The Ghost in the Shell: il regista del nuovo adattamento animato spiega il suo approccio

il suo pseudonimo deriva dal desiderio di annullare il proprio ego e diventare una macchina da disegno dedita all'animazione

di Ironic74

Mokochan, il cui vero nome è Tōma Kimura, il regista del nuovo adattamento The Ghost in the Shell realizzato dallo studio di animazione Science SARU, sta catturando l'attenzione dei fan non solo per il suo lavoro sulla serie, disponibile su Prime Video anche con doppiaggio in italiano, ma anche per il suo approccio eccentrico e insolito all'animazione e alla regia in generale. Solo la settimana scorsa aveva fatto parlare di sé dichiarando che il suo metodo per realizzare un adattamento fedele al manga originale di Masamune Shirow consisteva nel "cercare una comunione spirituale" con l'autore, arrivando persino a pregare un'immagine immaginaria di Shirow, che è ancora vivo e vegeto.
 

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In questi giorni invece è il suo "nome d'arte" a far parlare gli appassionati, e questo perché in una recente intervista rilasciata a Pen Online, Mokochan ha svelato le origini del suo insolito pseudonimo. Il regista, la cui carriera nell'industria dell'animazione era nata da una passione per le Tartarughe Ninja, è iniziata ufficialmente nel 2015 e si è consolidata attraverso i contributi (ha ricoperto il ruolo di assistente alla regia, oltre a realizzare lo storyboard e a dirigere sia un episodio che il finale) all'anime DAN DA DAN, ha precisato che il soprannome non è affatto pensato come una battuta. "C'è stato un momento in cui mi sono detto: 'Abbandona il tuo ego e diventa una macchina da disegno!' e da quel momento ho iniziato a pensare a me stesso come Mokochan. Non sto scherzando: credo che sia il mio modo di assumermi le responsabilità con sincerità", ha dichiarato.

 

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Coerentemente con il suo ideale di "macchina da disegno", Mokochan ha affermato di non avere "assolutamente alcuna intenzione" di ostentare la propria sensibilità personale quando lavora a un anime. Piuttosto che la sensibilità individuale, considera la "fisicità" come l'elemento molto più importante nella produzione di animazione. "Produrre animazione coinvolge organizzazioni enormi e complesse, con persone che svolgono una grande varietà di ruoli. Il processo è altamente specializzato, e ci sono momenti in cui, piuttosto che esprimere originalità, ciò che è richiesto è la capacità tecnica di disegnare seguendo le istruzioni. Ma nel momento in cui qualcosa passa attraverso le tue mani e diventa il tuo output, inizia inevitabilmente a portare l'impronta del suo creatore. Una volta che ho imparato a fidarmi di quel tipo di firma fisica, ho smesso di sentire il bisogno particolare di esprimere me stesso", ha spiegato il regista, aggiungendo che questo approccio non è cambiato nemmeno ora che ha esordito come regista.

Si tratta di una filosofia che ribalta l'idea romantica del regista come autore che impone la propria visione personale su un'opera, abbracciando invece una forma di artigianato quasi impersonale in cui la qualità tecnica e la fedeltà all'opera originale hanno la precedenza sull'espressione del sé. Un approccio tanto più interessante se si considera che l'opera di cui Mokochan si è fatto interprete, Ghost in the Shell, è essa stessa un'esplorazione filosofica dell'identità, della coscienza e del confine tra essere umano e macchina. 
 

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Non si può non notare quanto questa posizione si contrapponga radicalmente a quella di Mamoru Oshii, il regista del celeberrimo film animato del 1995 che è ancora oggi considerato uno dei capolavori assoluti del cinema d'animazione mondiale. Oshii aveva fatto esattamente il contrario di ciò che Mokochan predica: aveva preso il manga di Shirow, ne aveva conservato la struttura e i personaggi, ma lo aveva trasformato in qualcosa di profondamente personale, rallentando i ritmi, caricando ogni sequenza di una malinconia filosofica tutta sua, aggiungendo riflessioni sull'identità e sull'anima che nel manga originale erano trattate con ben altro tono, più ironico e disincantato. Il risultato era un'opera che parlava tanto di Ghost in the Shell quanto di Mamoru Oshii stesso, della sua visione del mondo e della sua sensibilità artistica. Due approcci opposti alla stessa opera, dunque, che offrono uno spunto di riflessione affascinante su cosa significhi adattare un manga in anime e su quanto l'ego del regista possa o debba influenzare il risultato finale.

Fonte: Automaton Media



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