Genji monogatari Nuova edizioneLo scorso 30 aprile è uscita in Italia la nuova edizione de La storia di Genji (Genji monogatari), con una ritraduzione finalmente fedele all'originale a cura della professoressa Maria Teresa Orsi. Per presentare anche su AnimeClick.it questo monumento della letteratura classica giapponese abbiamo deciso di intervistare direttamente la prof.ssa Orsi, che si è gentilmente offerta di rispondere a domande inerenti sia al Genji che ai suoi legami col mondo del fumetto giapponese.

• Buongiorno, professoressa Orsi. Innanzitutto la ringraziamo per aver così gentilmente acconsentito a partecipare a questa intervista. Visto che ci siamo, espletiamo le formalità: potrebbe presentarsi ai nostri lettori?
Volentieri. Laureata all’Orientale di Napoli (ci tengo a dirlo, perché Napoli e l’Orientale sono rimasti punti di riferimento importanti), ho vissuto in Giappone, o meglio a Tokyo, o meglio ancora a Shinjuku, per più di cinque anni. Il periodo tokyese è stato di una ricchezza straordinaria e fondamentale, sia dal punto di vista culturale sia come pura esperienza di vita. Ogni volta che mi è possibile cerco di tornarci e ogni volta ritrovo lo stesso entusiasmo e lo stesso piacere. Del tutto en passant, è stato proprio a Tokyo che ho cominciato a conoscere il manga e ad apprezzarlo. Poi, al rientro in Italia, ho insegnato letteratura giapponese prima all’Orientale di Napoli e poi a Roma, alla Sapienza.

• Non sono pochi gli appassionati di manga e anime ancora relativamente giovani e quasi a digiuno di letteratura classica giapponese. Potrebbe quindi presentarci brevemente il Genji Monogatari nonchè il suo ruolo e la sua importanza nella letteratura e cultura giapponese?
E’ un’opera fondamentale. La sua influenza più o meno diretta si è prolungata nei secoli, investendo non solo la letteratura, prosa e poesia, ma anche il teatro, le arti figurative, l’artigianato, senza dimenticare che al Genji si è ispirata in tempi recenti la cultura di massa, cinema, anime e manga compresi. Proprio traducendo il Genji monogatari mi sono resa conto di quanto ancora oggi sia presente nella vita culturale giapponese, magari «nascosto nelle pieghe della memoria o nell’inconscio collettivo» (questa però è una citazione da Calvino, chiedo scusa). Certo, resta il fatto che il Genji monogatari è difficile, complicato, a volte disperante. Per riuscire a leggerlo tutto credo ci voglia molto amore o molta pazienza.

• Traducendo il Genji dal giapponese antico all'italiano ha privilegiato una resa espressiva più vicina al testo di partenza, che rendesse conto anche linguisticamente della distanza intercorrente tra il mondo letterario di Murasaki Shikibu ed il punto di vista di un lettore contemporaneo, o un adattamento più teso a familiarizzare quanto in esso sarebbe potuto risuonare come troppo "esotico"?
Il problema irrisolvibile era dato dal fatto che il Genji monogatari è un testo dell’anno Mille, scritto da una dama di Corte e, come tale, infinitamente lontano da noi. Da parte mia, il primo, grande «tradimento» è stato quello di aver dovuto usare la lingua italiana dei nostri giorni, ma non ho potuto fare altrimenti. In altri ambiti ho invece privilegiato la prima scelta di cui lei parla: per esempio, ho cercato di non usare i «nomi propri» (che non compaiono nel testo perché sono stati convenzionalmente applicati in un secondo momento da lettori e commentatori), ma di mantenere, per indicare i vari personaggi, i titoli, i ranghi di Corte, i riferimenti ai luoghi dove essi vivono (es. la Dama del Padiglione del Glicine, la Signora di Rokujō, il Primo Comandate delle Guardie di Palazzo, ecc. ecc.).

