Riportiamo dal
blog di
Yupa alcuni commenti e considerazioni sulla traduzione italiana del tredicesimo volume di
Bokura ga ita, edito da
FlashBook Edizioni:
PARTE I,
giovedì, 29 aprile 2010 - 00:15
Dopo... quanto tempo? Più di un anno...
dopo più di un anno, dunque, rieccomi a tradurre
Bokura ga ita (僕等がいた), col tredicesimo volume.
Ai giapponesi, anzi, alle giapponesi, visto che la stragrande maggioranza del pubblico di colà sarà femminile, è andata anche peggio:
in patria tra questo volume e il precedente dodicesimo hanno dovuto attendere più di due anni.
Problemi personali dell'autrice: la stessa
Obata Yūki nell'antina del volume si chiede con punta d'amarezza, quante lettrici avrà perso per strada e quante le saranno rimaste fedeli. Evidentemente anche in Giappone la perdita di regolarità non giova alle pubblicazioni... non che i
manga che si impantanano in corso d'opera siano pochi, tra l'altro...
Controllo sul disco fisso e vedo che
il primo volume di Bokura ga ita lo traducevo all'inizio del 2007. Tre anni fa. Non sono pochi. In genere la lettura del fumetto può procedere regolare, manco ti accorgi dei
cambiamenti di stile, cambiamento che si sviluppano per variazioni infinitesimali di volume in volume, anzi, di pagina in pagina. Poi però gli anni di pubblicazione si accumulano, e allora prendi una delle vignette più recenti, fai il confronto con una delle primissime, e a volte quasi stenti a riconoscere i personaggi stessi...
E allora mi dico, non so quanto sensatamente, che forse non è il caso di farsi troppi problemi quando un lavoro di traduzione sullo stesso titolo si diluisce anch'esso nei mesi e negli anni:
se lo stesso autore (nel nostro caso l'autrice) cambia e si trasforma, davvero il traduttore deve fare tutti gli sforzi possibili per mantenersi fedele a quegli schemi di resa del testo che utilizzava all'inizio? Sforzi possibili, o forse impossibili.
Tradurre è un apprendere continuo, tra la progressiva scoperta di nuovo strategie di resa del testo e l'abbandono di quelle che ormai sembrano inefficaci, se non ridicole;
tradurre subisce i suoi cambiamenti nel tempo, perché cambiano idee, opinioni e posizioni verso il tradurre stesso.
Tutto ciò non fa che ribadire (ma era davvero necessario?) che la traduzione è un'attività parziale, così come parziali, per quanto su diversi livelli, sono tutte le letture dello stesso testo. Certo, poi
un minimo di coerenza è necessaria: se nel primo volume di
Bokura ga ita, per dire, mantenevo nella resa italiana i suffissi giapponesi ai nomi proprî, non è che ora, nel tredicesimo, anche se per ipotesi ora la pensassi come un'abberrazione, posso cambiare di punto in bianco questa politica. Ma
a parte questi punti fermi sugli aspetti più bruti e palesi, è inevitabile che lo stile di traduzione muti, vada mutando e sia mutato, anche inconsapevolmente.
In realtà non volevo scrivere di questo. Ma di altro, e cioè: riprendendo dopo un anno a lavorare su
Bokura ga ita ho ritrovato conferma di quanto ho spesso considerato, e cioè: che
gli shōjo manga restano tra i fumetti piú impegnativi da tradurre. Almeno per me. Ma forse non solo per me.
Vediamo un po'.
Ci sono fumetti difficili da leggere, e fumetti difficili da tradurre. Le due cose non corrispondono necessariamente.
La comprensione del testo è solo la metà del lavoro di traduzione, l’altra metà, che è la resa, è spesso indipendente dalla prima. Le rispettive difficoltà di comprensione e resa dipendono dalle
conoscenze specifiche del traduttore. Per capirci: sarebbe poco intelligente dare da tradurre qualcosa che parli di scacchi a un traduttore che non sappia distinguere un cavallo da una torre; un traduttore poco coscienzioso produrrebbe qualcosa che un editore intelligente valuterebbe come inutilizzabile, mentre un traduttore coscienzioso spenderebbe enormi quantità di tempo e sofferenza per produrre qualcosa che sarebbe comunque da far rivedere a qualche specialista.
