Jaadugar - A Witch in Mongolia: le prime impressioni sul nuovo anime storico di Science SARU

Il nuovo anime di Abel Gòngora e Naoko Yamada sembra portare alto il nome dei suoi autori

di Artax

Molto atteso tra i titoli estivi, in una stagione ricca di offerte e di opere dall'alto potenziale, c'è senza dubbio Jaadugar: a Witch in Mongolia, adattamento animato del manga di Tomato Soup, in Italia edito da J-POP Manga. Sin dalle prime immagini, l'anime desta una certa curiosità, anche solo per il design non esattamente conforme agli stilemi nipponici, esattamente come il manga da cui è tratto. Le prime puntate promettono una storia fuori dal tempo; una storia umana, esotica, alla scoperta della storia e cultura del Medio Oriente del 13esimo secolo: un tempo e un luogo non proprio consueti per un anime.
 
 
All'inizio del XIII secolo, nella città di Tus, in Persia, Sitara viene venduta come schiava a una famiglia di studiosi. Pur tentando in un primo momento di scappare, la ragazza impara da loro l'importanza della conoscenza e finisce per lavorare e studiare nella loro casa. Dopo che l'erede della famiglia parte per Nishapur per proseguire gli studi, i mongoli invadono Tus: Sitara viene catturata dall'esercito di Tolui, mentre il suo padrone viene ucciso nel tentativo di proteggerla. Portata in Mongolia, la ragazza assume il nome di Fatima e comincia a tramare la propria vendetta contro i mongoli.
 
 
La serie, distribuita in Italia da Crunchyroll, si apre smentendo se stessa: se tra i temi centrali c'è quello della schiavitù, sicuramente Jaadugar compie i primi passi ricostruendo una realtà che si direbbe ossimorica, fin troppo serena per rappresentare la vita di alcune schiave. Troppa gente sorridente, troppe attenzioni e premure per la "merce"; pare da subito una romanticizzazione della schiavitù (specificamente femminile) esageratamente idilliaca, tanto da far storcere il naso. Ma l'irrealtà di questa prima parte è sicuramente voluta in quanto serve proprio da contraltare a ciò che la serie si appresta a rappresentare, in modo tale da  poter generare ancora più sconcerto quando questa facciata va in frantumi con crudezza e spietatezza.

La vita di Sitara e delle sue compagne si preannuncia dunque piena di insidie e di momenti tremendi; eppure la costruzione del personaggio, l'attenzione alla sua crescita e la resa musicale dei suoi percorsi emotivi sono già solidissime, e si rivelano fin dai primi istanti il vero cuore pulsante della serie. Inoltre, i legami tra i personaggi sono l'ossatura che regge l'intera vicenda, nella buona e nella cattiva sorte, e ci si aspetta che proprio tramite questi la storia continui a procedere, portando lo spettatore verso un viaggio storico ed emotivo.

In tutto questo, Jaadugar riesce fin da subito a restituire un quadro molto chiaro della cultura persiana, presentando un lavoro che non è frutto di invenzione ma di un vero lavoro di ricerca, anche a livello grafico. Il lavoro di Yuri Kabasawa, direttrice artistica della serie, si rivela estremamente funzionale sia nel rappresentare luoghi, situazioni, abiti e oggetti, sia nell'usarli per amplificare le emozioni dei personaggi. Questi ultimi, inoltre, sono sicuramente forti di un design molto particolare che ricalca la semplicità dei manga delle origini, ma che con poche linee nette riesce a comunicare ciò che è davvero importante. Chiaramente, lo stile dei personaggi è ripreso fedelmente da quello del manga, e nella serie viene usato e fatto muovere davanti alla telecamera con maestria: bastano pochi e fugaci sguardi per intuire pensieri e motivazioni dei protagonisti.
 
jaadugar.jpg


Jaadugar è un titolo particolarmente atteso non solo perché adattamento di un manga amato e apprezzato, ma anche per lo staff che se ne è occupato. Alla supervisione della regia troviamo infatti un'autrice amatissima dagli appassionati di animazione giapponese, Naoko Yamada, a cui si devono la delicatezza di Liz e l'uccellino azzurro e di La forma della voce, ma anche la leggerezza di K-On!! e le rappresentazioni familiari di Heike Monogatari. Dopo questo titolo, Yamada torna a collaborare con Science SARU per un'altra serie animata, di nuovo di ambientazione storica, dalla quale è lecito aspettarsi la stessa attenzione ai piccoli gesti, alle aspirazioni e alla straordinaria quotidianità dei protagonisti, uomini e donne comuni nonostante la loro rilevanza storica.

Alla regia della serie troviamo invece un altro autore noto per uno stile eclettico e poco "giapponese", specializzato nell'animazione in Flash: Abel Góngora (Scott Pilgrim: La serieDAN DA DAN). La regia porta innegabilmente la firma di Góngora: spazi chiusi frequenti ma ripresi con piani ampi, meno dettagli sui personaggi e più azioni in secondo piano, un uso sottile della prospettiva, personaggi decentrati e una vena comica che stempera i toni drammatici. La delicatezza della macchina da presa e la cura al dettaglio sono però sicuramente frutto della supervisione di Yamada, di cui si riconosce chiaramente il ritmo, l'attenzione ai personaggi e la consapevolezza che la storia è fatta da persone comuni, non da eroi. A completare il quadro, una colonna sonora estremamente efficace: capace di intrattenere, certo, ma anche di farsi corda emotiva di intere sequenze; merito, molto probabilmente, anche questo, delle scelte di Naoko Yamada.
 
Jaadugar ha tutte le carte in regola per diventare uno dei titoli più apprezzati della stagione: i temi che porta in scena, dunque la schiavitù, l'importanza della conoscenza, la lotta per la libertà, la ricerca della speranza, sono temi senza tempo, tutt'altro che semplici da trattare. Jaadugar sembra voler raccogliere la sfida, forte di uno staff di altissimo livello che ha già dato prova di saper unire emozioni, parole e sussurri a una colonna sonora capace di restituire i luoghi dell'ambientazione e i sospiri dei personaggi, a una sceneggiatura che pare voler anticipare le emozioni dello spettatore, e a immagini e movimenti capaci di parlare anche restando in silenzio.


Versione originale della notizia