• Quali ritiene siano le principali difficoltà, per un occidentale, nell'approcciarsi ad un opera come il Genji?
Probabilmente riuscire ad avvicinarsi al mondo dell’aristocrazia di epoca Heian: è vero che il Genji monogatari, rappresenta un’emozionante sfida intellettuale, ma nonostante le infinite possibilità di lettura, nonostante l’innegabile presenza di valori che potremmo definire archetipici, come amore, passione, gelosia, ambizione (che dovrebbero parlare un linguaggio universale) resta un testo lontano da noi, nel tempo, nello spazio e soprattutto nella collocazione sociale. Non sempre è possibile applicare i nostri codici di comportamento, la nostra sensibilità a quelli dei personaggi che all’interno del Genji monogatari vivono e agiscono.

• Ritiene che il Genji possa essere un buon “entry point”, oppure sarebbe preferibile iniziare con qualche opera più “leggera”? Nel caso, potrebbe consigliare qualche titolo disponibile anche in lingua italiana?
Per avvicinarsi alla letteratura classica giapponese? Recentemente è stato tradotto molto e anche molto bene: penso a Sogno di una notte di primavera tradotto da Andrea Maurizi (ed. Go book, ma non so se è ancora in circolazione), a Storia di Ochikubo, a Storia di un tagliabambù, al Diario di Izumi Shikibu (tutti pubblicati da Marsilio).

• Il Genji ha avuto nel tempo più di una trasposizione animata o fumettistica. A suo avviso quali sono le più meritevoli? Per chi è “impaurito” dalla mole dell'opera originale, ne consiglia una visione / lettura propedeutica, oppure ritiene più soddisfacente iniziare direttamente dall'originale e solo successivamente, in caso, passare a queste trasposizioni?
No, mi sembra molto utile e piacevole proprio cominciare da letture (relativamente) più semplici e (apparentemente, sottolineo) meno impegnative come i manga. Fermo restando, però, che ogni riscrittura ha i suoi codici e quindi è inevitabile che l’opera venga modificata in base a questi. Le versioni in manga del Genji monogatari sono molte, credo una ventina, o poco meno. Io ho sempre ammirato quella di Yamato Waki, Asaki yume mishi (Non farò sogni effimeri) che però, proprio perché è rivolta a un pubblico di adolescenti, privilegia l’aspetto romantico/sentimentale.
Ma potrei citare anche la versione più matura e realistica, più sessualmente esplicita di
Maki Miyako; oppure una delle più recenti, opera di Kira (classe 1973) pubblicata dal 2004-2005, che anche graficamente abbandona molti stereotipi legati al cosiddetto shōjo manga «manga per fanciulle» e tenta una nuova strada. O anche l’ultimissima che ho letto, Genji monogatari, sennen no nazo di Miyagi Tooko, tratto da un romanzo, che ha avuto un certo successo, di Takayama Yukiko (2011), dal quale come era prevedibile è stato tratto anche un film, una riprova se mai ce ne fosse bisogno, dell’interscambiabilità, ormai consolidata, fra manga cinema e romanzo. Il manga di Miyagi si presenta con un disegno dalle linee sottili, delicate, dai colori tenui e sfumature pastello, e personaggi dai lineamenti altrettanto sottili e fragili. La storia mescola continuamente personaggi “reali”, in una ipotetica e improbabile ricostruzione della vita dell’autrice Murasaki Shikibu, e i protagonisti del suo racconto, e sovrappone anche graficamente l’immagine di Murasaki («reale») a quella della Signora di Rokujo, attribuendole tutto il rancore e la frustrazione per un amore mai realizzato.
Passando sul versante maschile, abbiamo la versione più dissacrante del
Genji monogatari, quella di Akatsuka Fujio, sgangherata e provocatoria, e poi quella erotico-pornografica di Egawa Tatsuya. Infine, l’ultima della serie, forse la più originale e simpatica, apparsa intorno al 2001: Otsukami Genji monogatari, Maro,n? di Koizumi Yoshihiro, che ha deciso di dare a Genji lo Splendente le fattezze di una castagna. Ma il discorso rischia di diventare troppo lungo.

Genji - Waki Yamato

• Restando sempre in ambito manga (e anime), oltre alle trasposizioni dirette conosce qualche opera o autrice stilisticamente e contenutisticamente affine al Genji?
Ho trovato molto divertente Utakoi di Sugita Kei, del 2010. E’ una riscrittura di una famosa raccolta poetica, «Poesie di cento poeti», attribuita a Fujiwara no Teika (1162-1241); ma è tradotta in giapponese moderno, nel linguaggio e nello spirito del manga per adolescenti, e accompagnata da episodi relativi ai vari protagonisti.

