Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!

Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.

Per saperne di più continuate a leggere.

-

Vorrei far subito una premessa: questa recensione sarà di parte. Mi duole infatti un po’ ammetterlo, ma non ce l’ho fatta: non sono riuscito, malgrado la mia auto-promessa di essere sempre il più oggettivo e imparziale nelle valutazioni, a non tenere conto dell’aspetto etico-morale portato avanti da questa serie. Sia chiaro, non voglio fare né la suora bacchettona né atteggiarmi ad educatore sessuale, vista la mia giovane età, ma spero, nel corso della recensione, di dare almeno una minima motivazione del perché non sia riuscito a non tener conto di alcuni aspetti meramente “soggettivi” e del perché, nonostante a questa offesa animata abbia dato un basso, ma nemmeno troppo, 5, ne sconsigli nella maniera più assoluta la visione. Perché, se c’è un anime che nasce da ciò che io reputo o stupidità o peggio ancora becero sfruttamento di tematiche che andrebbero sempre prese con le pinze, è proprio questo: “Wolf Girl & Black Prince”, a mio giudizio uno dei punti più bassi dell’animazione moderna, nettamente più pericoloso di tanto ‘trashume’ spesso usato come esempio di anime brutti.

“Wolf Girl & Black Prince” nasce come un manga, partorito dalla mente (a mio giudizio stupida o malvagia) di Ayuko Hatta, trasposto poi in anime dalla TYO Animations e uscito in Italia sul canale di streaming Yamato Animation.
La trama comincia presentandoci tal Erika Shinohara, studentessa liceale di sedici anni al suo primo giorno di liceo, tutta presa, come giusto, dai dubbi tipici dell’adolescenza: la “necessità” di fare amicizie cool per non essere considerata “sfigata”, il desiderio di conoscere qualche bel ragazzo con il quale intraprendere una relazione, le prime vampate ormonali... insomma, un po’ tutte quelle cose attraverso cui, chi meglio chi peggio, siamo passati. E fin qui tutto a posto, ma siamo sì e no al quinto minuto. Purtroppo, fin dalle prime battute, notiamo come Erika soffra di una comune problematica giovanile: l’anonimato, come dimostrato dalla sua personalità non ancora definita, ma anche dal fatto di possedere ancora atteggiamenti infantili (per fare un esempio, si arrabbia facilmente con dei marmocchi per un futile motivo). Ma alla fine ammettiamolo: tutti, chi più chi meno, siamo stati così, e solo le esperienze (positive e negative) ci hanno poi permesso, nel corso della vita, di andare oltre, di diventare delle persone un po’ più adulte (sempre e comunque in crescita). Erika ahimè, dopo una sola ora di lezione, compie forse una delle scelte più scellerate: pur di vantarsi (e atteggiarsi a “figa”) con due compagne di classe oche, parla di un suo immaginario ragazzo, raccontando loro, da ballista compulsiva quale è (o forse semplicemente da ragazza fragile e anonima), le particolari attenzioni che esso le riserva. Ebbene sì: Erika è una “senza palle”, e finisce per invischiarsi in qualcosa di davvero spiacevole. Ma fin qui la pazienza dello spettatore intelligente tiene ben botta, del resto Erika sembrerebbe in tutto e per tutto la classica protagonista in formazione, con grossi difetti iniziali e una totale incapacità di giudizio che la porta a non azzeccarne una, salvo poi migliorare (o meglio crescere) nel finale. La realtà però è completamente diversa: Erika infatti, aiutata dalla migliore amica San (che poi... “amica”... ma dei personaggi parlerò dopo), porta avanti questa farsa, finché non si rende inevitabile mostrare almeno una foto di questo bel ragazzo di cui tanto parla, ed ecco che la nostra ochetta decide di fotografare un bel biondone beccato per caso in strada. Però si sa, le bugie hanno le gambe corte, e il karma certe volte fa proprio il suo dovere, quindi la nostra Erika finisce per commettere un errore ancora più grosso, fotografando per sbaglio niente meno che il “Black Prince” Sata, il ragazzo più popolare della sua scuola. Disperata, ma ancora abbastanza stupida da perseverare nei suoi errori, la nostra ragazza castana arriva persino a proporre a Sata di fingere di essere il suo fidanzato, per poter evitare il dileggio delle sue “amiche”. Sata, da apparente bravo ragazzo, accetta le assurde condizioni, salvo poi svelare il suo oscuro carattere: è un semi-misogino prepotente che si diverte a trattare tutte le ragazze come giocattoli, tant’è che finisce poi per ricattare Erika, costringendola a diventare il suo “cagnolino”, pur di mantenere il segreto. Le giornate della ragazza diventano così veri e propri incubi, sempre sospese su un fragile equilibrio tra bugie e realtà, intervallate solo dalle umiliazioni da parte del suo “ragazzo”, divenuto a tutti gli effetti carnefice e aguzzino. Sata poi, a dirla tutta, sa fare il suo mestiere: mantiene prima un profilo perlopiù distaccato, poi si mostra, falsamente e solo per brevi attimi, dolce, salvo infine affondare la fragile ragazza con le sue cattiverie. Uno scenario che fa accapponare la pelle. Ma il peggio deve ancora arrivare. Lo spettatore, pieno di aspettative, già si è trovato in una storia senza senso, ma dovrà, suo malgrado, assistere a uno sviluppo persino offensivo. La nostra protagonista, infatti, episodio dopo episodio, non solo non farà nulla per migliorare la propria condizione, ma finirà proprio per accettare i suoi limiti, reputandoli come giusti, e si affiderà ciecamente a un’idea di amore incondizionato che la porterà alla sua morte caratteriale (e, passatemelo, spirituale). Forse mi definirete arrogante, ma io sono un forte sostenitore del detto “Ama te stesso prima di amare un’altra persona”. Amare non vuol dire annullarsi, non vuol dire accettare incondizionatamente i difetti del proprio partner. Amare vuol dire sostenersi, correggersi reciprocamente, fare progetti insieme. La cosa però deve essere reciproca, ecco perché bisogna essere consapevoli su cosa si sappia offrire, e su cosa si debba battere ferro per diventare persone migliori. Nel momento in cui uno domina, non solo non è più amore, ma si perde proprio tutto il beneficio (e il bello di una relazione), ed è ciò che succede in questa storia. In altre parole, questo shojo riesce nell’impresa di trasformare un’eroina anonima iniziale in un soggetto disgustoso, inetto, privo di iniziativa, ossessionata da un aguzzino che vede in lei solo un giocattolo. A definirla bestia, il regno animale mi urlerebbe contro.

