Vi proponiamo il report di un'interessante intervista a Dai Sato, sceneggiatore di titoli di successo (Cowboy Bebop, Eden of the East, Ergo Proxy, Eureka Seven, Samurai Champloo e Ghost in the Shell: Stand Alone Complex), rilasciata dal sito Otaku2.com. Di seguito, la traduzione dell'articolo scritto da Patrick W. Galbraith:
Dai Sato, sceneggiatore di fortunati titoli animati del calibro di Cowboy Bebop e del recente Eureka Seven, ha partecipato ad una tavola rotonda di discussione nell'ambito di una conferenza intitolata Cultural Typhoon e tenutasi nel mese di luglio 2010 presso l'università giapponese di Komazawa; accanto a lui hanno presenziato anche il regista cinematografico Katsuya Tomita e il giornalista di musica Shin Futasugi.
Inizialmente era previsto che la conferenza, della durata di due ore, fosse di tipo accademico e abbracciasse questioni ad ampio raggio, dato anche il titolo del tema da analizzare: "Vivere in città: hip hop, anime, case popolari". Sato ha invece preso l'iniziativa, parlando per la maggior parte del tempo ed esternando alcune delle sue più profonde preoccupazioni relative all'attuale situazione del settore dell'animazione nipponica.

Sato ha fornito una visione personale piuttosto scettica sugli anime, affermando che "non si possono fare gli anime come vogliamo" e riferendosi in particolar modo alla dipendenza nei confronti dei sub-appaltatori per le intercalazioni, o fotogrammi intermedi. I sub-appaltatori talvolta non sono affatto consci del tipo di prodotto su cui stanno lavorando, il quale di conseguenza rischia di perdere di spessore e coerenza.
Secondo Sato, questo fatto era evidente già lavorando in Macross, in cui la "continuità tra le immagini è a dir poco terribile, e tuttavia da allora non abbiamo fatto che ripetere lo stesso meccanismo di lavoro".
A causa dell'imponente dipendenza dagli appaltatori asiatici, Sato ha denunciato apertamente l'ideale del "Cool Japan". Secondo lo sceneggiatore, gli anime non sono un fenomeno "cool", perché invece si dimostrano resistenti alle mode del momento, e nè tantomeno essi sono veramente un prodotto nipponico. Sato si è dimostrato critico nei confronti dei vari politici e promotori di turno, i quali utilizzano l'idea del "Cool Japan" essenzialmente per i propri scopi personali.
"L'orgoglio giapponese è una parte del progetto nazionale" ha affermato, ma "Si tratta soltanto di una facciata, poiché la maggior parte delle persone non ha alcuna idea di chi ci sia dietro la produzione", sia che avvenga in Giappone o, più genericamente, in una qualsiasi altra parte dell'Asia.
Arjun Appadurai lo chiama "Il feticismo della produzione", e lo descrive come "Un'illusione creata dal modello di produzione transnazionale contemporaneo: dietro le apparenze nasconde capitale translocale, flussi di profitti transnazionali, gestione globale e manodopera localizzata molto lontano, impegnata su diversi fronti con operazioni ed allestimenti ad elevato contenuto tecnologico. Tutto ciò si riunisce in uno spettacolare idioma che suggerisce la sensazione che esista un controllo di tipo locale, una produttività nazionale e una sovranità territoriale, laddove nella realtà questo non c'è. Il concetto di "località", sia nel senso di sito di produzione locale, che nel senso esteso di stato nazionale, diventa un feticcio che cela forze globalmente disperse, le medesime realtà che guidano il processo di produzione". Una definizione, questa, che sembra fornire una descrizione piuttosto calzante degli anime giapponesi.

Sato ha poi rivolto un'accusa nei confronti degli specialisti del settore dell'animazione, i quali si rifiutano di insegnare ai sub-appaltatori asiatici le tecniche di lavorazione più sofisticate, oppure il metodo di elaborazione delle sceneggiature, e il motivo è di facile intuizione: la trasmissione di conoscenze rilevanti minerebbe la posizione di supremazia del Giappone nella produzione di anime. Nessuno investe in questo campo, quindi tutti gli asiatici non-giapponesi rappresentano un tipo di manodopera di basso profilo, a buon mercato e si adopra per svolgere mansioni meccaniche e ripetitive.
Sato ha identificato questo meccanismo come un problema fondamentale nell'animazione moderna nipponica, un aspetto di questo settore che lo sceneggiatore contrappone a Hollywood, un ambiente che invece ha accolto registi e manodopera specializzata proveniente da tutto il mondo.
Un'ulteriore ed interessante affermazione dello sceneggiatore spiega una delle ragioni per le quali la Cina è un luogo privilegiato per l'outsourcing degli anime: agli estremisti cinesi, che comunque godono di un'ottima istruzione, viene negato l'accesso alle buone offerte di lavoro. Inoltre, essi devono sottostare all'obbligo di risiedere all'interno di circoscritte aree geografiche, le quali sono poi diventate un nucleo industriale pulsante per tutta l'animazione nipponica: in queste zone concentrate si rinviene facilmente un tipo di manodopera che sa scrivere correttamente in ideogrammi cinesi, che ostentatamente copia i disegni degli anime, e che soprattutto ha un estremo bisogno di trovare lavoro. Che si tratti di un aneddoto veritiero o meno, Sato lo ha raccontato come valido esempio per dimostrare le pratiche di sfruttamento e la natura gerarchica della produzione di anime.

Sato si è poi mostrato piuttosto seccato di fronte alla mancanza di rispetto che in Giappone si respira per le storie raccontate negli anime, puntualizzando a titolo di esempio che Ergo Proxy, di cui ha scritto lo svolgimento, è un titolo presente mediante box DVD nei negozi specializzati di in tutto il mondo, ad eccezione del Giappone.
Sato si è affrettato ad aggiungere che molti appassionati di anime hanno scartato a priori la visione di Eureka Seven, considerandolo un clone di Neon Genesis Evangelion senza nemmeno guardarlo. La storia, l'ambientazione e i personaggi sono del tutto differenti, ma ci sono comunque stati secchi pregiudizi basati sulle immagini di una misteriosa ragazza dai capelli blu e dagli occhi rossi che pilota un robot gigante, e sia i personaggi di Rei Ayanami (Evangelion) che di Eureka (Eureka Seven) corrispondono alla descrizione.
Sato è arrivato a chiedersi quanto i fan siano interessati a procedere a letture approfondite, prima di generarne informazioni a singhiozzo, come da classica definizione delle abitudini degli otaku, dall'epoca di Toshio Okada. Soltanto poche persone, forse davvero nessuna, ha proseguito Sato, sono interessate a conoscere il significato dei titoli degli episodi, o il motivo per il quale un determinato mecha fosse chiamato DevilFish o infine quale fosse il riferimento per l'utilizzo della denominazione Summer of Love: in quest'ultimo caso, Sato ha velocemente spiegato che si trattava di un omaggio alla cultura rave in Giappone.