• Ora che ha concluso il lavoro sul Genji, c'è qualche altra opera che le piacerebbe tradurre in italiano? Ha mai tradotto (o, in caso di risposta negativa, desiderato tradurre) un manga?
Per il momento non ho ancora idee chiare. Penso che tradurrò ancora qualcosa, ma con calma. Non ho mai tradotto manga e non mi dispiacerebbe occuparmi di Asaki yume mishi (il Genji di Yamato Waki), ma non è impresa da poco: credo che mi spaventerebbe, quasi quanto mi spaventava dodici anni fa tradurre il Genji «vero».

• In un recente volume edito da Tunué (Culture del Giappone contemporaneo), Giorgio Amitrano ha toccato il tema dei rapporti tra il Genji Monogatari e le innumerevoli traduzioni, riscritture e adattamenti dello stesso, focalizzandosi proprio sulle versioni manga (in particolare quelle di Yamato Waki, Maki Miyako ed Egawa Tatsuya). Il prof. Amitrano faceva riferimento all'inesauribilità di quest'opera, al suo destino "postumo" di creatura letteraria soggetta a "una vita indipendente". È anche sua opinione che l'universo del Genji sia uscito arricchito dalle sue successive "incarnazioni"?
Assolutamente sì. E’ proprio uno dei meriti straordinari di quest’opera quello di poter passare indenne attraverso codici diversi, transitare attraverso infinite forme di scrittura e traduzione, diventare archetipo, modello e citazione. E ogni volta aggiungere qualcosa di più alla propria storia, alla propria immagine.

• Negli ultimi tempi sta diventando sempre più frequente la pubblicazione di articoli, saggi, studi sul fumetto di natura storica, sociologica, antropologica, culturale. Lei stessa è stata tra le prime col suo “Storia del fumetto giapponese. L’evoluzione dall’era Meiji agli anni Settanta”, già nel 1978. Anche in Giappone il manga è entrato nelle università e ci sono interi corsi ad esso dedicato (recente è la notizia dell'istituzione di un dottorato in manga, con Takemiya Keiko e Matt Thorn tra i docenti). Considerando anche le perplessità espresse da Ikeda Riyoko, che vede in ciò uno snaturamento delle origini popolari del fumetto, che ne pensa di questo fenomeno?
Non so bene su quali perplessità si sia basato il giudizio di Ikeda Riyoko, ma penso che sia positiva la tendenza ad occuparsi del manga non come di un prodotto necessariamente di serie B o di sottocultura (intesa in senso deteriore) ma come qualcosa di vitale e di significativo. La cosiddetta cultura popolare può offrire una chiave di lettura fondamentale (nel bene e nel male) di una società o di un paese. A patto naturalmente che la sociologia, l’antropologia (specialmente di marca occidentale) non pretendano di addomesticare, di «colonizzare», di imporre a priori i propri parametri.

• Prima di concludere, una domanda abbastanza classica: 10 manga che consiglierebbe senza remore.
Credo di aver già risposto una volta a una domanda simile. Adesso però, modificherei un po’ e cambierei l’ordine delle preferenze, più o meno così:
1.
Ninja bugeichō di Shirato Sanpei (anni Sessanta). Resta un punto fermo nella mia esperienza nel mondo dei manga.
2. Uno qualunque fra quelli di
Tsuge Yoshiharu, sempre anni Sessanta/Settanta. Intellettualistico, raffinato, da manuale di psicanalisi.
3.
Asaki yume mishi di Yamato Waki.
4.
Dōsei jidai di Kamimura Kazuo.
5.
Hiizuru no tenshi di Yamagishi Ryoko.
6.
Himon no onna di Maki Miyako.
7.
Kinō nani o tabeta ka ? di Yoshinaga Fumi
8.
Hatarakiman di Anno Moyoko
9.
Berusayu no bara, ma con qualche riserva.
10. E poi le «traduzioni» del
Genji monogatari, almeno quelle che ho citato sopra.

Noi di AnimeClick.it la ringraziamo ancora per la disponibilità professoressa Orsi; ci complimentiamo con lei per il lavoro svolto finora e le auguriamo buona fortuna per i prossimi impegni.