La voce delle stelle
9.0/10
Recensione di Pan Daemonium
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"La voce delle stelle" è un'opera davvero buona, per essere sostanzialmente quasi del tutto amatoriale.
Tecnicamente non eccelle nella morfologia dei personaggi, ma gli scenari e le parti spaziali e tecnologiche sono fatte molto bene, sembra quasi di essere di fronte ad animatori esperti.
Il tema principale, inoltre, è ben studiato: la distanza fra due amanti. Una distanza non solo fisica, cioè spaziale, ma anche temporale e mentale.
Spaziale perché la ragazza è costretta, seguendo i suoi sogni, a viaggiare verso i limiti del Sistema Solare e poi addirittura verso Sirio, una stella distante 8,6 anni luce dal Sole. Temporale perché l'unico modo di avere rapporti verbali con il proprio amato è inviargli delle mail, che però, con l'aumentare della distanza, arrivano sempre più sporadicamente. Nel momento in cui la ragazza è nel SS di Sirio impiega quasi 9 anni a far raggiungere la propria mail al giovane. Direttamente correlata è la distanza mentale, cioè la tendenza dell'uomo a dimenticare ciò che non ha sotto gli occhi costantemente. Quest'ultima distanza, però, è la meno marcata e, anzi, scompare nel finale, dove l'autore vuole sottolineare come tutti questi ostacoli (spaziali, temporali e mentali) non riescano comunque ad intaccare un sentimento puro come quello provato dai due giovani protagonisti.
Molto bello è il finale, in cui avviene un soliloquio a testa, ognuno per conto proprio, che però s'intreccia irrimediabilmente e spontaneamente con quello dell'amato: questo a dimostrare la similarità di vedute dovuta al sentimento provato. Non ci si faccia confondere dagli avvenimenti: l'intreccio dei monologhi non è temporalmente coincidente, anzi: il monologo del ragazzo avviene 9 anni dopo il monologo della ragazza. Insomma, anche un lasso di 9 anni non deleteria un sentimento che continua a far sì che il feeling, la lunghezza d'onda tra le due anime gemelle rimanga perpetuamente intatta e solida.
Tecnicamente non eccelle nella morfologia dei personaggi, ma gli scenari e le parti spaziali e tecnologiche sono fatte molto bene, sembra quasi di essere di fronte ad animatori esperti.
Il tema principale, inoltre, è ben studiato: la distanza fra due amanti. Una distanza non solo fisica, cioè spaziale, ma anche temporale e mentale.
Spaziale perché la ragazza è costretta, seguendo i suoi sogni, a viaggiare verso i limiti del Sistema Solare e poi addirittura verso Sirio, una stella distante 8,6 anni luce dal Sole. Temporale perché l'unico modo di avere rapporti verbali con il proprio amato è inviargli delle mail, che però, con l'aumentare della distanza, arrivano sempre più sporadicamente. Nel momento in cui la ragazza è nel SS di Sirio impiega quasi 9 anni a far raggiungere la propria mail al giovane. Direttamente correlata è la distanza mentale, cioè la tendenza dell'uomo a dimenticare ciò che non ha sotto gli occhi costantemente. Quest'ultima distanza, però, è la meno marcata e, anzi, scompare nel finale, dove l'autore vuole sottolineare come tutti questi ostacoli (spaziali, temporali e mentali) non riescano comunque ad intaccare un sentimento puro come quello provato dai due giovani protagonisti.
Molto bello è il finale, in cui avviene un soliloquio a testa, ognuno per conto proprio, che però s'intreccia irrimediabilmente e spontaneamente con quello dell'amato: questo a dimostrare la similarità di vedute dovuta al sentimento provato. Non ci si faccia confondere dagli avvenimenti: l'intreccio dei monologhi non è temporalmente coincidente, anzi: il monologo del ragazzo avviene 9 anni dopo il monologo della ragazza. Insomma, anche un lasso di 9 anni non deleteria un sentimento che continua a far sì che il feeling, la lunghezza d'onda tra le due anime gemelle rimanga perpetuamente intatta e solida.
Deadman Wonderland
6.0/10
La storia di Deadman Wonderland inizia tentando di spalancare le porte ad un genere più maturo e duro rispetto ad uno normale shonen. Non solo le battaglie all'ultimo sangue o gli arti tranciati, ma la stessa lotta interiore dei protagonisti potrebbero prefigurare un brainstorming. Si può forse dire che la tematica di questo manga sia ben troppo matura rispetto alle capacità espositive dell'autore, risultando nello scorrere del tempo un prodotto mediocre, che non vuole completamente sfociare nel seinen, ma che non riesce a mantenersi in bilico all'interno della sfera shonen. I tratti del manga mainstream ci sono tutti, il background dei personaggi è interessante, il design è morbido e gradevole e di quando in quando giunge qualche ben apprezzato momento di suspense e mistero. Ma le carenze sono facilmente adocchiabili.