Ora,
gli shōjo manga sono ambientati per la maggior parte nella contemporaneità urbana, e questo significa, prima di tutto, linguaggio colloquiale e quotidiano. Spesso e volentieri, anzi, se si escludono i voli poetici delle protagoniste sofferenti d’amore frustrato, il linguaggio è
sciatto, poco pulito, conciso e allusivo, con gran quantità di sottintesi lasciati all’intuito delle lettrici. Quindi, se il lato debole del traduttore è proprio il linguaggio colloquiale e contemporaneo, specie quello tra adolescenti, rispetto al quale del resto non è cosa facile restare aggiornati, si capisce quali difficoltà comportino gli
shōjo manga.
Ma
non è solo una questione di competenze personali del traduttore. C'è un problema di fondo. Nei fumetti in cui si ricorre a tecnicismi e linguaggi estremamente settoriali, che siano la fisica quantistica, l’occultismo del seicento, la psicanalisi freudiana o quant’altro, di solito
i dialoghi mantengono comunque una grammatica ordinata e strutturata, per quanto magari intricata. Qui semmai il problema è comprendere i singoli termini originali e conoscere le corrispondenze italiane, ma non è insormontabile.
Diverso il caso del
linguaggio colloquiale e destrutturato, in cui si deve compiere un’operazione a
piú passaggi: ricostruire una struttura logica ordinata sottesa alla frase originale, trasformarla in italiano, e poi destrutturare nuovamente la traduzione, cercando di ottenere un italiano colloquiale e destrutturato che renda quanto possibile lo stesso sapore dell’originale; magari cercando di evitare gli scogli insidiosi dei
regionalismi, dello slang desueto, o di cadute nel ridicolo, tutte cose sempre in agguato quando si ha a che fare coi linguaggi colloquiali.
La situazione è un po’ paradossale: il madrelingua troverà sicuramente oscuro, se non incomprensibile, il testo infarcito di termini tecnici e specialistici, mentre leggerà in maniera immediata il testo colloquiale e quotidiano; il traduttore potrebbe trovare molte piú difficoltà, soprattutto in quanto a resa, a lavorare sui secondi che non sui primi.
Non solo. Mentre il testo tecnico richiede soprattutto conoscenze precise, che dopotutto possono essere supportate anche da validi dizionarî ed enciclopedie,
il lavoro di resa del linguaggio colloquiale, fatto per sua natura di imprecisioni, approssimazioni, sfumature e sottintesi, richiede soprattutto sensibilità e senso estetico, cose non così facilmente quantificabili...
PARTE II,
mercoledì, 12 maggio 2010 - 13:23
Tornando agli
shōjo manga.
L’ambientazione, l’ho già detto, è soprattutto la
quotidianità urbana. E questo può
togliere parecchio spazio di manovra al traduttore.
Immaginiamo un fumetto ambientato in un
mondo fantastico o simil-tale. Anche nel piú sbrigliato dei casi, ovviamente,
l’autore giapponese potrebbe inserire diversi elementi della sua realtà presente, perché se li trascina dietro
inconsapevolmente, o inserendoveli
appositamente per qualche suo fine, solitamente
umoristico. Elfi che parlano nel dialetto di Ōsaka o guerrieri che mangiano gli
onigiri, per dire; o, a un livello piú sottile, nobili e plebei di medioevi simil-europei, o di remotissimi regni stellari, che a piú riprese agiscono e ragionano come l’abitante medio della Tōkyō odierna o, ancor piú facilmente, come il lettore
target.
Ecco,
in tutti questi casi chi traduce può ritagliarsi una certa libertà, se lo vuole, sempre che almeno
riproduca in qualche modo l’effetto di questa
strana commistione che unisce un ambiente irreale-fantastico con dettagli realistico-contemporanei; coi secondi che, nell’edizione localizzata, non necessariamente devono essere gli stessi d’origine, specie se questi ultimi rischiano di risultare incomprensibili al fruitore straniero.
Ma
quando l’ambientazione nel Giappone dei nostri giorni è non solo precisa e presente, ma addirittura tematizzata, e parte integrante del discorso di cui l’opera si compone, allora i
margini d’azione del traduttore diventano assai
stretti. Riferimenti a fatti, luoghi e oggetti ovvî per il fruitore originario, ma spesso del tutto
oscuri a quello straniero, si affollano in gran quantità, e portano il traduttore al dilemma: optare per una
serie infinita di note a piè di pagina, gradite al lettore piú esigente ma invise e faticose per quello occasionale, che spesso è maggioranza? Oppure tagliare la testa al toro,
conservare intatto tutto l’”esotismo” senza apporre intrusive didascalie e confidando che gli
automatismi cognitivi del fruitore colmeranno i buchi, o pensando che, in fondo,
in tempi di internet, i volenterosi che vogliano togliersi lo sfizio di comprendere anche i dettagli piú arcani possono sempre rivolgersi a
motori di ricerca e wikipedie varie.
