Soul Mate: due anime gemelle oltre ogni etichetta. Recensione della serie Netflix
Una storia che supera distanza, tempo e definizioni, conquistando nonostante i suoi limiti
di alis89

La storia si snoda lungo l’arco temporale di dieci anni, viaggiando fra vari paesi: Giappone, Corea e Germania.
È proprio a Berlino che i due protagonisti si incontrano: Ryu, interpretato da Hayato Isomura, entra in una chiesa e rischia di morire in un incendio. Viene salvato da Johan Hwang, interpretato dall’attore e idol Taecyeon, un pugile sudcoreano presente anche lui all’interno dell’edificio.
Quest’ultimo non crede nel destino e non vuole nemmeno conoscere il nome di Ryu, ma ben presto i due si rincontreranno.
Johan parla giapponese, lingua che ha imparato leggendo i manga, tra cui La Fenice di Osamu Tezuka; Ryu prova più volte ad avvicinarlo anche tentando di pronunciare qualche parola in coreano.
Comincerà così un’amicizia che durerà nonostante la distanza e il tempo.

Già prima della sua uscita si discuteva animatamente se definire la serie bromance o boys’ love. Perfino Netflix che lo aveva presentato come un progetto bromance è poi passata al termine boys’ love.
Soul Mate non è niente di tutto ciò e, allo stesso tempo, è molto di più.
Il drama, infatti, gira attorno a due anime affini che portano dentro di sé grandi ferite, ma grazie al loro incontro riescono in qualche modo a guarirsi a vicenda.
Non sono personaggi perfetti: hanno le loro fragilità e i loro scheletri nell’armadio.
I protagonisti si riconoscono perché vedono qualcosa l’un l’altro che il resto del mondo ignora o non comprende. Nonostante cerchino di nascondere il dolore, il loro legame diventa sempre più solido.
In Soul Mate, l’amore non nasce dall’attrazione, ma dalla comprensione e dal supporto reciproco.
In un mondo iperconnesso, si può sentire la solitudine anche quando si è circondati da persone. Ed è raro trovare qualcuno capace di farci sentire meno soli.
Lo stesso attore protagonista Taecyeon in un’intervista ammette che il punto focale della storia non è la componente fisica o sessuale. L’intera serie parla di affetto, di diversi tipi di amore e di come possa essere espresso in modi differenti, mostrando tutte le sfaccettature attraverso cui questo sentimento può manifestarsi.
L’amore, infatti, può assumere molte forme e a volte non può essere racchiuso in una definizione precisa.

E in questo la serie ha centrato il punto: non ci sono baci o effusioni; i protagonisti diventano casa l’uno per l’altro. Si capisce da come si sostengono nelle difficoltà che fra loro non c’è un semplice rapporto di amicizia.
Ma se questo è il suo punto di forza, è anche il suo limite.
Durante il corso della visione, quando la storia è già entrata nel vivo, avviene una discussione fra Ryu e Johan che rappresenta uno snodo fondamentale per la storia.
Tutto, però, avrebbe avuto un impatto maggiore se prima ci fosse stato un qualsiasi avvicinamento fra i due. Non si tratta di un bacio o di qualcosa di fisico, ma proprio un fattore che riguarda la sfera emotiva: non c’è un gesto o uno sguardo o neppure un discorso, seppur platonico, che richiami a una componente romantica. Per questo motivo, le parole che Johan pronuncia sembrano quasi perdere valore.
L’attore Hayato Isomura ha dichiarato che ci sono tante serie boys’ love con baci e scene d’amore e Soul Mate voleva offrire qualcosa di differente; nonostante la chimica dei personaggi che si guardano con uno sguardo tenero e d’intesa, rimane però la sensazione che qualcosa manchi.
Proprio questa ambiguità ha portato parte del pubblico ad accusare la serie di queerbaiting. La serie sembra voler tenere il piede in due scarpe: il titolo definisce Ryu e Johan anime gemelle per attirare il pubblico amante delle serie boys’ love, ma non ha il coraggio di raccontare davvero fino in fondo la loro storia d’amore.

Un altro difetto è la trama frammentata: seguendo la storia dei due protagonisti per dieci anni vengono presentate, in solo otto episodi, tantissime vicende e personaggi, con il risultato che alcuni passaggi, nel loro svolgimento e risoluzione, risultano troppo frettolosi.
Le storie secondarie risultano molto commoventi, donano un ritmo pacato, offrono uno squarcio di vita di una famiglia atipica e danno spunto per parlare di diverse tematiche.
È tenero vedere la migliore amica di Ryu che sorride ammirando il ritratto che Johan ha realizzato dell’altro o i genitori di Ryu che accettano Johan come se fosse un altro figlio tanto che quest’ultimo li chiama "eomeoni" e "abeoji", ovvero “mamma” e “papà” in coreano.
Durante la visione, tuttavia, si avverte il desiderio che la narrazione si focalizzi soltanto su Ryu e Johan e sulla loro intimità.
Le vicende non presentano i soliti cliché delle serie boys’ love degli ultimi anni, anzi, ne prendono le distanze, essendo un prodotto totalmente diverso. Non mancano, però, gli stereotipi legati al tag drammatico, per cui i protagonisti dovranno affrontare numerosi momenti tragici, forse anche troppi.