"Purtroppo credo che i fan stiano perdendo la propria alfabetizzazione sui media, l'abilità di leggere la narrativa e le storie, d'intuirne i significati nascosti tra le righe, e persino la curiosità d'interrogarsi su di essi", è stata l'amara considerazione dello sceneggiatore.

Proprio in qualità di sceneggiatore, Sato si è cimentato in un dibattito piuttosto spinoso per quanto riguarda il ruolo delle storie all'interno degli anime giapponesi, dolendosi del fatto che i propri lavori siano stati etichettati come "difficili" (muzukashii-kei), all'opposto di quelli di "blanda atmosfera" (kuuki-kei): nei titoli kuuki-kei non accade mai nulla di rilevante, non esiste alcun sviluppo narrativo, nessuna trama significativa. Sono opere che tendono a focalizzarsi su personaggi carini o moe, riuscendo ad essere molto popolari tra i fan di quest'ultimo genere. Secondo Sato, figure professionali come la sua non ottengono progetti di lavoro, nemmeno se nel frattempo "Hollywood prosegue nello strapparci le idee, e ci riesce benissimo".
Sato non ha detto di avere in antipatia lavori di "blanda atmosfera" come K-On!, ed anzi ne apprezza gli incredibili design; inoltre non critica il fan service perché va ricordato che se molti registi cinematografici giapponesi sono giunti dall'ambiente dei film di genere "rosa", molti animatori provengono invece da esperienze di lavoro professionale con materiale erotico (doujinshi, eroge o ero-anime e manga).
Il desiderio sessuale è una parte fondamentale della pulsione creativa; è soltanto deleterio, però, se questa spinta viene diretta esclusivamente verso i personaggi, sprecando tempo nel mostrare quanto essi riescono a far apparire carine le immagini e i movimenti dell'anime in generale. Ciò mette a repentaglio precisamente quel tipo di movimento che caratterizza l'anime in quanto tale, ovvero lo stimolante lessico visivo emerso negli anime televisivi a partire dagli anni '70.
Poi c'è anche la questione relativa al rischio che si abbassi il livello intellettuale degli anime: "Nessuno vuole saperne di conoscere i NEET, o disoccupati", afferma Sato. "Piuttosto, tutti preferiscono guardare un gruppo di studentesse liceali che creano un complesso musicale e si chiedono "come si suona questa nota?" ". Arrivato a questo punto della conferenza, Sato è diventato livido e si è rivolto con rabbia a coloro che "adooooooooorano gli anime ♥ (anime daichuki)": "Se stiamo sempre a fuggire dalla realtà e dai suoi problemi, quando mai li affronteremo?".

Le ambientazioni che negli anime riproducono più o meno fedelmente dei luoghi reali, costituiscono secondo Sato un problema altrettanto di rilievo: "E' come un'ossessione per noi che lavoriamo nel settore dell'anime". Stimola incredibilmente il turismo, e rende i fan più che soddisfatti, ma "Quando guardo gli anime di oggi, mi rendo conto che non ci è rimasto più un briciolo di orgoglio".
Gli anime sono diventati un "Super sistema collaudato", dove niente può più mutare facilmente. E' un sistema che si sta muovendo verso il modello di Akihabara, con l'importanza dei personaggi, delle immagini, del merchandising, e che Sato vede come una vera e propria perversione dell'idealismo delle origini. In altre parole, significa svendersi.
"Hayao Miyazaki invece era un comunista" ha tuonato Sato infervorandosi sempre più: "Lui voleva combattere il sistema, e aveva ragione!".
Prima di concludere, Dai Sato ha elogiato il rap e l'hip hop in ambito musico-culturale: secondo lo sceneggiatore, sembra che questi movimenti siano tuttora "underground" e di conseguenza le persone in quest'ambito non tradiscono sé stesse a favore di una facile fama di carattere commerciale. Sato ha poi paragonato il manga al rap, perché nella produzione di materiale scritto sono necessarie meno persone, e gli autori tendono a non "svendersi" facilmente.
Il parere di Sato è che anche gli otaku e i rapper non siano poi molto differenti tra loro: essi focalizzano la propria attenzione su qualcosa, e comunicano attraverso la creazione e al tempo stesso facilitando la creazione di nuovo materiale. La convinzione che l'otaku sia diverso dagli altri gruppi giovanili, o che sia in qualche modo migliore o peggiore di qualcuno di loro, è soltanto un'esagerazione mediatica. Persino se il settore commerciale intendesse ignorare qualche autore di proposito, ci sono comunque le doujinshi, o le "super indies" amatoriali, che potranno facilmente riscattarne la popolarità.
Il manga è il terreno da cui gli anime tradizionalmente hanno tratto le proprie storie e la creatività, ma anch'esso sta facendo sempre più affidamento sugli anime. E secondo Sato, "Il manga è l'ultimo porto saldo. Se si perderà quello, non ci sarà più alcun anime".
Ascoltandolo mentre descrive ciò, sembra che Sato stia consapevolmente combattendo contro gli attuali trend degli anime e che al tempo stesso stia cercando di creare storie forti ed originali, attaccando con fervore le storie di tipo "kuuki-kei" e "sekai-kei": in quest'ultimo caso, assistiamo a storie in cui i problemi personali di qualcuno vengono equiparati ai problemi del mondo intero, senza che vi sia alcun intervento nè interessamento da parte della società o dello Stato. Di conseguenza, Sato ha descritto Ergo Proxy e Eden of the East come anti-sekai-kei.
Certamente le questioni sociali sono al centro della serie di Eden of the East: Dai Sato ha confessato di essere stato in parte ispirato a scrivere sulle difficili condizioni dei giovani giapponesi, perché si trovava a Koenji quando Amateur Rebellion (shiroto no ran) stava facendo uso della candidatura di Hajime Matsumoto per fare campagna elettoraale di fronte alla stazione dei treni. Il risultato fu una serie di eventi live all'aperto e manifestazioni hip hop, portati avanti da DJ e alternati a cori che cantavano "non lavoreremo (hatarakanee zo)".
La gioventù disoccupata raccoltasi nel centro commerciale abbandonato in Eden of the East era un riferimento a questi "morti viventi". Andando nei sobborghi e vedendo le case popolari, Sato ha percepito città svuotate senza più energie, senza persone giovani, senza un futuro.

E gli anime, hanno un futuro?
Le cupe previsioni di Sato dicono che gli anime si esauriranno in Giappone nel giro di pochi decenni.