Sui personaggi bisognerebbe fare una vera e propria trattazione ignobile, ma cerco di esser conciso. Erika è una ragazza vittima, una stupida senza amor proprio che parte come oca bugiarda e finisce per diventare una folle succube, convinta che la sua vita dovrà essere in tutto e per tutto decisa in funzione di Sata, un tronfio uomo dominante che l’accetterà di buon grado. L’autrice poi, forse resasi conto di aver esagerato, gli affibbierà un passato traumatico, ma, ragazzi miei, questa roba non regge, tutti abbiamo avuto dei momenti bui, e per fortuna quasi nessuno lo fa pesare sulla propria partner umiliandola nei peggiori modi. Questa scelta rafforza ulteriormente le mie opinioni sulla malignità dell’autrice, consapevole che senza una “sad story” Sata non sarebbe stato abbastanza appetibile (e quindi il suo manga non avrebbe venduto), benché la sua stessa anima puzzi di crudeltà peggio del letame. Abbiamo poi San, offesa al significato della parola “amicizia”: un’inetta quasi pari all’amica che, anziché prenderla a sberle, arriva persino a incoraggiarla, salvo solo un iniziale tentennamento. Kusakabe, temporaneo “ragazzo” di Erika nel suo unico momento di lucidità (i due episodi in cui lei e Sata si lasciano sono solo, a conti fatti, visti i risvolti, l’ennesima illusione infranta), non è nemmeno tutto questo granché: un inetto pessimista, veramente poco appetibile, ma che comunque, alla fine, sarà l’unico ad avere uno sviluppo positivo (e fidati, bello, ci hai solo guadagnato a lasciare quell’oca). Non mi soffermo sulle due amiche sceme di Erika, perché tali nullità credo meritino solo un trattamento: l’indifferenza, pertanto tiro dritto. Gli altri (pochi) personaggi servono solo come (inutile) supporto. Tanto la storia va a rotoli fin dal primo episodio.

Graficamente l’anime è mediocre, eccezion fatta per i volti. Molto buono, invece, è il comparto audio, con delle belle tracce, molto a tema. L’opening è davvero bella e accattivante, un vero spreco per una serie così infame, anche perché ascoltandone il testo si sarebbe potuto evincere un finale ben diverso (e migliore).

