“CINQUE SAMURAI PER DIFENDERE LA TERRA DALL’INSIDIA DI UNA GUERRA QUESTI SIAMO NOI…”
A quanti di voi queste parole evocano qualcosa?
Era infatti l’inizio di una delle più belle sigle anime italiane rimasta a molti nel cuore e nei ricordi d’infanzia.
L’obiettivo di questo incipit non è quello di fare un elogio sulla bellezza dei tempi andati ma sottolineare soprattutto un concetto importante. Una serie animata di qualche anno fa deve necessariamente imporre al recensore una maggiore attenzione, evitando di fare confronti con i dieci anni di animazione successiva, presupposto questo che se non rispettato genera una recensione controproducente. Tuttavia il rischio del confronto c’è divenendo molte volte quasi automatico, ma per una serie prodotto alla fine degli anni 80 è fondamentale contestualizzare la recensione a quel periodo. Certo ci sono alcune perle immortali ma queste sono poche rispetto al totale.
Per fare un esempio; sappiamo bene che Trigun ha cambiato il modo di intendere le musiche in un anime. L’OST è divenuta grazie a questa serie una parte integrante e fondamentale dell’opera animata, quindi parlare di musiche in serie prodotte precedentemente non avrebbe senso poiché sarebbero per forza di cose limitate.
I cinque Samurai (Yoroiden Samurai Torūpā, La leggendaria armatura delle truppe Samurai) è un anime prodotto dalla Sunrise e dalla Nagoya Television, che conta 39 episodi trasmessi in Giappone dal 30 aprile del 1988 al 4 marzo del 1989. In Italia l'anime venne trasmesso per la prima volta in aprile 1990 su le TV regionali Italia 7 . L'opera ha avuto un discreto seguito in paesi come Giappone e Stati Uniti . Rimane certo però che essere stata prodotta quasi in contemporanea con Saint Seiya non ha di aiutato questa opera a spopolare a livello mondiale. Nonostante ciò, si può dire che la seria è caratterizzata da elementi innovativi che ancora adesso si ricordano [Brano tratto da
Wikipedia].
Se dico il nome Hajime Yatate molti di voi sobbalzeranno sulla sedia, soprattutto i conoscitori di Gundam, dato che questo fantomatico autore(o meglio gruppo di persone) insieme a Tomino ha dato origine al fenomeno del robottone giapponese. In realtà dobbiamo però scordarci il livello qualitativo di quell’opera frutto più dell’intelligenza di Tomino che del gruppo Sunrise. Sta di fatto che anche Samurai Troopers ha delle qualità innegabili.
La storia inizia in maniera abbastanza classica; Tokyo viene minacciata da un castello che si staglia nel cielo, ovviamente è il male che è sceso sulla terra per conquistare l’ambito mondo degli uomini. Questi inizi sebbene possano sembrare banali sono capaci di garantire anime di grande impatto se si riesce a sviluppare bene la trama(vedi X-1999). Guidati dal destino 5 ragazzi, appartenenti a 5 grandi famiglie giapponesi, si precipitano a Tokyo per impedire al male di prendere il sopravvento. I giovani hanno a loro disposizione 5 armature dategli loro dal destino, che incarnano i valori principali del bushido.
Queste prime righe suggeriscono fin da subito che questa è una serie giapponese per i giapponesi o per amanti del Giappone dato i continui rimandi alla sua storia mitologica, all’architettura, ai luoghi del paese del Sol Levante. La storia infatti tocca i principali luoghi giapponese tutti ovviamente luoghi bellissimi perfettamente in linea con lo spirito di pace contemplato dai samurai.
Dal primo episodio si è subito lanciati nel vivo della trama. In alcune serie questo può essere un elemento positivo creando subito forte coinvolgimento, ma in altre non riesce a creare la giusta atmosfera per comprendere la storia. Quest’ultimo è il nostro caso visto che non si capiscono bene alcuni elementi: perché il male sia sceso sulla terra, il passato dei giovani eroi. Solo alla fine si scoprirà perché Arago (il nemico principale) è nato.
La storia prosegue con la comparsa dei personaggi principali, tra cui i 4 generali demone possessori anche loro di armature simili a quelle dei 5 ragazzi. Le armature infatti sono 9 e inizialmente facevano parte dell’armatura di Arago, il quale adesso vuole ricomporre la propria originaria armatura.
Susseguentemente c’è un passaggio molto importante, forse un elemento di unicità che contribuisce a differenziare la serie. L’affannosa ricerca degli eroi dispersi da Arago è ancora oggi un elemento che da piccolo mi colpì particolarmente ma che solo rivendendo la serie ho scoperto meno sviluppato del previsto. In realtà lo spazio dedicato alla ricerca degli eroi nei luoghi più belli del Giappone dura solo lo spazio di pochi episodi; poteva invece senza dubbio essere un elemento che avrebbe potuto svilupparsi meglio.
Le puntate scorrono in maniera lineare. In ogni episodio i generali demone si adoperano per sconfiggere i samurai fallendo puntualmente. Ci sono molti scontri e la trama è marginale, cosa d’altronde tipica di uno shonen, lasciando poco spazio alla personalità dei singoli personaggi.