Tuttavia, lo sceneggiatore di Eureka Seven vuole continuare a realizzarli, proprio perché confida fino all'ultimo che questo triste scenario non si verifichi; e per questo, conclude "Mi sto dando da fare affinché ci sia sempre un nuovo progetto su cui lavorare".
Dai Sato, sceneggiatore di fortunati titoli animati del calibro di Cowboy Bebop e del recente Eureka Seven, ha partecipato ad una tavola rotonda di discussione nell'ambito di una conferenza intitolata Cultural Typhoon e tenutasi nel mese di luglio 2010 presso l'università giapponese di Komazawa; accanto a lui hanno presenziato anche il regista cinematografico Katsuya Tomita e il giornalista di musica Shin Futasugi.
Inizialmente era previsto che la conferenza, della durata di due ore, fosse di tipo accademico e abbracciasse questioni ad ampio raggio, dato anche il titolo del tema da analizzare: "Vivere in città: hip hop, anime, case popolari". Sato ha invece preso l'iniziativa, parlando per la maggior parte del tempo ed esternando alcune delle sue più profonde preoccupazioni relative all'attuale situazione del settore dell'animazione nipponica.

Sato ha fornito una visione personale piuttosto scettica sugli anime, affermando che "non si possono fare gli anime come vogliamo" e riferendosi in particolar modo alla dipendenza nei confronti dei sub-appaltatori per le intercalazioni, o fotogrammi intermedi. I sub-appaltatori talvolta non sono affatto consci del tipo di prodotto su cui stanno lavorando, il quale di conseguenza rischia di perdere di spessore e coerenza.
Secondo Sato, questo fatto era evidente già lavorando in Macross, in cui la "continuità tra le immagini è a dir poco terribile, e tuttavia da allora non abbiamo fatto che ripetere lo stesso meccanismo di lavoro".
A causa dell'imponente dipendenza dagli appaltatori asiatici, Sato ha denunciato apertamente l'ideale del "Cool Japan". Secondo lo sceneggiatore, gli anime non sono un fenomeno "cool", perché invece si dimostrano resistenti alle mode del momento, e nè tantomeno essi sono veramente un prodotto nipponico. Sato si è dimostrato critico nei confronti dei vari politici e promotori di turno, i quali utilizzano l'idea del "Cool Japan" essenzialmente per i propri scopi personali.
"L'orgoglio giapponese è una parte del progetto nazionale" ha affermato, ma "Si tratta soltanto di una facciata, poiché la maggior parte delle persone non ha alcuna idea di chi ci sia dietro la produzione", sia che avvenga in Giappone o, più genericamente, in una qualsiasi altra parte dell'Asia.
Arjun Appadurai lo chiama "Il feticismo della produzione", e lo descrive come "Un'illusione creata dal modello di produzione transnazionale contemporaneo: dietro le apparenze nasconde capitale translocale, flussi di profitti transnazionali, gestione globale e manodopera localizzata molto lontano, impegnata su diversi fronti con operazioni ed allestimenti ad elevato contenuto tecnologico. Tutto ciò si riunisce in uno spettacolare idioma che suggerisce la sensazione che esista un controllo di tipo locale, una produttività nazionale e una sovranità territoriale, laddove nella realtà questo non c'è. Il concetto di "località", sia nel senso di sito di produzione locale, che nel senso esteso di stato nazionale, diventa un feticcio che cela forze globalmente disperse, le medesime realtà che guidano il processo di produzione". Una definizione, questa, che sembra fornire una descrizione piuttosto calzante degli anime giapponesi.

Sato ha poi rivolto un'accusa nei confronti degli specialisti del settore dell'animazione, i quali si rifiutano di insegnare ai sub-appaltatori asiatici le tecniche di lavorazione più sofisticate, oppure il metodo di elaborazione delle sceneggiature, e il motivo è di facile intuizione: la trasmissione di conoscenze rilevanti minerebbe la posizione di supremazia del Giappone nella produzione di anime. Nessuno investe in questo campo, quindi tutti gli asiatici non-giapponesi rappresentano un tipo di manodopera di basso profilo, a buon mercato e si adopra per svolgere mansioni meccaniche e ripetitive.
Sato ha identificato questo meccanismo come un problema fondamentale nell'animazione moderna nipponica, un aspetto di questo settore che lo sceneggiatore contrappone a Hollywood, un ambiente che invece ha accolto registi e manodopera specializzata proveniente da tutto il mondo.
Un'ulteriore ed interessante affermazione dello sceneggiatore spiega una delle ragioni per le quali la Cina è un luogo privilegiato per l'outsourcing degli anime: agli estremisti cinesi, che comunque godono di un'ottima istruzione, viene negato l'accesso alle buone offerte di lavoro. Inoltre, essi devono sottostare all'obbligo di risiedere all'interno di circoscritte aree geografiche, le quali sono poi diventate un nucleo industriale pulsante per tutta l'animazione nipponica: in queste zone concentrate si rinviene facilmente un tipo di manodopera che sa scrivere correttamente in ideogrammi cinesi, che ostentatamente copia i disegni degli anime, e che soprattutto ha un estremo bisogno di trovare lavoro. Che si tratti di un aneddoto veritiero o meno, Sato lo ha raccontato come valido esempio per dimostrare le pratiche di sfruttamento e la natura gerarchica della produzione di anime.

Sato si è poi mostrato piuttosto seccato di fronte alla mancanza di rispetto che in Giappone si respira per le storie raccontate negli anime, puntualizzando a titolo di esempio che Ergo Proxy, di cui ha scritto lo svolgimento, è un titolo presente mediante box DVD nei negozi specializzati di in tutto il mondo, ad eccezione del Giappone.
Sato si è affrettato ad aggiungere che molti appassionati di anime hanno scartato a priori la visione di Eureka Seven, considerandolo un clone di Neon Genesis Evangelion senza nemmeno guardarlo. La storia, l'ambientazione e i personaggi sono del tutto differenti, ma ci sono comunque stati secchi pregiudizi basati sulle immagini di una misteriosa ragazza dai capelli blu e dagli occhi rossi che pilota un robot gigante, e sia i personaggi di Rei Ayanami (Evangelion) che di Eureka (Eureka Seven) corrispondono alla descrizione.
Sato è arrivato a chiedersi quanto i fan siano interessati a procedere a letture approfondite, prima di generarne informazioni a singhiozzo, come da classica definizione delle abitudini degli otaku, dall'epoca di Toshio Okada. Soltanto poche persone, forse davvero nessuna, ha proseguito Sato, sono interessate a conoscere il significato dei titoli degli episodi, o il motivo per il quale un determinato mecha fosse chiamato DevilFish o infine quale fosse il riferimento per l'utilizzo della denominazione Summer of Love: in quest'ultimo caso, Sato ha velocemente spiegato che si trattava di un omaggio alla cultura rave in Giappone.