In realtà, poi,
in molti shōjo manga il problema dei riferimenti alla cultura contemporanea si pone molto meno spesso di quanto potrebbe sembrare. E per un motivo ben preciso, che tra l’altro ha interessanti risvolti extra-traduttorî.
Prendiamo ad esempio proprio
Bokura ga ita, da cui il discorso era partito.
Dopo ormai
tredici volumi, dunque ben piú di
duemila tavole di storia,
della protagonista si sa pochissimo. O, meglio, sappiamo il suo nome e i dettagli delle intricate vicende del poligono sentimentale in cui si dibatte dalla prima superiore sino ai giorni nostri, ora che di anni ne ha ormai ventiquattro. Sappiamo qualcosina della sua famiglia e che nello studio se la cava con l’inglese: ma è sintomatico che parenti e docenti non siano quasi mai comparsi in scena; diversamente che per gli altri personaggi, i cui parenti invece hanno un ruolo non da poco.
Non sappiamo nulla su eventuali suoi gusti, di qualunque tipo: è quasi un miracolo se nel terzo volume scopriamo che ascolta un CD di
Utada Hikaru, ma è un
unicum; a parte questo: che altra musica ascolta? le piace leggere? legge libri, o fumetti? di che autori? di che genere? va al cinema? guarda la televisione? segue qualche programma? pratica qualche sport? ha degli interessi specifici? Oscurità totale.
In pratica
da una parte lo scenario quotidiano viene fortemente enfatizzato e reso plausibile: ci sono la scuola e la famiglia, ben riconoscibili come ambienti, riti, pratiche e situazioni sociali; ma
dall’altra tale scenario viene svuotato di ogni eccessiva determinazione specifica. La protagonista frequenta una scuola giapponese assolutamente credibile, ma non identificabile con nessuna scuola precisa. E
lo stesso gioco viene fatto coi personaggi stessi, e soprattutto con quella principale.
L’obiettivo palese è di favorire in un pubblico ampio e generico un’identificazione che non si scontri con un personaggio troppo idiosincraticamente definito. Conseguenza che alcuni giudicheranno negativa è una certa
piattezza e banalità dei
personaggi, che nello sforzo d’assomigliare a tutti rischiano quasi di essere nessuno.
Poi, sarebbe da vedere se questa è una
conseguenza automatica e spontanea dell’interazione tra autore ed esigenze del pubblico, o una
tradizione che gli autori perpetuano senza porsi troppe domande e i lettori accettano come scontata, o ancora il frutto di
precise direttive editoriali che prescrivono personaggi la cui caratterizzazione individuale non superi determinati limiti, o non sia connotata in base a precisi riferimenti all’attualità; per cui magari un personaggio dedito alla lettura può essere accettabile, ma già sarebbe un passo eccessivo informarci su quali autori o libri prediliga.
Sia quel che sia,
tutto ciò va a sicuro vantaggio del traduttore il quale, una volta tanto, non deve arrabattarsi troppo chiedendosi come gestire oscuri riferimenti a programmi televisivi, o fenomeni di moda, tormentoni mediatici, e via dicendo. Pur vivendo entro un sistema, quella della società nostra contemporanea,
saturo sino all’inverosimile di segni che rimandano a intricatissime reti di altri segni che si succedono a un ritmo quasi insostenibile per la fruizione dell’individuo (il famigerato
information overload), ed essendo in parte figlio e componente di tale sistema, è notevole che
Bokura ga ita, al pari di molti altri fumetti congeneri (e forse di molti altri prodotti culturali a larga diffusione), tenda a presentarsi come
spoglio e depurato di ogni possibile traccia di un’identità riferibile a uno spazio e un tempo troppo precisi...
PARTE III,
domenica, 30 maggio 2010 - 19:36
Può sembrare una minuzia, ma la negli
shōjo manga la
frammentazione spaziale del testo è tra quelle cose che danno non pochi grattacapi al traduttore.
Due esempî per mostrare cosa intendo.
Cominciamo con una vignetta tratta dal decimo volume di
LineBarrels of Iron, che
shōjo manga non è.
