Zeus News ha segnalato alcuni giorni or sono un interessante studio pubblicato da Ars Technica, un'inchiesta che aveva come oggetto una semplice domanda:

Quali e quanti sono i danni prodotti dalla pirateria informatica, sia direttamente alle major sia all'intera economia, sotto forma di mancati investimenti, perdite di posti di lavori, tasse non pagate?

Cifre imponenti. Secondo le affermazioni ripetute per anni, le “perdite monetarie, nei soli Stati Uniti, ammontano a 250 miliardi di dollari annui e a 750.000 posti di lavoro persi o non assegnati”.

Queste e molte altre dichiarazioni rappresentano la base concreta delle richieste di azione legale contro il Peer-to-peer (P2P) proprio per la solidità della loro provenienza: l'ufficio Marchi e Brevetti del FBI, la Camera di Commercio USA, la Lega Internazionale Anticontraffazione, e lo stesso Congresso USA.

Affermazioni che non possono essere ignorate. Soprattutto in momenti come questi, in cui esplode la recessione e la disoccupazione aumenta. Ma sono affermazioni contraddittorie. 750 mila posti di lavoro in meno, infatti, valgono almeno un 8% dei disoccupati statunitensi. 250 milioni di dollari costituiscono una cifra superiore a quella dell'intera industria del software e dell'intrattenimento nel 2005.

L'analisi di Ars Technica ha cercato di comprendere l'origine reale dei dati, risalendo lungo tutta la filiera, fino a individuare gli Enti intervenuti concretamente nella stima dei danni sul P2P e valutarne i danni effettivi; ciò che emerge sono le colossali invenzioni delle major e le loro azioni di lobbying dietro tante affermazioni insensate. Svaniscono le perdite da 250 milioni di dollari, i 750 mila disoccupati improvvisamente ritrovano il proprio lavoro…

Non si tratta della prima volta che dati e cifre, che sia gruppi privati che pubblici portano a sostegno della loro campagna contro il P2P, sono posti sotto accusa, ma l'esame di Ars Technica riesce a distinguersi per la sua chiarezza e pragmaticità.