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"La voce delle stelle" è un'opera davvero buona, per essere sostanzialmente quasi del tutto amatoriale.
Tecnicamente non eccelle nella morfologia dei personaggi, ma gli scenari e le parti spaziali e tecnologiche sono fatte molto bene, sembra quasi di essere di fronte ad animatori esperti.
Il tema principale, inoltre, è ben studiato: la distanza fra due amanti. Una distanza non solo fisica, cioè spaziale, ma anche temporale e mentale.

Spaziale perché la ragazza è costretta, seguendo i suoi sogni, a viaggiare verso i limiti del Sistema Solare e poi addirittura verso Sirio, una stella distante 8,6 anni luce dal Sole. Temporale perché l'unico modo di avere rapporti verbali con il proprio amato è inviargli delle mail, che però, con l'aumentare della distanza, arrivano sempre più sporadicamente. Nel momento in cui la ragazza è nel SS di Sirio impiega quasi 9 anni a far raggiungere la propria mail al giovane. Direttamente correlata è la distanza mentale, cioè la tendenza dell'uomo a dimenticare ciò che non ha sotto gli occhi costantemente. Quest'ultima distanza, però, è la meno marcata e, anzi, scompare nel finale, dove l'autore vuole sottolineare come tutti questi ostacoli (spaziali, temporali e mentali) non riescano comunque ad intaccare un sentimento puro come quello provato dai due giovani protagonisti.

Molto bello è il finale, in cui avviene un soliloquio a testa, ognuno per conto proprio, che però s'intreccia irrimediabilmente e spontaneamente con quello dell'amato: questo a dimostrare la similarità di vedute dovuta al sentimento provato. Non ci si faccia confondere dagli avvenimenti: l'intreccio dei monologhi non è temporalmente coincidente, anzi: il monologo del ragazzo avviene 9 anni dopo il monologo della ragazza. Insomma, anche un lasso di 9 anni non deleteria un sentimento che continua a far sì che il feeling, la lunghezza d'onda tra le due anime gemelle rimanga perpetuamente intatta e solida.



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La storia di Deadman Wonderland inizia tentando di spalancare le porte ad un genere più maturo e duro rispetto ad uno normale shonen. Non solo le battaglie all'ultimo sangue o gli arti tranciati, ma la stessa lotta interiore dei protagonisti potrebbero prefigurare un brainstorming. Si può forse dire che la tematica di questo manga sia ben troppo matura rispetto alle capacità espositive dell'autore, risultando nello scorrere del tempo un prodotto mediocre, che non vuole completamente sfociare nel seinen, ma che non riesce a mantenersi in bilico all'interno della sfera shonen. I tratti del manga mainstream ci sono tutti, il background dei personaggi è interessante, il design è morbido e gradevole e di quando in quando giunge qualche ben apprezzato momento di suspense e mistero. Ma le carenze sono facilmente adocchiabili.

Il vero tallone d'Achille di questo manga è la storia stessa. La trama e gli intrighi sono fin troppo scialbi ed opachi rispetto al contesto in cui essa prende vita, tendono a dimenticare quest'opera quale una possibilità di spronare ad un dialogo sulla pena di morte o sulle realtà delle carceri. Le celle, le sale di tortura, il ring dove i condannati si combattono all'ultimo sangue, detengono più un alone di paesaggio che di mondo reale. L'autore si trova ben presto tra le mani qualcosa che non è capace a gestire. La corruzione dei dirigenti del carcere, le potenze militari interessate ad utilizzare i poteri dei Deadmen per fini oscuri, le ribellioni all'interno del braccio della morte. Gli inganni, le amicizie. Niente riesce a mettere radici, a divenire un solido perno della trama. Tutto è aleatorio e volatile fino al limite del ridondante.

Si è voluto far carico del peso degli intrighi, delle morti, del dolore sulle spalle di un protagonista debole fino al limite del patetico. Un bambino che non riesce ad acquisire forza nelle proprie decisioni, facendo così ben presto risultare il proprio potere da Deadman immeritato.
Troppe volte il protagonista si rivolta contro Shiro, l'unica sua vera alleata, facendola piangere ed allontanandola da lui. Troppe volte le riappacificazioni tra i due sono melense e basate su trame da bambini di asilo. Ed è su questo universo, da un lato in bilico su adulte tematiche globali di morte e guerra, e vicissitudini personali infantili che la storia si propaga, senza mai determinare un punto fermo tra le due realtà; senza mai voler far predominare l'una sull'altra. Ma ciò in fin dei conti non sarebbe possibile, perché Deadman Wonderland fonda la propria esistenza sulla debolezza infantile del protagonista Ganta, e sui dolori ed atroci problemi della prigione; ma il gran minestrone prodotto non risulta appetibile, e le troppe spezie in esso contenute lo fanno apparire strano al gusto.

