Far East Film Festival: 90 Meters, intervista al regista. Scegliere tra basket e madre malata
L'incontro esclusivo al 28° festival svela gli scorci autobiografici del film
di zettaiLara

Per il film semi-autobiografico 90 Meters è giunto a Udine il regista Shun Nakagawa, accompagnato dai produttori Yasushi Utagawa e Yusuke Taguchi, oltre che dalla co-produttrice Hitomi Oka. Li abbiamo incontrati in privato, per sviscerare i dettagli dell'opera attraverso l'intervista che segue.
90 METERS ~ Trailer completo
Il film racconta la storia di Tasuku Fujimura, uno studente del terzo anno di liceo: si tratta di un momento cruciale della vita per la scelta del suo futuro, ma la madre Misaki soffre di una grave malattia che richiede un tipo di assistenza continua, non completamente garantita da parte del servizio sanitario nazionale.
Di fronte a questa svolta inaspettata degli eventi, il giovane deve trovare un equilibrio tra gli studi, gli allenamenti di basket, i progetti per il futuro e le responsabilità familiari. Questa esperienza lo aiuterà gradualmente a comprendere il valore della famiglia e lo proietterà dall'adolescenza alla maturità.
Si tratta di un'opera semi-autobiografica del regista Shun Nakagawa, ispirata alla sua esperienza personale e a quella della madre.
Di fronte a questa svolta inaspettata degli eventi, il giovane deve trovare un equilibrio tra gli studi, gli allenamenti di basket, i progetti per il futuro e le responsabilità familiari. Questa esperienza lo aiuterà gradualmente a comprendere il valore della famiglia e lo proietterà dall'adolescenza alla maturità.
Si tratta di un'opera semi-autobiografica del regista Shun Nakagawa, ispirata alla sua esperienza personale e a quella della madre.
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Shun Nakagawa: buongiorno, molto piacere.

AC: vorremmo iniziare col chiederle quanto della storia del protagonista riflette fedelmente la sua esperienza personale, il suo vissuto e la sua storia e quanto, invece, sia stato cambiato per esigenze narrative. Il basket, ad esempio: era davvero una parte importante della sua vita o è stata un'aggiunta stilistica?
S. N.: in realtà il basket fa proprio parte di una mia caratteristica personale, nel senso che si tratta un po' di un aspetto specifico del mio curriculum, se così possiamo dire.
Sapete, io pratico il basket da quando avevo sei anni e quindi è una parte molto importante della mia vita, tanto che lo pratico tuttora: sto continuando con questo sport da oltre trent'anni.
Mi piace il basket perché mostra anche quello che è lo spirito di gruppo, mostra anche quella che è l'importanza di riuscire a creare un gruppo coeso, è un aspetto interessante.
E nonostante nel film l'aspetto del basketball non fosse il tema principale, proprio perché si trattava di una storia semi-autobiografica, volevo che ci fossero comunque degli elementi che facessero parte della mia vita reale. Come ad esempio lo è il basket, che è un legame che, se anche volessi tagliare, non lo potrei assolutamente mai fare.
AC: lo comprendo bene, da appassionata di Slam Dunk...
S. N.: oooh, davvero?! Slam Dunk è fantastico, non è vero?
AC: sì, ho imparato ad amare il basket grazie a Slam Dunk!
S. N.: ehhhh?! Ma è una cosa bellissima da sapere! Ne sono felice. E comunque, è stato lo stesso anche per me.
AC: a questo punto ci viene spontaneo chiederle qual è il suo ruolo nella squadra di basket!
S. N.: sono un center. Sarei il 'Gori' ('Gorilla', ovvero il personaggio di Takenori Akagi di Slam Dunk, ndr) di turno, sì!
AC: un personaggio fantastico! Grazie per questa curiosità.

AC: a proposito della squadra, nel film c'è la frase di uno dei compagni del gruppo del protagonista, che dice: "mi urta che non ci abbia detto nulla, non sono così maturo da passarci sopra." Da lì capiamo appunto la difficoltà del protagonista nel non aver parlato a nessuno del suo problema.
Come spiegava anche lei, "le cose di famiglia si risolvono in famiglia"; però, ecco, se lei potesse dire qualcosa al sé stesso del passato, che cosa vorrebbe dirgli?
S. N.: probabilmente questo deriva anche dal fatto che sono giapponese, poiché c'è spesso una sorta di barriera davanti al voler comunicare una situazione in cui c'è la necessità di ricevere aiuto. Come ricordavi bene, c'è la mentalità del dover cercare di risolvere tutto da soli; oppure ciò che normalmente viene gestito all'interno di un ambiente domestico, quando incorre in una problematica, anch'essa deve essere risolta all'interno di quello stesso ambiente domestico.
Adesso, invece quello che probabilmente direi a me stesso è che non ci deve essere alcuna vergogna nel chiedere aiuto: si tratta di un diritto a tutti gli effetti, e anche il poter dare il giusto valore alla propria esistenza lo è.
Quindi, ecco, se dovessi dire qualcosa al me del passato, direi proprio "non avere paura a chiedere aiuto."
AC: immaginiamo che forse anche il desiderio di realizzare il film volge verso comunicazione al sé stesso del passato: come a dire "non ci sono riuscito allora, ma posso farlo adesso comunicandolo attraverso un film," e quindi magari anche a persone che sono nella stessa situazione. Aiutarle in modo da non tacere, ma avere il coraggio di parlare.
S. N.: certamente, sì, senz'altro.