Si passa sopra a questi piccoli difetti grazie alla bravura dei due attori protagonisti.
Spicca fra tutti Taecyeon. È vero che conosceva già la lingua giapponese, ma recitare in una lingua che non è la propria non è sempre semplice; lui ci è riuscito in maniera impeccabile, ricorrendo comunque al coreano nelle scene emotivamente più forti: dopotutto, è proprio quando una persona è a pezzi che torna a parlare nella propria lingua madre.
Inoltre, il suo personaggio ha richiesto una perdita di peso e un rigoroso controllo della forma fisica, oltre che a un intenso allenamento nel pugilato.
Hayato Isomura, invece, ha dovuto trasformarsi in un giocatore di hockey, sport in cui non aveva nessuna esperienza e per il quale si è dovuto esercitare ogni giorno così da rendere i movimenti più fluidi possibili.
In ogni scena, è stato talmente eccezionale da essere all’altezza dell’altro protagonista, ma senza mai sovrastarlo, anzi lasciandolo sempre brillare.
Anche gli attori secondari sono stati straordinari, basti solo pensare a Kenshi Okada nei panni di Arata, amico e compagno di squadra di hockey di Ryu, che pur avendo uno spazio limitato, ha rubato il cuore di molti spettatori.

Dal punto di vista estetico Soul Mate ha tutto ciò a cui i drama asiatici ci hanno abituati: una splendida fotografia e luci soffuse.
La regia di Shunki Hashizume, regista anche del drama live-action More than Words in cui affronta alcune tematiche simili, privilegia i momenti di quiete e le emozioni trattenute, lasciando spesso che siano gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che i personaggi non riescono a esprimere a parole.
Il tutto è accompagnato da musiche che enfatizzano ogni momento della storia.
Soul Mate è disponibile su Netflix sia sottotitolato che con il doppiaggio in italiano.
Hayato Isomura, che in Alice in Borderland era doppiato da Dario Sansalone, qui ha la voce del bravissimo Manuel Meli che ho trovato particolarmente adeguato al personaggio.
Flavio Aquilone, nei panni di Johan, ha una voce molto diversa da quella dell’attore originale, ma lo aveva già doppiato in precedenza nel drama Vincenzo.
Non condivisibile è la scelta di doppiare qualsiasi dialogo, ad eccezione di qualche parola isolata, che si tratti di giapponese, coreano o inglese, un po’ come era già successo in Come si dice "Amore"?: in questo modo non si percepisce quando un personaggio passa da una lingua all’altra.
Purtroppo è un problema che ritroviamo anche nei sottotitoli, tutti uguali per quanto riguarda font o colore, nonostante le lingue siano diverse; per un orecchio non particolarmente allenato può risultare difficile capire quando un personaggio cambia lingua.
Da questo punto di vista, Pachinko su Apple TV+ rimane ancora oggi uno degli esempi migliore di gestione del multilinguismo. I sottotitoli cambiano colore a seconda della lingua parlata dai personaggi: bianco per l’inglese, blu per il giapponese e giallo per il coreano (unica lingua doppiata con il doppiaggio italiano).

Soul Mate è una serie imperfetta e forse troppo timida nel definire la natura del rapporto tra i suoi protagonisti, suggerita soltanto nel finale e della quale il titolo stesso rappresenta un indizio.
“Anima” è una parola che ritorna spesso durante la visione e diventa un filo conduttore all’intero del drama: Ryu e Johan sono due persone che stanno cercando di proteggere la propria anima e, per farlo, tentano anche di nasconderla. In realtà, il modo più semplice di salvarla è donarla all’altro.
Soul Mate riesce a lasciare il segno grazie alla sensibilità con cui appunto racconta la solitudine, il dolore e il bisogno di comprensione.
Al di là delle etichette con cui possiamo definire questo drama, ciò che resta è la storia di due persone che si trovano in un momento buio della loro vita e diventano salvezza l'una per l'altra.
Per l’appunto, anime gemelle.
“Anima” è una parola che ritorna spesso durante la visione e diventa un filo conduttore all’intero del drama: Ryu e Johan sono due persone che stanno cercando di proteggere la propria anima e, per farlo, tentano anche di nasconderla. In realtà, il modo più semplice di salvarla è donarla all’altro.
Soul Mate riesce a lasciare il segno grazie alla sensibilità con cui appunto racconta la solitudine, il dolore e il bisogno di comprensione.
Al di là delle etichette con cui possiamo definire questo drama, ciò che resta è la storia di due persone che si trovano in un momento buio della loro vita e diventano salvezza l'una per l'altra.
Per l’appunto, anime gemelle.