Si cerca di coprire troppi fronti, troppi gusti, troppi generi e si sfocia nel non riuscire a soddisfarne nessuno. Si cerca la battaglia e si creano nemici agguerriti, che però non vengono fronteggiati fino in fondo, accantonandoli da una parte per qualche futuro uso. I personaggi non restano impressi nella mente, la storia rimane vaga e sfuggente. La azioni dei protagonisti sembrano alla lunga inutili, poiché sempre più si assiste ad un ritorno alla casella di partenza. Manca l'evoluzione, manca la crescita vera del mondo e dei suoi abitanti, che sempre più appaiono attaccati solo al passato e mai propositivi verso il futuro.
Dopo innumerevoli carneficine, dopo anni passati al buio, sempre con la paura di dover morire ogni 3 giorni se sprovvisti dell'antidoto al veleno immesso nei loro corpi; essi sono ancora rimasti ancorati alle loro vite precedenti. Come se potessero farci qualcosa. Dopotutto sono Deadmen, condannati a morte; e pertanto la loro vita esiste solo all'interno delle sbarre. Al di fuori vi sarà solo la morte a tempo debito.

L'opera vive all'interno di un mondo chiuso, senza respiro, perdendo il dono dell'universalità e mai realmente acquisendo il connotato di Wonderland. Non ci sono meraviglie da vedere: è solo un blando reality che inganna i telespettatori, e di cui solo i gestori conoscono i dietro le quinte. Il Chiudere questo manga ed accendere la TV sul Grande Fratello può incontrare una sola carenza: una bistecca al sangue.



8.0/10
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Ginko di professione fa il Mushishi, ossia lo sterminatore di mushi, esseri simili agli spiriti che vivono in un piano più profondo della natura, influenzando lei e noi. Tali Mushi possono essere innocui come pericolosi, quindi Ginko viaggia costantemente da un luogo all'altro prestando i propri servigi per debellare tali minacce.

Molti uomini si pongono per tutta la vita la domanda su se ci sia qualcosa oltre il mondo che vediamo. Ginko non se la pone, perché la sua risposta è ogni giorno sotto i suoi occhi. Oltre il nostro mondo stanno i mushi. E oltre il loro? Forse nulla, in fin dei conti loro stessi, pur essendo apparentemente poco più di animali invisibili ai più, sembrano comprendere meccaniche del mondo a noi del tutto ignote.
E noi che ruolo abbiamo in tutto ciò? Convivendo nello stesso mondo anche le nostre azioni hanno ripercussioni sui mushi, pur sembrando il più delle volte che ne siamo semplici vittime, e i nostri drammi esistenziali s'intrecciano con quelli provocati da loro (quando anzi non sono loro stessi feticci dei nostri problemi).
Ginko viaggia, e ne vede tante di cose, ma non pare porsi troppe domande. In un viaggio del genere porsele potrebbe essere inutile, anzi, deludente. Nella vita di risposte se ne hanno poche, e quando le ottieni non sono sempre quelle che ti saresti aspettato.
Qual è il senso della vita? Ma soprattutto, ce l'ha un senso? Perché se i mushi, pur essendo gli esseri più vicini al principio primo dell'esistenza, sono semplici animali che vivono in simbiosi con la natura, forse il messaggio è solo quello: vivere, accettando tutti i doni, sia quelli buoni che quelli cattivi. Quello che fanno molti uomini con i mushi è aggrapparsi a false illusioni di felicità create sfruttandoli, ma ciò non può portare a nulla di buono, quando magari non sono i mushi stessi a creare gli incubi in cui si vive.

La natura così riflessiva dell'anime si riflette sul piano visivo e sonoro. Il primo, fedele a quello del manga, si traduce in immagini spesso dai colori non troppo accesi, come a creare un'atmosfera di sospensione nella natura, in cui l'unico elemento a risaltare per la loro luce ultraterrena sono proprio i mushi. Unica nota stonata, a mio avviso, i volti di molti personaggi si somigliano un po' troppo.
Le musiche invece sono deliziose. Poco invasive, servono perfettamente a sottolineare l'atmosfera di "magica normalità" che permea la produzione. Da segnalare la canzone della sigla d'apertura, magnifica (The Sore Feet Song, di Ally Kerr) e i vari brani di chiusura, poetici.

Mushishi si presenta come una serie da consigliare con attenzione, visto che la sua natura pacata (forse troppo, certe volte) ne compromettono la raccomandazione a tutti, che potrebbero trovarlo noioso. Comunque sia se ne consiglia la visione di almeno qualche episodio, avrete perfettamente chiaro cosa attendervi dal cartone e soprattutto se è di vostro gradimento. Voto: 8,5