AC: a riguardo del nome del protagonista, Tasuku. Immaginiamo che il nome sia scritto in kanji con un significato diverso rispetto a quelli del verbo 'tasukeru' che significa aiutare/soccorrere. Però c'è una evidente omofonia tra i due: era una cosa voluta, quella di avere il concetto di 'aiutare' in un certo senso 'implicito' già nel nome?
S. N.: la tua è un'ottima osservazione! Sì, è assolutamente così, anche perché quello era tra l'altro il nome che avrei voluto dare a mio figlio. Per il film, inizialmente avevo anche pensato alla possibilità di usare 'Tasuke', però in realtà non sarebbe stato un nome particolarmente comune, soprattutto nell'ambito di un film. Quindi in questo caso ho deciso di cambiare un suono, da 'Tasuke' a 'Tasuku', ma sempre con dietro l'idea che comunque fosse un ragazzo che potesse aiutare e anche essere aiutato.
Nel film lo si vede come un bravo ragazzo, e poi mentre pensavo a quanto lo fosse, nel frattempo anche io ho avuto la possibilità di avere dei figli. Poi in realtà non si trattato di un maschio poiché ho avuto una figlia femmina, quindi non è stato possibile dare il nome cui pensavo. Ma comunque ne rimane la storia.
AC: grazie mille.
S. N.: comunque, di questo dettaglio, nessuno se n'è mai accorto neanche in Giappone, quindi complimenti per averlo notato.
AC: eh? davvero?
S. N.: sì! Ho rilasciato tante interviste in merito al film, ma questa è la prima volta che qualcuno nota questo aspetto. Ne sono davvero felice, grazie.
AC: ooh... grazie, ne siamo lieti anche noi!

AC: un'altra curiosità riguarda invece la theme song, che si chiama [0,2 millimetri] ed è interpretata da un cantante molto famoso, ovvero Motoki Omori della band Mrs. Green Apple. Volevamo sapere se il significato del titolo fosse collegato a quello del film, e come è nata questa collaborazione tra voi.
S. N.: il produttore che si è occupato di 90 metri, per sue opere precedenti, era già in contatto con Motoki Omori, quindi avevano già avuto un loro percorso conoscitivo e professionale. Quando poi il produttore gli ha riferito che avrebbe prodotto il mio film, che trattava del tema di un giovane badante in famiglia, è stato proprio Omori a dire che lo trovava interessante e che sarebbe stato felice di potervi partecipare.
Ovviamente io stesso conoscevo già perfettamente la fama del suo gruppo, i Mrs. Green Apple, quindi il fatto che sia stato lui a chiedere di poter collaborare per il mio film, beh, mi ha reso ancora più felice. Gli ho risposto che ne sarei stato contentissimo, e così è nata la collaborazione.
AC: a un certo punto nel film vediamo accadere questo miracolo, ovvero il fatto che il protagonista possa ritornare alla vita perché ottiene di poter avere più badanti a disposizione durante la giornata. Però appunto si dice anche che ottenere l'assistenza 24 ore su 24 e sette giorni su sette è una cosa rarissima in Giappone. Ci chiedevamo quindi se effettivamente questo è accaduto anche a lei nella realtà.
S. N.: a dire il vero il mio caso era un po' diverso perché mia madre non aveva la SLA, per lei si trattava di un altro tipo di malattia. Quando io ho iniziato a doverla accudire all'interno delle mura domestiche, ecco, in realtà quel periodo per me è stato abbastanza breve perché poi lei è venuta a mancare, pertanto non c'è stata la possibilità di un processo che poi mi portasse a quel tipo di passaggio. Possiamo dire che da questo punto di vista la premessa nel film è diversa.

AC: ci chiedevamo inoltre se magari un tempo questo ampliamento dell'assistenza non fosse fattibile, mentre invece ora sia divenuto 'più facile'.
Nel film si dice "tua madre ha insistito così tanto, si è recata così tante volte in comune per chiedere ulteriore assistenza, e l'ha ottenuta." Ma è davvero così 'facile'? Specie per un Paese come il Giappone dove queste cose sono notoriamente molto molto complicate?
S. N.: per quanto concerne l'aspetto del Giappone attuale, riuscire ad avere assistenza domiciliare 24 ore su 24 tutti i giorni è difficile adesso, come era difficile allora.
Questo deriva da una mancanza di badanti, che al momento quindi non sono nel numero sufficiente per coprire le necessità; ovvero lo Stato dispone sì di un sistema di assistenza domiciliare. Di per sè il sistema esiste, tuttavia c'è una mancanza di badanti che possano riuscire a ottemperare alle necessità di quel sistema. E se la pubblica amministrazione non si dà da fare da questo punto di vista, questa mancanza purtroppo questa lacuna non verrà colmata.
AC: chiaro. Grazie davvero per questo approfondimento.
Le vorremmo infine lasciare in regalo la nostra borsa con all'interno anche la nostra spilletta.
Animeclick è infatti un sito di manga e anime che è al contempo web media partner del Far East Film Festival.
S. N.: ma che carina, grazie davvero a voi!
Fonti consultate:
Si ringrazia l'ufficio stampa del Far East Film Festival per la disponibilità