risorse che non sempre si integrano in modo comodo.
Il ritmo è un po' disomogeneo. La prima parte è costante, con un approccio ben calibrato, ma il finale accelera troppo, lasciando la sensazione che alcune idee arrivino tardi, o meglio che il gioco scelga esplicitamente di rimandare le risposte, disseminando invece di domande tutto ciò che viene prima. Questo squilibrio si riflette anche nella difficoltà, generalmente accessibile, che raramente mette davvero in crisi il giocatore, pur mantenendo una buona tensione durante gli scontri più complessi. Nonostante questi limiti, Pragmata riesce a lasciare il segno. Non tanto per la sua storia, che resta contenuta e in parte prevedibile, né per i suoi temi, che non aggiungono molto al discorso sulla tecnologia o sull’intelligenza artificiale. Il suo valore sta nell’esperienza che costruisce, in quella sensazione costante di essere impegnati mentalmente oltre il semplice gesto meccanico e, come detto, nella relazione tra i suoi protagonisti. I contenuti post game spingono a rigiocare con piacere la modalità new game +, magari alla difficoltà aggiuntiva, oppure a cimentarsi in una precisa modalità che arricchisce significativamente l'opera, mettendoci contro i boss in una maniera inedita, con l'aggiunta anche di nuove armi e nodi hacking per dare ulteriore profondità.

Tecnicamente il RE Engine continua a fare un lavoro egregio, esprimendosi al suo picco in contesti piuttosto limitati e chiusi, mantenendo una coerenza di fluidità e qualità lungo tutta la narrazione. Una doverosa menzione va fatta al doppiaggio italiano, veramente buono soprattutto per il lavoro fatto su Diana; le musiche non sono memorabili ma funzionali all'opera, mentre i rumori e suoni ambientali sono riprodotti con la consueta attenzione al dettaglio tipica di opere di questo spessore.
È un gioco che vive di contrasti. Da una parte è derivativo, pieno di richiami a produzioni passate; dall’altra introduce una delle idee di gameplay più fresche viste negli ultimi anni nel genere. Senza il suo sistema di combattimento sarebbe probabilmente un titolo buono ma dimenticabile. Con esso, diventa qualcosa di più raro: un esperimento riuscito, una bella storia da vivere, con il suo buon carico emotivo. L'impressione è che le idee iniziali fossero tante, ma che il lungo tempo di sviluppo abbia generato un preciso lavoro di rifinitura con il quale è stato tagliato via tutto il superfluo, mantenendo ciò che funziona davvero e, soprattutto, ciò che serve per fare un videogioco, proprio come nelle produzioni più memorabili. In un panorama sempre più standardizzato, questo basta già a renderlo significativo.