"Purtroppo credo che i fan stiano perdendo la propria alfabetizzazione sui media, l'abilità di leggere la narrativa e le storie, d'intuirne i significati nascosti tra le righe, e persino la curiosità d'interrogarsi su di essi", è stata l'amara considerazione dello sceneggiatore.

Proprio in qualità di sceneggiatore, Sato si è cimentato in un dibattito piuttosto spinoso per quanto riguarda il ruolo delle storie all'interno degli anime giapponesi, dolendosi del fatto che i propri lavori siano stati etichettati come "difficili" (muzukashii-kei), all'opposto di quelli di "blanda atmosfera" (kuuki-kei): nei titoli kuuki-kei non accade mai nulla di rilevante, non esiste alcun sviluppo narrativo, nessuna trama significativa. Sono opere che tendono a focalizzarsi su personaggi carini o moe, riuscendo ad essere molto popolari tra i fan di quest'ultimo genere. Secondo Sato, figure professionali come la sua non ottengono progetti di lavoro, nemmeno se nel frattempo "Hollywood prosegue nello strapparci le idee, e ci riesce benissimo".
Sato non ha detto di avere in antipatia lavori di "blanda atmosfera" come K-On!, ed anzi ne apprezza gli incredibili design; inoltre non critica il fan service perché va ricordato che se molti registi cinematografici giapponesi sono giunti dall'ambiente dei film di genere "rosa", molti animatori provengono invece da esperienze di lavoro professionale con materiale erotico (doujinshi, eroge o ero-anime e manga).
Il desiderio sessuale è una parte fondamentale della pulsione creativa; è soltanto deleterio, però, se questa spinta viene diretta esclusivamente verso i personaggi, sprecando tempo nel mostrare quanto essi riescono a far apparire carine le immagini e i movimenti dell'anime in generale. Ciò mette a repentaglio precisamente quel tipo di movimento che caratterizza l'anime in quanto tale, ovvero lo stimolante lessico visivo emerso negli anime televisivi a partire dagli anni '70.
Poi c'è anche la questione relativa al rischio che si abbassi il livello intellettuale degli anime: "Nessuno vuole saperne di conoscere i NEET, o disoccupati", afferma Sato. "Piuttosto, tutti preferiscono guardare un gruppo di studentesse liceali che creano un complesso musicale e si chiedono "come si suona questa nota?" ". Arrivato a questo punto della conferenza, Sato è diventato livido e si è rivolto con rabbia a coloro che "adooooooooorano gli anime ♥ (anime daichuki)": "Se stiamo sempre a fuggire dalla realtà e dai suoi problemi, quando mai li affronteremo?".

Le ambientazioni che negli anime riproducono più o meno fedelmente dei luoghi reali, costituiscono secondo Sato un problema altrettanto di rilievo: "E' come un'ossessione per noi che lavoriamo nel settore dell'anime". Stimola incredibilmente il turismo, e rende i fan più che soddisfatti, ma "Quando guardo gli anime di oggi, mi rendo conto che non ci è rimasto più un briciolo di orgoglio".
Gli anime sono diventati un "Super sistema collaudato", dove niente può più mutare facilmente. E' un sistema che si sta muovendo verso il modello di Akihabara, con l'importanza dei personaggi, delle immagini, del merchandising, e che Sato vede come una vera e propria perversione dell'idealismo delle origini. In altre parole, significa svendersi.
"Hayao Miyazaki invece era un comunista" ha tuonato Sato infervorandosi sempre più: "Lui voleva combattere il sistema, e aveva ragione!".
Prima di concludere, Dai Sato ha elogiato il rap e l'hip hop in ambito musico-culturale: secondo lo sceneggiatore, sembra che questi movimenti siano tuttora "underground" e di conseguenza le persone in quest'ambito non tradiscono sé stesse a favore di una facile fama di carattere commerciale. Sato ha poi paragonato il manga al rap, perché nella produzione di materiale scritto sono necessarie meno persone, e gli autori tendono a non "svendersi" facilmente.
Il parere di Sato è che anche gli otaku e i rapper non siano poi molto differenti tra loro: essi focalizzano la propria attenzione su qualcosa, e comunicano attraverso la creazione e al tempo stesso facilitando la creazione di nuovo materiale. La convinzione che l'otaku sia diverso dagli altri gruppi giovanili, o che sia in qualche modo migliore o peggiore di qualcuno di loro, è soltanto un'esagerazione mediatica. Persino se il settore commerciale intendesse ignorare qualche autore di proposito, ci sono comunque le doujinshi, o le "super indies" amatoriali, che potranno facilmente riscattarne la popolarità.
Il manga è il terreno da cui gli anime tradizionalmente hanno tratto le proprie storie e la creatività, ma anch'esso sta facendo sempre più affidamento sugli anime. E secondo Sato, "Il manga è l'ultimo porto saldo. Se si perderà quello, non ci sarà più alcun anime".
Ascoltandolo mentre descrive ciò, sembra che Sato stia consapevolmente combattendo contro gli attuali trend degli anime e che al tempo stesso stia cercando di creare storie forti ed originali, attaccando con fervore le storie di tipo "kuuki-kei" e "sekai-kei": in quest'ultimo caso, assistiamo a storie in cui i problemi personali di qualcuno vengono equiparati ai problemi del mondo intero, senza che vi sia alcun intervento nè interessamento da parte della società o dello Stato. Di conseguenza, Sato ha descritto Ergo Proxy e Eden of the East come anti-sekai-kei.
Certamente le questioni sociali sono al centro della serie di Eden of the East: Dai Sato ha confessato di essere stato in parte ispirato a scrivere sulle difficili condizioni dei giovani giapponesi, perché si trovava a Koenji quando Amateur Rebellion (shiroto no ran) stava facendo uso della candidatura di Hajime Matsumoto per fare campagna elettoraale di fronte alla stazione dei treni. Il risultato fu una serie di eventi live all'aperto e manifestazioni hip hop, portati avanti da DJ e alternati a cori che cantavano "non lavoreremo (hatarakanee zo)".
La gioventù disoccupata raccoltasi nel centro commerciale abbandonato in Eden of the East era un riferimento a questi "morti viventi". Andando nei sobborghi e vedendo le case popolari, Sato ha percepito città svuotate senza più energie, senza persone giovani, senza un futuro.

E gli anime, hanno un futuro?
Le cupe previsioni di Sato dicono che gli anime si esauriranno in Giappone nel giro di pochi decenni.
Tuttavia, lo sceneggiatore di Eureka Seven vuole continuare a realizzarli, proprio perché confida fino all'ultimo che questo triste scenario non si verifichi; e per questo, conclude "Mi sto dando da fare affinché ci sia sempre un nuovo progetto su cui lavorare".