Il vero tallone d'Achille di questo manga è la storia stessa. La trama e gli intrighi sono fin troppo scialbi ed opachi rispetto al contesto in cui essa prende vita, tendono a dimenticare quest'opera quale una possibilità di spronare ad un dialogo sulla pena di morte o sulle realtà delle carceri. Le celle, le sale di tortura, il ring dove i condannati si combattono all'ultimo sangue, detengono più un alone di paesaggio che di mondo reale. L'autore si trova ben presto tra le mani qualcosa che non è capace a gestire. La corruzione dei dirigenti del carcere, le potenze militari interessate ad utilizzare i poteri dei Deadmen per fini oscuri, le ribellioni all'interno del braccio della morte. Gli inganni, le amicizie. Niente riesce a mettere radici, a divenire un solido perno della trama. Tutto è aleatorio e volatile fino al limite del ridondante.
Si è voluto far carico del peso degli intrighi, delle morti, del dolore sulle spalle di un protagonista debole fino al limite del patetico. Un bambino che non riesce ad acquisire forza nelle proprie decisioni, facendo così ben presto risultare il proprio potere da Deadman immeritato.
Troppe volte il protagonista si rivolta contro Shiro, l'unica sua vera alleata, facendola piangere ed allontanandola da lui. Troppe volte le riappacificazioni tra i due sono melense e basate su trame da bambini di asilo. Ed è su questo universo, da un lato in bilico su adulte tematiche globali di morte e guerra, e vicissitudini personali infantili che la storia si propaga, senza mai determinare un punto fermo tra le due realtà; senza mai voler far predominare l'una sull'altra. Ma ciò in fin dei conti non sarebbe possibile, perché Deadman Wonderland fonda la propria esistenza sulla debolezza infantile del protagonista Ganta, e sui dolori ed atroci problemi della prigione; ma il gran minestrone prodotto non risulta appetibile, e le troppe spezie in esso contenute lo fanno apparire strano al gusto.
Si cerca di coprire troppi fronti, troppi gusti, troppi generi e si sfocia nel non riuscire a soddisfarne nessuno. Si cerca la battaglia e si creano nemici agguerriti, che però non vengono fronteggiati fino in fondo, accantonandoli da una parte per qualche futuro uso. I personaggi non restano impressi nella mente, la storia rimane vaga e sfuggente. La azioni dei protagonisti sembrano alla lunga inutili, poiché sempre più si assiste ad un ritorno alla casella di partenza. Manca l'evoluzione, manca la crescita vera del mondo e dei suoi abitanti, che sempre più appaiono attaccati solo al passato e mai propositivi verso il futuro.
Dopo innumerevoli carneficine, dopo anni passati al buio, sempre con la paura di dover morire ogni 3 giorni se sprovvisti dell'antidoto al veleno immesso nei loro corpi; essi sono ancora rimasti ancorati alle loro vite precedenti. Come se potessero farci qualcosa. Dopotutto sono Deadmen, condannati a morte; e pertanto la loro vita esiste solo all'interno delle sbarre. Al di fuori vi sarà solo la morte a tempo debito.
L'opera vive all'interno di un mondo chiuso, senza respiro, perdendo il dono dell'universalità e mai realmente acquisendo il connotato di Wonderland. Non ci sono meraviglie da vedere: è solo un blando reality che inganna i telespettatori, e di cui solo i gestori conoscono i dietro le quinte. Il Chiudere questo manga ed accendere la TV sul Grande Fratello può incontrare una sola carenza: una bistecca al sangue.
Il vero tallone d'Achille di questo manga è la storia stessa. La trama e gli intrighi sono fin troppo scialbi ed opachi rispetto al contesto in cui essa prende vita, tendono a dimenticare quest'opera quale una possibilità di spronare ad un dialogo sulla pena di morte o sulle realtà delle carceri. Le celle, le sale di tortura, il ring dove i condannati si combattono all'ultimo sangue, detengono più un alone di paesaggio che di mondo reale. L'autore si trova ben presto tra le mani qualcosa che non è capace a gestire. La corruzione dei dirigenti del carcere, le potenze militari interessate ad utilizzare i poteri dei Deadmen per fini oscuri, le ribellioni all'interno del braccio della morte. Gli inganni, le amicizie. Niente riesce a mettere radici, a divenire un solido perno della trama. Tutto è aleatorio e volatile fino al limite del ridondante.
