100 metri (Hyakuemu): una corsa contro la realtà - Recensione del film su Netflix
100 metri per condensare una riflessione sul mondo che ci circonda.
di Artax
Presentato in anteprima al Festival del cinema d'animazione di Annecy ancora in forma incompiuta, Hyakuemu ha tagliato il traguardo appena in tempo per il nuovo anno. Il film di Kenji Iwaisawa, distribuito da Netflix è il film animato che adatta l’omonimo manga di Uoto, autore che abbiamo già avuto modo di apprezzare con Il movimento della Terra, recentemente diventato a sua volta un cartone animato.
Hyakuemu è la storia di due ragazzi, un percorso che li conduce a rivaleggiare in una corsa, una singola corsa che vale quanto la propria vita. Cento metri: una distanza ridicola per condensare le loro stesse esistenze.
Il film non si schiude facilmente: a una prima impressione può apparire come uno sportivo abbastanza ispirato ma poco convincente, ma la verità è che lo sport non è mai stato il punto. A livello di trama, Hyakuemu presenta alcuni punti deboli, come un ritmo più coeso e omogeneo nella prima parte del film, in cui i protagonisti sono ragazzini e scoprono il loro amore, o talento, per la velocità, per poi diventare più celere e sincopato nella seconda, tra salti temporali e un affastellarsi di personaggi dalle differenti visioni, di cui però non rimane traccia.
Ci si perde persone per strada come se non fossero mai esistite e il rapporto tra i due protagonisti non riesce ad avere presa lungo il resto della pellicola. Insomma, da un punto di vista meramente consequenziale, il film presenta lacune e salti logici che caratterizzano anzitutto la scrittura di Uoto non ci stupiscono per uno script che ha ricevuto circa quattro riscritture. Per messaggio e costruzione vengono spontaneamente in mente titoli sportivi di miglior riuscita, come The First Slam Dunk o Le Sommet des Dieux.

Però, come si diceva, un secondo livello di lettura, nonché quello più calzante, emerge subito dalle battute dei personaggi e dalla realtà in cui vivono, da come questa realtà ci viene restituita soprattutto sul piano visivo. Dunque un cartone sulla corsa finisce per raccontarci, invece, quanto quei cento metri esauriscano la nostra realtà. I personaggi che entrano in gioco pongono dubbi ai protagonisti e allo spettatore su quale sia il discorso più sensato da fare sul mondo che ci circonda: come ha senso vivere? In un presentismo assoluto? Nell’ansia del domani? Nel nichilismo totale nei confronti di chi ci sta accanto?
Alla regia del film troviamo l'impulsivo Kenji Iwaisawa, sostanzialmente al suo secondo lavoro dopo On-Gaku, un titolo che già ci invitava a tenere d’occhio l’autore. Un regista, va detto, con una pregressa esperienza nel mondo della cinematografia live action e che solo più tardi si è avvicinato all’animazione, decidendo qui innanzitutto di osare e di raccontare questa storia attraverso la tecnica del rotoscopio. Attenzione che non si tratta di Intelligenza Artificiale: la tecnica del rotoscopio consiste nel filmare dal vivo le scene per poi ricalcarle in animazione. Questo ha permesso anche un lavoro di sound design estremamente realistico e dunque profondamente immersivo. Le animazioni sono state realizzate interamente a mano sotto l'occhio di Keisuke Kojima, un nome che negli ultimi anni si è particolarmente affermato per la sua precisione, pulizia e testardaggine. Kojima ha raccolto la sfida di Iwaisawa, portando l'animazione a costituire il vero linguaggio del cartone; cosa non scontata.

Tutti i personaggi, il mondo intero, costruiscono sé stessi su un terreno di realtà condivisa. Ecco che il rotoscopio, tecnica con la quale è realizzato il film e che necessita di un periodo di abitudine per essere digerita, in quanto visivamente stancante, diventa non soltanto una pretesa estetica ma un mezzo funzionale a raccontarci una realtà nella quale anche noi, spettatori, viviamo. Ci dona il realismo dei movimenti, per quanto possano talvolta risultare grotteschi perché poco siamo abituati a vedere quel tipo di movimento in un cartone.
È stata una sfida quella di Iwaisawa, che ha deciso di farne uso senza sapere fino in fondo quale sarebbe stato il risultato. E il risultato arriva andando a rafforzare ulteriormente il tema fondante del film.
Se dunque il rotoscopio, che ci proietta immagini forzatamente a passo uno, con il ritmo della vita che viviamo ogni giorno, rappresenta la realtà condivisa, nel momento in cui i personaggi la vedono crollare, sfumare, le linee del disegno si distruggono, perdono consistenza. La loro realtà si sgretola, perde forma, come solo le emozioni forti, le incertezze, le paure, le ansie e soprattutto la velocità sanno fare. Gli smears diventano funzionali allo storytelling: ci mostrano la realtà stessa del personaggio che cambia, perché sta vivendo in un mondo suo. E in preda alla disperazione, la speranza, la presa di coscienza, il mondo dei protagonisti si offusca, così come le linee che lo costituiscono. Così noi vediamo la loro realtà diversa da quella di tutti gli altri.

Oltre a questo discorso metatestuale sull’animazione, c’è da considerare anche un uso molto puntuale della macchina da presa. Le inquadrature mosse, quasi documentaristiche, coinvolgono lo spettatore nella realtà di questi giovani che sembrano tanto vivi quanto lì, accanto a noi. Inoltre si nota un uso coraggioso del piano sequenza, molto raro nell’animazione, capace di restituire il senso del “qui e ora”, del presente come momento ultimo dell’esistenza che ci suggerisce il finale, proprio come quei cento metri che condensano la carriera e la vita dei protagonisti. Non ci sono tagli, il tempo non è frammentato, non si salta da un momento all’altro: non possiamo far altro che stare lì, con loro, aspettare che si mettano ai blocchi di partenza e corrano.
E quando la loro realtà crolla, tutto il mondo è vittima di un diluvio di certezze che vengono meno. I colori spariscono, lo schermo si distorce, la pioggia diventa bianca e tutti ne vengono travolti.
Il fiore all’occhiello di Hyakuemu, quindi, non è tanto la trama, che probabilmente soffre di un pacing sincopato e di personaggi destinati a svanire, bensì il modo in cui il film mostra, senza dichiararlo apertamente, ciò su cui vuole farci riflettere: una realtà che si sfuma, cessa di essere condivisa e si isola, smussando, distorcendo e cancellando le linee che la delimitano.
Fonte consultata:
Sakugablog