E’ forse questo uno dei punti deboli più importanti della serie; il limite di non riuscire a gestire ottimamente i 5 protagonisti mancando nella caratterizzazione.
La caratterizzazione dei personaggi è fatta in maniera molto approssimativa e non si riesce a delinearne la personalità che al contrario rimane scialba. La prima parte della serie infatti è troppo concentrata sul vero protagonista Ryo lasciando gli altri nell’ombra; pur combattendo manca la loro descrizione interiore causata anche dalla mancanza di un background dei protagonisti. I 5 samurai semplicisticamente rappresentano la loro virtù, quindi Ryo è perfettamente un altruista, Sami rappresenta la cortesia, Kimo la saggezza, ecc…
Paradossalmente i personaggi meglio descritti sono i 4 generali demone, soprattutto Demon che è forse il personaggio meglio riuscito di tutta la serie, l’unico di cui ci viene rivelato il passato. Sono proprio loro a rappresentare un aspetto peculiare dell’anime, ovvero la mancata netta distinzione tra bene e male. Si tratta di un concetto molto velato espresso poi meglio in altre serie animate. Il potere delle armature, infatti, può avere una accezione positiva o negativa a seconda dell’animo dell’utilizzatore.
Il messaggio che l’autore vuole rivolgere è proprio l’assenza di un divisione bene-male prestabilita, infatti saranno proprio i singoli protagonisti a scegliere la via da percorrere. In realtà, come detto, è un concetto velato poiché Ryo e i compagni rappresenteranno il bene senza macchia e Arago il male punto e basta. L’anime infatti in puro stile shonen tenta di sottolineare tutte quelle virtù di amicizia, compassione, altruismo…
La serie si divide in 2 tronconi e la seconda parte è nettamente migliore, sia perché finalmente viene dato più spazio agli altri tra cui soprattutto Toma (Kimo nella versione italiana), sia perché finalmente vengono spiegati aspetti relativi alla prima serie, come ad esempio il perché della nascita di Arago. Ci viene spiegata l’origine delle armature, la figura del clan tutelatore del bene sulla terra, ecc…
Tra le due serie ci sono poi una serie di puntate abbastanza noiose anche perché hanno uno schema prestabilito abbastanza definito e sono troppo fini a se stesse.
Parlare delle animazioni non è il mio forte; non sono un esperto. Posso però dare nel mio piccolo alcune considerazioni. Ci sono animazioni che sono molto belle tra cui quelle contenute nella sigla, il problema è che alla fine le animazioni sono solo quelle. C’è il riutilizzo continuo di quelle scena in maniera quasi ossessiva che sfiora a volte il ridicolo. Addirittura vengono utilizzate le stesse sia nel combattimento finale della prima saga sia nel combattimento finale della seconda saga.
Un aspetto invece molto positivo è il chara design, davvero molto bello soprattutto il design delle armatura, punto forte dell’anime.
Tocchiamo ora invece il vero punto dolente fortunatamente superabile; sto parlando di un qualcosa da lasciare di stucco, da lasciare basiti, da farci torcere dagli incubi la notte, da farci soffrire durante il giorno… ecco a voi il fatidico adattamento italiano! Ve lo dico senza mezze misure, è uno degli adattamenti peggiori.
Siamo ancora nella fase dove il Giappone sembrava essere la terra della perdizione e quindi i luoghi e le città giapponese erano innominabili. Per un anime che fa del suo punto di forza il viaggio tra alcuni dei posti più rappresentativi del Giappone è un problema non da poco. Ad esempio il monte Fuji viene chiamato “la grande montagna” e ci sono tante altre traduzioni di questo tipo.
Altro problema dell’adattamento è l’eccessiva semplificazione dei dialoghi, il target a cui gli adattatori hanno puntato è senza dubbio quello dei bambini, è questo crea una discrepanza con il vero target adolescenziale della serie Addossare troppa colpa all’adattamento però è sbagliato dato che come detto all’inizio bisogna contestualizzare l’opera, ed in quel periodo l’animazione giapponese veniva bistrattata all’inverosimile. Questo fa capire quanti passi avanti si sono fatti negli adattamenti italiani moderni, che nonostante molti continuano a criticare rappresentano un grosso miglioramento.
Il problema però è dovuto alla difficoltà di comprendere la trama dall’adattamento italiano, visto la citata semplificazione. Una storia che pare molte volte senza senso sentendo le voci italiane ne acquisisce immediatamente uno se si leggono i sottotitoli. Questi ci permettono di capire meglio la trama che vi assicuro si fa molto più lineare e anche adulta. I doppiatori italiani personalmente mi sono piaciuti molto, secondo me le voci sono azzeccate. In conclusione, questo anime rappresenta a pieno il tipico shonen con i suoi difetti e con i suoi pregi, io ne consiglio comunque la visione sia perché è un anime storico sia perché ha degli spunti interessanti. La visione la consiglio però sottotitolata se si vuole comprendere al meglio la trama.
LightLife