Cmq tocchiamo pal... ehm ferro per la frase "Le cupe previsioni di Sato dicono che gli anime si esauriranno in Giappone nel giro di pochi decenni" ^^
Quanto a "Eureka 7", sarà pure "muzukashii-kei", ma a me sta parecchio annoiando. Forse anche perché la cultura alla quale si ispira Sato non mi va molto a genio.
Spero solo che la sua previsione sia sbagliata, non potrei vivere senza anime!
Che dire, probabilmente ci sarà sicuramente un calo, ma credo se ne verrà fuori. Si tratta di cicli e mode, prima va una cosa, poi l'altra, ma continuo a non vederla nera.
Di certo l'animazione e i manga dovranno affrontare a breve diversi problemi che stanno affliggendo il mercato, tra cui la trasformazione dello stesso, e la sempre più assidua voglia di ottenere il massimo di utili affrontando il minimo di spesa.
Faticano a emergere nuovi artisti con personalità e uno stile proprio, appunta per l'enormità dell'offerta e il voler puntare su un successo affrontando il minimo del rischio.... vedremo
Ciao!
Tacchan
Il problema del sub-appalto lo conosciamo anche noi per i recenti fatti (FIAT). Se i giapponesi finiscono per esportare il lavoro ai cinesi allora gli anime per forza saranno destinati a sparire, perchè diventeranno schifezze artistiche tenute inpiedi da storie più o meno complesse ma sempre viste e riviste...
Poi il problema di anime con storie dallo spessore simile al filo interdentale ormai ci siamo abituati, e forse non ci stanno male perchè altrimenti l'animazione diventerebbe troppo complessa per essere seguita dal grande pubblico internazionale.
Bisognerebbe un equilibrio che vada bene a tutti, ma sarebbe più facile beccare il 6 al superenalotto!
Speriamo che non scompaia niente tra dieci anni... Anche se non sarebbe un mio problema tra tutti quei anni! haha
Lo so, ultimamente capita piuttosto spesso che qualcuno faccia un discorso serio che viene poi riportato su animeclick, e a dar ragione ogni volta a tutti sembra un atteggiamento da leccapiedi...ma hanno proprio ragione, soprattutto questo qui che, vedendo anche i lavori che ha fatto, non è di certo uno qualunque, ma anzi...
Ha pienamente ragione sul fatto che fra qualche decina d'anni gli anime saranno qualitativamente finiti, e se non interviene qualcuno come lui a cercare di risolvere il problema si mette male...
Ormai non c'è più un anime senza la dodicenne tutta frizzi e lazzi che salva il mondo e nel frattempo mostra le mutandine a mezzo universo....
Atroce.
non credo ke il mercato degli anime avrà mai fine, è piu probabile ke il giappone perdi il monopolio su di esso...
Come dice un mio amico: "tutto finirà con un Big bang e poi da li tutto ricomincierà". Questa frase era riferita al mondo dei videogiochi ma credo ke anke per il mondo degli anime vada bene, no?
Magari ultimamente ce ne sono di meno, comunque ci sono.
Il problema dei sub-appalti invece è davvero una piaga, almeno non è una cosa diffusa solo da noi.
Non che ci sia motivo di essere felici per questo, significa solo che di mentecatti ce ne sono davvero troppi e ovunque.
Lo stato dell'animazione giapponese contemporanea è disastroso, le serie tutte uguali, i protagonisti insulsi.
Vedo tonnellate di anime e mi accorgo che, ultimamente, a meno di un mese dal termine di una serie già fatico a ricordarmi i titoli di ciò che ho visto, men che meno i nomi dei personaggi.
Non c'è originalità... e per originalità non intendo complessità. Ci sono solo stereotipi ed omologazione. Spero proprio che qualcosa cambi...
<i>"Se stiamo sempre a fuggire dalla realtà e dai suoi problemi, quando mai li affronteremo?"</i>
<b>STRAQUOTO</b>!!! Parole di un grandissimo! Non per niente, il suo nome è associato a una serie di opere da far paura!!
Da tramandare a tutti i POSER OTAKU!!!
Un'altra cosa che farei al loro posto è animare non solo le serie mangacee attuali ma dare un occhio anche a quelle dei decenni passati come JoJo, Ushio e Tora, Guyver, Rookies, Captain Tsubasa, (tutte le nuove serie inedite compreso il WYH anni 90), Fortified School, Bastard!!, Berserk (rifare l'anime daccapo + fedele al manga), etc etc.
Insomma perchè guardare solo a quello che il mercato offre oggi? Ci sono un sacco di capolavori, di perle del passato ingiustamente non omaggiate con degli anime (televisivi per lo più). Ecco io punterei su quelli, voglio vedere poi se il mercato non prende un bello scossone di ripresa!
finiremo a guardare solamente shonen e shojo ed i pochi seinen saranno solemente splatter o ecchi
Spero solo che altri come sato affrontino di petto la situazione per garantire agli anime il futuro che meritano.
In particolare mi ha colpito questa dichiarazione:
"Purtroppo credo che i fan stiano perdendo la propria alfabetizzazione sui media, l'abilità di leggere la narrativa e le storie, d'intuirne i significati nascosti tra le righe, e persino la curiosità d'interrogarsi su di essi."
Magari questo Dai Sato non sara' un nome conosciutissimo,ma credo che il suo ottimo curriculum parli per lui.
E' innegabile che il mercato anime rischia di compromettersi seriamente,perche' a parte gli occasionali sprazzi di luce ( ad esempio Heroman,cosi' come negli anni 90 mentre tutto il settore comics stava andando a donnine Hulk viveva il suo periodo editoriale piu' felice grazie alle ottime storie di Peter David)la standardizzazione dei generi sta uccidendo qualsivoglia sperimentazione.
Noticina finale,mi ha incuriosito la sua opinione sulla scena rap nipponica;quella italiana dopo i fasti degli anni '90 e' praticamente allo sbando salvo poche eccezioni,mentre le mie nozioni di rap giapponese non vanno oltre Samurai Champloo.
Insultare chi guarda una certa tipologia di anime moderni di oggi non ti fa figo, solo perchè a te personalmente non piacciono alcune produzioni odierne non significa che ad altri non piacciano. Non mi pare di venire a insultarti perchè a te piacciono quelle "sozzierie" di serie robotiche che guardi, finirei per fare lo stesso discorso, che gli anime robotici di hanno rimbambito.
Questa è la frase su cui riflettere.