Si è voluto far carico del peso degli intrighi, delle morti, del dolore sulle spalle di un protagonista debole fino al limite del patetico. Un bambino che non riesce ad acquisire forza nelle proprie decisioni, facendo così ben presto risultare il proprio potere da Deadman immeritato.
Troppe volte il protagonista si rivolta contro Shiro, l'unica sua vera alleata, facendola piangere ed allontanandola da lui. Troppe volte le riappacificazioni tra i due sono melense e basate su trame da bambini di asilo. Ed è su questo universo, da un lato in bilico su adulte tematiche globali di morte e guerra, e vicissitudini personali infantili che la storia si propaga, senza mai determinare un punto fermo tra le due realtà; senza mai voler far predominare l'una sull'altra. Ma ciò in fin dei conti non sarebbe possibile, perché Deadman Wonderland fonda la propria esistenza sulla debolezza infantile del protagonista Ganta, e sui dolori ed atroci problemi della prigione; ma il gran minestrone prodotto non risulta appetibile, e le troppe spezie in esso contenute lo fanno apparire strano al gusto.
Si cerca di coprire troppi fronti, troppi gusti, troppi generi e si sfocia nel non riuscire a soddisfarne nessuno. Si cerca la battaglia e si creano nemici agguerriti, che però non vengono fronteggiati fino in fondo, accantonandoli da una parte per qualche futuro uso. I personaggi non restano impressi nella mente, la storia rimane vaga e sfuggente. La azioni dei protagonisti sembrano alla lunga inutili, poiché sempre più si assiste ad un ritorno alla casella di partenza. Manca l'evoluzione, manca la crescita vera del mondo e dei suoi abitanti, che sempre più appaiono attaccati solo al passato e mai propositivi verso il futuro.
Dopo innumerevoli carneficine, dopo anni passati al buio, sempre con la paura di dover morire ogni 3 giorni se sprovvisti dell'antidoto al veleno immesso nei loro corpi; essi sono ancora rimasti ancorati alle loro vite precedenti. Come se potessero farci qualcosa. Dopotutto sono Deadmen, condannati a morte; e pertanto la loro vita esiste solo all'interno delle sbarre. Al di fuori vi sarà solo la morte a tempo debito.
L'opera vive all'interno di un mondo chiuso, senza respiro, perdendo il dono dell'universalità e mai realmente acquisendo il connotato di Wonderland. Non ci sono meraviglie da vedere: è solo un blando reality che inganna i telespettatori, e di cui solo i gestori conoscono i dietro le quinte. Il Chiudere questo manga ed accendere la TV sul Grande Fratello può incontrare una sola carenza: una bistecca al sangue.
Mushishi
8.0/10
Recensione di Doppelgänger
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Ginko di professione fa il Mushishi, ossia lo sterminatore di mushi, esseri simili agli spiriti che vivono in un piano più profondo della natura, influenzando lei e noi. Tali Mushi possono essere innocui come pericolosi, quindi Ginko viaggia costantemente da un luogo all'altro prestando i propri servigi per debellare tali minacce.
Molti uomini si pongono per tutta la vita la domanda su se ci sia qualcosa oltre il mondo che vediamo. Ginko non se la pone, perché la sua risposta è ogni giorno sotto i suoi occhi. Oltre il nostro mondo stanno i mushi. E oltre il loro? Forse nulla, in fin dei conti loro stessi, pur essendo apparentemente poco più di animali invisibili ai più, sembrano comprendere meccaniche del mondo a noi del tutto ignote.
E noi che ruolo abbiamo in tutto ciò? Convivendo nello stesso mondo anche le nostre azioni hanno ripercussioni sui mushi, pur sembrando il più delle volte che ne siamo semplici vittime, e i nostri drammi esistenziali s'intrecciano con quelli provocati da loro (quando anzi non sono loro stessi feticci dei nostri problemi).
Ginko viaggia, e ne vede tante di cose, ma non pare porsi troppe domande. In un viaggio del genere porsele potrebbe essere inutile, anzi, deludente. Nella vita di risposte se ne hanno poche, e quando le ottieni non sono sempre quelle che ti saresti aspettato.
Qual è il senso della vita? Ma soprattutto, ce l'ha un senso? Perché se i mushi, pur essendo gli esseri più vicini al principio primo dell'esistenza, sono semplici animali che vivono in simbiosi con la natura, forse il messaggio è solo quello: vivere, accettando tutti i doni, sia quelli buoni che quelli cattivi. Quello che fanno molti uomini con i mushi è aggrapparsi a false illusioni di felicità create sfruttandoli, ma ciò non può portare a nulla di buono, quando magari non sono i mushi stessi a creare gli incubi in cui si vive.