È un classico momento di spiegazione, col
dialogo che si fa quasi didascalia, e lo stile piú informativo che espressivo. Il testo abbonda, e viene così
concentrato in grossi balloon. Qui ce ne sono due ma probabilmente, non fosse stato che per esigenze di equilibrio grafico, gli autori ne avrebbero fatto anche uno solo.
Quando ha altrettanto da dire, invece,
uno shōjo manga adotta di norma una strategia completamente diversa.
Quelle sottostanti sono due tavole dal tredicesimo volume di
Bokura ga ita.
Il testo viene spezzato,
frantumato e poi sparso intorno ai disegni; o, meglio,
immerso nella struttura stessa della tavola, a far da commento non solo semantico ma anche grafico.
Il testo qui non è piú solo una simulazione del sonoro che compone la narrazione a un livello diverso rispetto alle immagini, bensì anche parte integrante di queste ultime. Logico quindi che spariscano i balloon, cosa che negli
shōjo manga accade sovente.
In questa frantumazione non sono spezzate solo le singole frasi, ma spesso persino i
componenti minimi della frase stessa. Come se in un fumetto italiano una frase tipo “Ma hai incontrato Gianguglielmo ieri?” venisse distribuita su cinque balloon,
uno per ogni singolo termine.
Credo non servano grandi cognizioni di giapponese per capire i problemi che ne possono derivare in fase di traduzione.
I casi peggiori sono quelli in cui la miglior resa italiana richiede meno termini rispetto all'originale. Praticamente
si resta con dei balloon vuoti. E per riempirli, ci si spreme le meningi, di solito ricorrendo a espressioni tipo “Ma...”, “Eh...”, “Sai...”, “Vedi...”, “Mh...”, “...ok?”, “...sí?” e simili; col rischio comunque di
alterare il tono originale, piú di quanto già non accada di solito.
Il vero problema, tuttavia, è
l’ordine dei termini, che in giapponese è quasi sempre
rovesciato rispetto all’italiano. Finché le frasi sono contenute tutte dentro a un solo
balloon la questione non si pone, si può serenamente rimescolare l’ordine di sequenza per ottenere quello italiano. Ma quando vengono spezzate e distribuite come sopra, invece... intanto
si rischia che la divisione dei termini, in italiano, risulti assai meno naturale che in giapponese. Specie quando si ha a che fare con sfilze di frasi subordinate. Ma soprattutto, se l’autore mi spezza una frase mettendo
appositamente un termine in una data posizione per accompagnare una data immagine in una data vignetta, io non è che posso spostarlo come niente fosse nel
balloon di qualche altra vignetta, precedente o successiva...
In sostanza,
lo spezzettamento delle frasi in lunghe serie di balloon, in cui la sintassi originale acquista un suo peso significante rispetto alle immagini del fumetto, va a restringere non di poco la libertà del traduttore. Si tratta di ostacoli che chi traduce narrativa invece non incontra, e che pongono certo fumetto
piú vicino alla poesia che alla prosa, almeno nella struttura del testo (la qualità e il lessico sono un altro discorso...); o anche alla traduzione di
testi di canzoni, non a caso un tipo di testi tutt’altro che semplice da tradurre.
In tutti questi casi il traduttore deve ricorrere a varî espedienti per far sí che
l’ordine delle parole abbia un suo valore cosí come in originale, ma sia anche
grammaticalmente italiano, e non uno strano (e sgradevole) ibrido tra le due lingue. Classico problema, quest’ultimo, che però qui è piú acuto del solito.
Si ricorre a un
lavoro di taglio e cucito paziente e minuzioso, con risultati non sempre ottimali, e comunque faticosamente ottenuti.
Ma in molti casi questo lavoro ha i suoi
frutti inattesi, perché permette di vedere, scorgere e scovare possibilità di resa e trasformazioni dalla lingua di partenza a quella di arrivo che altrimenti forse non sarebbero mai state considerate; consentendo cosí, di rimando, di agevolare l’attività su testi in cui la questione della sintassi non abbia lo stesso peso, di assumere una maggior coscienza del fatto che
tradurre non significa tanto ricodificare un testo originale nella propria lingua, come se ci fossero corrispondenze esatte e prestabilite da applicare meccanicamente, come se fosse un semplice lavoro di
sostituzione, quanto riscrivere, a volte anche a fondo, a volte anche in maniera coraggiosa e
trasgressiva, la pagina estetica originale...