E lo screenshot dell'anime sottostante si presta bene.
i nuovi prodotti offrono ben poco nell'attuale panorama dell'animazione tranne in alcuni casi,dove il cervello dell'ideatore ha dei fini precisi e lo permette di distaccarsi da chi si uniforma in una corrente di pensiero già esistente e che non venderebbe affatto vista l'assuefazione di quel mercato.
le nuove frontiere richiedono proprio questo,un allontanamento da questa realtà e riprendere canoni lasciati in sospeso 20-30 anni fa e rimessi in gioco con le tecnologie attuali,non concependo dei restyling ma dei prodotti su ispirazione degli esistenti che deve essere fatto con una nuova idea,originale nella trama e negli intenti,e la fantasia e la storia della vita di tutti i giorni offre sempre spunti per creare qualcosa di nuovo,se poi i giapponesi si sono impigriti sui passati successi,non è certo colpa nostra se saranno tra qualche anno quasi morti o a un passo dal baratro.
Effettivamente i gusti cambiano di generazione in generazione ed a volte vengono fatti cambiare di proposito dalle Multinazionali e simili...speriamo che prima o poi si ritorni sulla retta via
è come se Spielberg si lamentasse perchè esistono film idioti!
l'animazione è un supporto narrativo come lo sono manga,libri,film,è un contenitore per veicolare storie,idee concetti e come tale non può.."morire".
e cmq mi pare di capire che Sato sia favorevole alla "globalizzazione" dell'animazione giapponese che invece si trincera gelosamente dietro un falso teorema nazionalista e sfrutta l'aspetto pià speculativo della globalizzazione sfruttando manodopera a basso costo e producendo animazione di bassa qualità..
lui vorrebbe l'internazionalizzazione del fare animazione come lo fanno loro.
Spero di no, globalizzare gli aniem significherebbe ridulri agli standard occidentali, quindi perderebbero tutto il fascino tipico della cultura orientale. Meglio di no, se devono diventare sozzerie come le produzioni occidentali e seguirne gli stereotipi meglio che implodano o si trincerino. Diverseculture non potranno mai coesistere, si dovrebbero fare troppi sacrifici e restrizioni degenerando in un prodotto mediocre per appagare le masse.
Gli anime devono rimanere un prodotto tipicamente nippo per i nippo e basta senza essere contaminati dalla rozza cultura occidentale.
Che dire incrociamo le dita...
Se Eureka ha i capelli blu qua qualcuno è daltonico...
Figurati se in sto sito di "fedeli al vecchio chiodo" non partiva una serie di insulti agli anime odierni e lodi e osannamenti agli anime del secolo scorso. Ma basta! Aprite gli occhi! Gli anime di adesso non hanno nulla da invidiare a quelli del secolo scorso! Certo, non tutti. L'unica differenza è che adesso ci sono molti più anime-spazzatura che finiscono per far generalizzare gente come voi che dice che al giorno d'oggi tutti gli anime fanno schifo.
Il paragone tra manga e rap mi è piaciuto
<br> Questo perché a mio avviso la cultura generale sta andando a farsi benedire in favore di mode passeggere e di un maggior interessa verso l'effimero aspetto. Basti vedere che nell'immaginario italiano attuale chi studia è un secchione sfigato mentre chi arriva è la capra ignorante che fa il calciatore.
Mi trovo d'accordo con Sato sul fatto che molte persone oggi non sono così interessate agli anime come qualche anno fa e non si informano a dovere, l'esempio sono i significati dietro ai titoli di E7 o alla Summer of love. Certo c'è anche da dire che oggi ci sono decine di serie ogni stagione e questo fa si che si rimpiazzi una serie con un'altra.
Poi non ricominciamo con la solita storia che gli anime anni 70/80 erano meglio di quelli odierni...alcune sceneggiature erano meglio di alcunetre attuali ma anche negli anni 2000 ci sono state molte serie meritevoli quindi non penso proprio che il mondo degli anime si possa avviare verso la sua conclusione.
Comunque, meglio pochi anime buoni che tanti mediocri.
P.s. Eureka 7 sta deludendo anche me
A volte una sceneggiatura complessa non è sufficente, l'atmosfera rilassata e il fanservice di K-on danno una pista a quel pattuglio di trama pseudo-apocalittica di EOTS...
E io difatti supporto poche serie recenti, e non vedo l'ora di comprarmi i film di Gundam...
Già, Gundam...
EHI, ASPETTATE UN MOMENTO!!!
Quando uscì Gundam gli anime stavano già morendo, sostituite il moe ai meisaku e gli shonen ai robot, e la situazione era IDENTICA, manca solo la crisi del subappalto, ma per il resto le animazioni erano essenziali e scarne (tranne alcune eccezioni) e le trame tutte uguali, se qualcuno implementava un minimo di innovazione e faceva successo, via con 10 serie clone, che fosse il numero di navicelle che formavano il robottone o l'idea di piazzare un "attacco finale", o diverse sfighe alle protagoniste meisaku (tra cui perdere molti privilegi dovuti alla ricchezza inaspettata).
E quando arrivò Gundam, con le sue animazioni troppo complesse per l'epoca e la sua trama non a episodi autoconclusivi, fu un flop totale.
Ora adoriamo Gundam, possiamo replicare il suo travaglio parlando di Evangelion, ma forse ci manca il "Gundam" dei nuovi tempi... e no, Gurren Lagann è splendido quanto volete, ma non credo che potrà far molto...
Si può solo fare una cosa: creare ottimi prodotti. Ma se poi i sub-appaltatori li rovinano e il pubblico ci mette anni a valorizzarli, allora torneremo sempre a parlare di collasso ricordando i pochi casi... ma l'animazione non morirà di certo.
Su una cosa mi trovo assolutamente d'accordo: "Purtroppo credo che i fan stiano perdendo la propria alfabetizzazione sui media, l'abilità di leggere la narrativa e le storie, d'intuirne i significati nascosti tra le righe, e persino la curiosità d'interrogarsi su di essi". E' una cosa che penso da parecchio riguardo alle trame dei videogiochi, di certi bestsellers e purtroppo anche di molti anime. Trovo che le storie siano spesso (non sempre, per fortuna) siano prive di complessità e che sia passata la voglia di far pensare le persone, di riflettere su noi stessi e sulla società in cui viviamo, su quello che riteniamo giusto o sbagliato. E quello che trovo preoccupante è che molte persone non se ne rendano conto, perché significa che stiamo perdendo la capacità di capire se una storia è "buona" e la voglia di fermarsi a pensare, di farsi catturare dalla trama e di girarla da tutti i lati per capire i significati profondi (un po' quello che mi è capitato la prima volta che ho visto Ghost in the Shell, ci ho pensato per settimane)... speriamo davvero che sia solo una tendenza del periodo...
Comunque, l'analisi di un antropologo su un articolo di animeclick, evviva!!!!!!!!!!!!(scusate, deformazione professionale!!!!!!!!)