La natura così riflessiva dell'anime si riflette sul piano visivo e sonoro. Il primo, fedele a quello del manga, si traduce in immagini spesso dai colori non troppo accesi, come a creare un'atmosfera di sospensione nella natura, in cui l'unico elemento a risaltare per la loro luce ultraterrena sono proprio i mushi. Unica nota stonata, a mio avviso, i volti di molti personaggi si somigliano un po' troppo.
Le musiche invece sono deliziose. Poco invasive, servono perfettamente a sottolineare l'atmosfera di "magica normalità" che permea la produzione. Da segnalare la canzone della sigla d'apertura, magnifica (The Sore Feet Song, di Ally Kerr) e i vari brani di chiusura, poetici.
Mushishi si presenta come una serie da consigliare con attenzione, visto che la sua natura pacata (forse troppo, certe volte) ne compromettono la raccomandazione a tutti, che potrebbero trovarlo noioso. Comunque sia se ne consiglia la visione di almeno qualche episodio, avrete perfettamente chiaro cosa attendervi dal cartone e soprattutto se è di vostro gradimento. Voto: 8,5
Molti uomini si pongono per tutta la vita la domanda su se ci sia qualcosa oltre il mondo che vediamo. Ginko non se la pone, perché la sua risposta è ogni giorno sotto i suoi occhi. Oltre il nostro mondo stanno i mushi. E oltre il loro? Forse nulla, in fin dei conti loro stessi, pur essendo apparentemente poco più di animali invisibili ai più, sembrano comprendere meccaniche del mondo a noi del tutto ignote.
E noi che ruolo abbiamo in tutto ciò? Convivendo nello stesso mondo anche le nostre azioni hanno ripercussioni sui mushi, pur sembrando il più delle volte che ne siamo semplici vittime, e i nostri drammi esistenziali s'intrecciano con quelli provocati da loro (quando anzi non sono loro stessi feticci dei nostri problemi).
Ginko viaggia, e ne vede tante di cose, ma non pare porsi troppe domande. In un viaggio del genere porsele potrebbe essere inutile, anzi, deludente. Nella vita di risposte se ne hanno poche, e quando le ottieni non sono sempre quelle che ti saresti aspettato.
Qual è il senso della vita? Ma soprattutto, ce l'ha un senso? Perché se i mushi, pur essendo gli esseri più vicini al principio primo dell'esistenza, sono semplici animali che vivono in simbiosi con la natura, forse il messaggio è solo quello: vivere, accettando tutti i doni, sia quelli buoni che quelli cattivi. Quello che fanno molti uomini con i mushi è aggrapparsi a false illusioni di felicità create sfruttandoli, ma ciò non può portare a nulla di buono, quando magari non sono i mushi stessi a creare gli incubi in cui si vive.
La natura così riflessiva dell'anime si riflette sul piano visivo e sonoro. Il primo, fedele a quello del manga, si traduce in immagini spesso dai colori non troppo accesi, come a creare un'atmosfera di sospensione nella natura, in cui l'unico elemento a risaltare per la loro luce ultraterrena sono proprio i mushi. Unica nota stonata, a mio avviso, i volti di molti personaggi si somigliano un po' troppo.
Le musiche invece sono deliziose. Poco invasive, servono perfettamente a sottolineare l'atmosfera di "magica normalità" che permea la produzione. Da segnalare la canzone della sigla d'apertura, magnifica (The Sore Feet Song, di Ally Kerr) e i vari brani di chiusura, poetici.
Mushishi si presenta come una serie da consigliare con attenzione, visto che la sua natura pacata (forse troppo, certe volte) ne compromettono la raccomandazione a tutti, che potrebbero trovarlo noioso. Comunque sia se ne consiglia la visione di almeno qualche episodio, avrete perfettamente chiaro cosa attendervi dal cartone e soprattutto se è di vostro gradimento. Voto: 8,5
* Dead man Wonderland se mai faranno una versione animata...forse lo seguirò.
* Mushishi l'ho appena inserito tra le opere da vedere
Deadman Wonderland non mi interessa, mi sembra molto scontata la trama, e il design dei personaggi lo trovo brutto
Mushishi non è il mio genere, non fa per me, troppo pesante
complimenti ai recensori
Deadman Wonderland non lo conosco, per ora non è che m'ispiri molto....
La voce delle stelle, a mio avviso, è meglio il manga....m'è piaciuto di più.
l'unico che potrebbe piacermi è mushishi, ma mi sa che leggerò il manga.
Complimenti ai recensori.