"Sato si è affrettato ad aggiungere che molti appassionati di anime hanno scartato a priori la visione di Eureka Seven, considerandolo un clone di Neon Genesis Evangelion senza nemmeno guardarlo. La storia, l'ambientazione e i personaggi sono del tutto differenti, ma ci sono comunque stati secchi pregiudizi basati sulle immagini di una misteriosa ragazza dai capelli blu e dagli occhi azzurri che pilota un robot gigante, e sia i personaggi di Rei Ayanami (Evangelion) che di Eureka (Eureka Seven) corrispondono alla descrizione"
Infatti Eureka Seven non è un clone di Evangelion. E' molto peggio!! Per quanto concerne l'outsorcing dell'intercalazione, sono almeno 30 anni che viene praticato regolarmente per tutti gli anime giapponesi! E' una pratica inevitabile per contenere i costi di produzione (pur elevatissimi)!
L'aspetto negativo denunciato da Sato nell'animazione e prima ancora negli usufruitori della stessa mi sembra ben visibile in molti dei titoli più recenti, che per quanto"carini" o "moe" (cosa che non disdegno affatto), spesso non hanno una trama, un motivo ispiratorio oppure un messaggio implicito in frasi o gesti dei personaggi. È indubbio che gran parte del pubblico si stà abituando a prodotti "leggeri", sembra quasi che si voglia sotterrare la testa di fronte alla denuncia dei problemi della società. Per non polemizzare troppo concludo con la speranza che non siano solo alcuni utenti di Animeclick a raccogliere questa denuncia xD
La soluzione?
Innanzitutto autori in grado di avere idee innovative in grado di farci emozionare come accadeva spesso in passato, in secondo luogo una diminuzione drastica del moe ed infine come ha già detto qualcuno, non sarebbe una cattiva idea animare qualche titolo datato stavolta in maniera fedele alla controparte cartacea che in aggiunta alle nuove tecnologie e ad i nuovi mezzi a disposizione potrebbe fuoriuscirne qualcosa di veramente interessante.
Come non quotare questa frase?!
Ora mi spiego perchè non riesco a guardare nemmeno un anime!
Bah.
Però mi sento di mettere in dubbio il fatto che i rapper non si svendano, purtroppo ormai l'hip hop e la sua cultura sono cambiati, non in meglio a mio parere
Splendido lavoro questa notizia comunque
@Spider: "Ne sanno qualcosa gli editori di comics, che negli anni '90 vissero un periodo caratterizzato da superficialità e mancanza di contenuti e, giunto davanti a una crisi tremenda (la Marvel era addirittura a un passo dal fallimento) riuscirono a risollevarsi importando creativi dall'Europa."
Esatto.Tanto per far capire un po le proporzioni della crisi del fumetto americano,se oggi l'opera di maggior successo ( ad esempio le recenti ed acclamate saghe di Lanterna Verde come Sinestro Corps War e Blackest Night ) in America difficilmente va oltre le centomila copie,in quel periodo si arrivava facilmente a sforare il milione.
Gli esempi piu' lampanti sono il primo numero del nuovo mensile degli X-Men e il primo numero di X-Force,che raggiunsero rispettivamente quota otto e cinque milioni diventando i due albi piu' venduti nella storia del fumetto americano,nonostante la loro qualita' ( discreto il primo,ributtante il secondo ).E parliamo di albi editi da una casa editrice che solo una manciata di anni dopo fu costretta a dichiarare bancarotta!
Inoltre dopo l'implosione del 96 i comics scomparvero dalle edicole e diventarono appannaggio esclusivo delle fumetterie.
Ora,molte delle dinamiche della crisi del 96 e della probabile crisi del manga sono diverse,ad esempio la questione degli autori ( ad esempio se molti mangaka fanno la fame,Rob Liefeld e soci invece indulgevano in stili di vita da divi di Hollywood ) ma ci sono diversi punti in comune,il piu' importante sottolineato qui sopra da Spider ovvero il declino di qualita' e profondita' delle storie,fatte sempre piu' per assecondare i gusti del pubblico ( per l'otaku del nuovo millennio la ragazzina tutta occhioni e pose equivoche,per il teenager dei '90s l'omone muscolosissimo disegnato in maniera sproporzionata e con in mano pistole tanto grosse quanto improbabili ).
Attenzione,questo non e' un generico sfogo del tipo "gli anime di oggidi' fanno schifo,quando ero bambino c'erano Holly&Benji e Candy Candy" ( serie che detesto,ma questa e' un'altra storia... ) anzi sono convinto che qualcosa di buono ci sia ancora.Pero' vedo che l'industria dell'animazione nipponica si sta adagiando su binari tanto apparentemente comodi quanto pericolosi.
Tornando a parlare di esempi positivi di contaminazione ( ne ho gia fatto uno in un post precedente ),si potrebbe parlare dell'apporto positivo di tanti sceneggiatori scozzesi come Mark Millar,Grant Morrison,Garth Ennis,Alan Moore o Warren Ellis oppure del primo Frank Miller il cui tratto era un miscuglio di influenze europee ( tra cui il grandissimo Sergio Toppi ) e anche nipponiche.
Oppure il giapponese Jiro Taniguchi,che non ha mai nascosto la sua ammirazione per il fumetto francese,al punto di chiedere che le sue opere siano stampate nella scansione "occidentale" ( da sinistra a destra ) per le edizioni non giapponesi.
Bè vediamo di aprire gli occhi dato che il fanservice c'è sempre stato (Ranma, Evangelion...) e vediamo di non abusare del termine "moe" che ha un significato ben preciso.
Esce una notizia di un anime nuovo e nei commenti subito "moe di qua moe di là" solo perché c'è l'immagine di qualche ragazzina e senza neanche aver mai visto l'anime. Ma andatevi a vedere il significato della parola moe e smettetela di usarlo per qualsiasi ragazzina pucciosa, che cavolo!
purtroppo la facile commercializzazione e digeribilità al pubblico a cui essi sono costretti dà origine il più delle volte a qualcosa di inguardabile ed in altri casi a qualcosa di inudibile, è poi naturale che le crisi risulta marcata.
il consiglio che io posso dare è quello di impiegare più tempo innanzitutto per pensare a come un'opera deve essere concepita,scritta di getto nei primi barlumi di fantasia e poi correggerne il tiro dove effettivamente occorre,e che io sappia la fantasia e l'estro a un popolo come quello nipponico nella produzione di queste opere e similari non è mai mancato, semmai mi stupisco questo repentino tirare i remi in barca e stare a guardare il sole come nasce e tramonta,la cosa mi infastidisce parecchio.
il trend può cambiare solo se le idee davvero originali vengono fatte passare e si ha il coraggio di metterle in pratica,ovviamente sono progetti in cui va richiesta sempre una grande collaborazione.
se ci fate caso,questo avveniva già nella fine degli anni 70 ed inizio 80,bisognerebbe copiare quelle sensazioni,non le opere di quel periodo.
inoltre abbiamo i grandi registi che portano avanti la vera animazione giapponese,grandi geni come miyazaki,oshii,kon,tomino,lo stesso sato,che che sostituiscono credo abbastanza bene nagai e tezuka(di cui per mia sfortuna non ho ancora potuto nè leggere nè vedere niente). queste poi sono solo le mie idee al riguardo,chiunque le può tranquillamente controbattere.