Comunque, apparte Mushishi, ho visto gli altri 2 e dico che sono molto belli, non capolavori, ma sicuramente qualcosa di importante da leggere.
Per quanto riguarda Dead Man in Wonderland non mi interessa, lo lascio in fumetteria.
Complimenti naturalmente ai recensori!!
L'altra invece non la conosco proprio, quindi non mi pronuncio.
Un anime molto particolare, che ha rispettato il manga originale, l'unico difetto che ho potuto constatare, è la mancanza di alcuni capitoli che vanno a concludere il manga, ma non è niente di fondamentale o particolare, dato che lo stile di Mushishi mira sempre a proporre delle storie autoconclusive.
Scritto in un tempo in cui non esistevano internet nè i viaggi spaziali, l'idea base è la stessa.
Deadman Wonderland:non lo seguo,era uno dei manga che mi interessava all'uscita ma ora ho altre priorità.
Mushishi:l'anime non l'ho visto ma ho letto il manga,davvero bello e con atmosfere molto affascinanti,non adatto naturalmente a chi cerca storie al cardiopalma,visto il suo ritmo molto placido(che è anche una delle cose che ho più apprezzato).
Deadman Wonderland ha qualcosa che mi attrae, ma non credo finirà mai tra i miei scaffali.
Mushishi mi affascina sin dal primo momento che l'ho visto appoggiato in fumetteria; per ora mi godrò l'anime.
@HaL9000: Ci darò un occhiata, grazie mille!
Avrà i suoi punti deboli, ma anche i suoi punti forti e non pochi.
Se l'anime non ha un finale è perchè è tratto dall'omonimo manga che allora era ancora in prosecuzione e che non aveva quindi un finale (magari non lo ha neanche ora, non lo so, sto leggendo l'ottavo, l'anime riprende i primi 5 volumi interi e un capitolo del sesto).
E da quando in qua un anime di episodi autoconclusivi deve avere un finale?
Ma perchè, Kino no Tabi ce l'ha un finale? Aria? Mononoke?
Neanch'io avevo mai visto una cosa come Mushishi.
E questo è un PREGIO, cavolo, è uno dei prodotti più particolari e originali che abbia mai visto/letto
Dead Man Wonderland: Nonostante apprezzi lo stile grafico alla Eureka Seven, dopo un pò di indecisione ho deciso di passare oltre, avendo il timore di trovarmi di fronte ad un ennesimo shonen che per tentare di dire qualcosa si arrampica sugli specchi impastando la storia con tutto il possibile ed immaginabile. A quanto pare leggendo i pareri non ho sbagliato di molto, e sono felice di aver risparmiato i miei soldi per qualcosa di meglio.
Mushishi: ho visto solo l'anime, e l'ho apprezzato molto. La struttura inusuale non mi ha per niente infastidito, anzi mi è sembrata piuttosto naturale, per niente forzata. Ottime atmosfere per un'opera che piacevolmente scivola via episodio dopo episodio.
Non ho visto/letto le altre 2 opere.
E' un manga che avrebbe delle tematiche molto adulte, ma c'è sempre quell'impostazione da banale shonen che stride fortemente con l'atmosfera.
Come anche in Kino no tabi ad essere protagonista è il viaggio in se.
Ripeto può non piacerti (e ci mancherebbe i gusti sono personali) ma a livello oggettivo è un'opera di grande valore.
Faccio un paragone che forse può sembrare eccessivo ma che rende bene l'idea, personalmente non trovo le opere d'arte astratte belle o emozionanti, ma non dico che sono brutte, più semplicemente non mi piacciono forse perché non riesco a capirle, forse per un mio limite, che c'è di male nell'ammetterlo?
<i>una serie con puntate autoconclusive, senza nessun legame tra loro, non ha il minimo senso</i>
<i>Mushishi, va proprio contro quella che,secondo me, è la regola principale per una serie anime</i>
Ecco, semplicemente credo che dovresti ampliare un po' i tuoi orizzonti
Per quanto riguarda i "miei orizzonti" penso di aver visto anime di un po tutti i generi, abbastanza da poter aprezzare un po di tutto,non vedo perchè il mio chiedere una trama deve essere visto in questo modo, ci son i film o mini serie OVA da pochi episodi se si vuol raccontare qualcosa del genere, ma una serie di ben 26 episodi mi sembra il modo più sbagliato in assoluto per farlo, perchè uno segue 26 episodi per appassionandosi ad una storia che si evolve, in Mushishi questo non c'è.(oltre agli altri difetti già da me citati)
Cmq chiudiamo qua il discorso dai
Ma vabbè, chiudiamo qui, sperando che un giorno ti ricrederai
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