Per quanto riguarda le opinioni di Sato verso gli anime attuali ne ricavo più che altro una lamentela verso il fatto che i nuovi titoli appartenenti alla tipologia in cui lui è specializzato non sono quelli del momento. Del resto, come altri hanno già detto i generi che tirano variano col tempo: prima toccava ai robottoni, poi ai Majokko, ora i moe-kawaii vanno per la maggiore. Ma del resto la ruota gira...
anzichè perdersi in chiacchiere dovrebbero studiare a tavolino con le proprie meningi un nuovo modo di concepire le opere e far in modo che esse abbiano successo.
a mio avviso è troppo facile parlare male altrui e di altre opere che hanno successo e si tende a fare una critica generalista, chi si comporta così mostra tutto il suo impigrimento artistico e ha ben poco da dire rispetto ai successi del passato.
ma quanto ha ragione!
dopo aver letto questo mi passa completamente la voglia di vedere K-ON!
se proprio devo vedere qualcosa legato alla musica mi guardo quella meraviglia di Beck!
<i>E' un sistema che si sta muovendo verso il modello di Akihabara, con l'importanza dei personaggi, delle immagini, del merchandising, e che Sato vede come una vera e propria perversione dell'idealismo delle origini. In altre parole, significa svendersi.
"Hayao Miyazaki invece era un comunista" ha tuonato Sato infervorandosi sempre più: "Lui voleva combattere il sistema, e aveva ragione!"</i>
sono stato ad Akihabara e posso confermare in toto quello che ha detto: c'è tutta una campagna per promuovere pupazzetti in posizioni spinte, nonchè stupidi prodotti costosissimi e di nessun valore; i megaschermi martellano le orecchie con pubblicità di anime stupidi doppiati da vocette stridule...
concordo pienamente anche sull'elogio a quel grande che è Miyazaki.
comunque è normale che oggigiorno si punti soprattutto sul merchandising, perchè i DVD costano l'ira di dio: 2 miseri episodi di K-ON a 50 €! ma siamo matti?
per forza il fan sfegatato poi si prende il cuscino o il pupazzetto, perchè la serie in sè costa troppo!
quindi gli sceneggiatori puntano a creare qualcosa che possa essere sfruttato al massimo con prodotti del genere... in fondo li capisco.
onestamente non credo che il mercato degli anime possa finire a breve, anche perchè come altri hanno già scritto, quella del moe è solo la moda del momento (speriamo); magari la prossima generazione ritroverà interesse per storie più complesse...
certo che questo signore ne ha fatte di belle serie!
purtroppo le conosco solo di nome (a parte Eureka Seven che sto vedendo su Rai 4), ma dopo aver letto tutto ciò il mio interesse cresce di molto!
in effetti lui se lo può permettere di dire tutte quelle cose!
complimenti a Lara per questo interessantissimo articolo!
non c'è più molto da stupirsi se c'è questo tipo di tendenza a guardare nel prato altrui visto che nel proprio non si lavora come un tempo.
nei momenti più difficili la storia ci insegna che sono uscite sempre delle grandi opere,per cui invito gli artisti giapponesi a prendere matite e fogli e ricominciare a lavorare sul serio!
Tuttavia trovo impreciso l'ordine di priorità che propone, poiche', citando e interpretando alla lettera demone dell'osc, mancano matite e fogli. L'animazione soffre di una Pietosa qualità del disegno, con una vergognosa qualità del colore, praticamente tonalità pure spalmate con zero valore e saturazione. Altro che trama
Questo lo credi tu ma non è così per me, molti anime "moe" sono meglio delle vaccate shonen/mecha tutto cloni che guardi. E comunque Eurkea Seven è una anime che mi ha fatto davvero schifo e lui si lamenta che in molti non lo hanno compreso, ma mi faccia il piacere va.
Tu parti dal pregiudizio che il moe sia solo per accontentare gli otaku sfigati ma ti sbagli di grosso, il moe è uno stile di disegno odierno che ha dato inizio a un cambio generazionale necessario. Anime mediocri ne hanno prodotti a tonnellate anche in passato come oggi, sol oche allora non avendo la rete per scroccare ci si accontentava di quello che usciva il vhs, e grazie al cavolo che a qualcuno parevano ottimi, non c'era la scelta per compararli.
Se hai antipatia per questo genere continua a guardarti la tua immondizia mecha fino alla sfinimento, nessuno te lo vieta mi pare, ma spalare fango sempre su ciò che non ti garba è sin troppo facile, per di più se lo guard ia scrocco. La sclta esiste ancora.
I grandi signori che vogliono guadagnare seguendo solo le mode del momento, ben presto si troveranno a bocca asciutta,si sà le mode sono passeggere. E' vero che in ogni tempo c'è stato un'invasione di genere, ma non come in quest'ultimi anni, dove in una stagione di anime, si vedono solo immagini di ragazzine semi nude, un simil-ecchi che si avvicina quasi all'hentai.
Purtroppo è una crisi che non colpisce solo gli anime, ma anche il cinema soprattutto americano, film con storie valide si contano sulle dita di una mano. Non parliamo poi del 3D che tutti vogliono fare, ma che gli spettatori già non ne possono più.
E' sempre un grave rischio seguire le mode, perchè se lo fanno tutti, nessuno ne guadagna a sufficienza.
Ehm... Ma non è quello che hai appena fatto tu? Solo che io ho motivato le mie affermazioni, tra l'altro spiegandoti chiaramente la strategia commerciale che c'è dietro simili prodotti e lo stile di vita delle persone a cui essi sono indirizzati.
Tu invece fai solo esternazioni da fanboy.
Vabbè che con uno che si infervora a tal punto perché gli toccano i suoi adorati anime moe e poi se ne esce che Eureka Seven è un anime che "gli ha fatto davvero schifo", penso sia anche una perdita di tempo stare a discutere.
De gustibus non disputandum est, per carità. Ma E7 è stato definito da critica e pubblico come una delle migliori serie dell'ultimo decennio. Un'opera di una complessità e uno spessore sia emotivo che culturale che anche chi ha gusti discutibili in fatto di anime non può che riconoscere.
Uno di quegli anime che restano nell'immaginario collettivo degli appassionati per sempre.
Mentre tra un paio d'anni vorrei vedere chi ancora si ricorderà di K-on.
Continua a scrivere le tue storie che io ti supporterò acquistandole in dvd!!!
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