In conclusione, ignorando l’aspetto trama e tematiche, “Wolf Girl & Black Prince” è una serie quasi decente, da 6, soprattutto per merito del buon comparto sonoro. Tuttavia, con una leggera nota di dispiacere, ne sconsiglio nella maniera più assoluta la visione (a meno che non abbiate un encefalo correttamente funzionante, e, fidatevi, qui non basta “spegnere il cervello”): una serie che fa passare per giusta una visione così distorta dell’amore incondizionato, dove sembra che per una ragazza la cosa più importante nella vita, pur di sentirsi realizzata, sia mettersi con il primo orco qualsiasi che passa, a scapito della propria formazione individuale, è quanto di più sbagliato ci possa essere. Viviamo in un mondo albergato da demoni ben peggiori rispetto a quelli delle favole, dove ogni giorno ne sentiamo di cotte e di crude, con femminicidi e altre atrocità spesso originati da futili motivi quali semplici gelosie, dove una buona parola, tanto buon senso e rispetto per il prossimo basterebbero di per sé a ridurre certi numeri a cifre ben meno inquietanti. Io, in primis, credo che l’amore, quello vero, e il libero arbitrio siano due delle poche cose davvero belle al mondo, e questo shojo, con tutto il rispetto, ci sputa sopra. Mi rendo conto di esser stato, in questa recensione, particolarmente severo, anche perché noto come in realtà questa serie a una buona fetta di persone (per fortuna non la maggioranza) sia piaciuta, e spesso mi sono proprio scontrato con altri appassionati in tal merito. Quindi chiedo nuovamente scusa, evidentemente non ho spento abbastanza i neuroni. Forse avrei dovuto fare come alcuni uomini, mi sarei dovuto arrendere al fatto di non poter, in alcuna maniera, autodeterminarmi dalla mia mediocrità, ed accettare la mia misera condizione di ‘sfigato’, proprio come la nostra Erika.

-

Erano mesi che aspettavo di guardarlo, ma, credendo di trovarmi davanti all’ennesimo anime shojo con situazioni all’inverosimile e personaggi costruiti con lo stampino, ho sempre rimandato. Un peccato. Visto che “12-Sai. Chicchana Mune no Tokimeki” è una piccola chicca che si distingue dalla massa. Non mi sento di elogiarlo al massimo, perché presenta anche lui le sue pecche, ma andiamo con ordine.

La trama segue le vicende di un gruppo di dodicenni, all’ultimo anno delle elementari, e della suddivisione - molto marcata - tra maschi e femmine. I primi odiano le seconde, e viceversa. Nessuno sembra capirsi. Tra i personaggi ne spiccano quattro, che saranno i nostri protagonisti, due bambine e due bambini, inizialmente disinteressati all’altro sesso, che a poco a poco impareranno a fare i conti coi primi sentimenti.
Il passaggio dall’età dell’infanzia a quella dell’adolescenza, con tutto ciò che esso comporta, non è mai stato un tema facile; perché, per quanto se ne abusi, non tutti riescono a gestire particolarmente bene entrambe le parti in causa, descrivendo in maniera esaustiva come dovrebbe sentirsi un ragazzino a quell’età, specie se messo a confronto coi primi problemi col sesso opposto.
“12-Sai.”, nei primi episodi, ci riesce perfettamente. Pone lo spettatore di fronte ai più classici e più banali problemi, che chiunque di noi ha affrontato: il primo bacio, la prima cotta, la differenza tra amicizia e amore, finanche temi più delicati, come il menarca, affrontato attraverso gag divertenti, ma anche tremendamente realistiche. Il modo in cui maschi e femmine si vengono incontro, a volte con pregiudizi insensati, altre volte col desiderio di comprendersi, è delicato.

Tuttavia l’anime presenta due pecche che non sono affatto trascurabili.
La prima sono i personaggi. Eccetto Ayase che appare ingenua e che tratta le persone e le situazioni in maniera più semplicistica, gli altri personaggi sono incredibilmente maturi per la loro età, in particolare il fidanzato di Ayase, che spara perle di saggezza a raffica, manco fosse il messia sceso in terra. Un po’ di realismo sarebbe stato sicuramente più adatto. Anche perché, da un inizio che evidenzia la difficoltà e la vergogna di avvicinarsi l’un l’altro, trovo inadatto passare a mostrare personaggi che calpestano l’opinione altrui, in favore dell’amore... trovatemi un pre-adolescente cui non importi di essere ostracizzato dai compagni, pur di stare con la ragazzina di turno, che protegge a costo della vita!
Oltre a questo poco realismo, c’è da dire che, dopo due o tre episodi fatti molto bene, si cade nel triste mondo dei cliché da shojo scolastico. Nonostante l’età di cui si parli è diversa da quella del vasto mondo presentato da questo target, le situazioni sono identiche: il rivale che mette i bastoni fra le ruote, i fidanzati che rischiano di lasciarsi per piccoli malintesi, ma che grazie alla forza del loro incredibile amore trovano la soluzione a tutto, fino ad arrivare ad episodi strutturati sulle classiche situazioni già viste: gita al mare, gita al luna park, festival scolastico…
Nonostante molte di queste scene le abbia apprezzate personalmente, c’è da dire che c’è un triste calo, o meglio dire una sorta di continuo passaggio tra alti e bassi.

Malgrado questi dettagli, trovo che l’anime adempia pienamente ai suoi obiettivi e che riesca a comunicare quanto si era proposto all’inizio. Due stagioni che si godono pienamente.
A livello di trama e situazioni ricorda vagamente “Kodomo no Omocha”, e anche i disegni sono vagamente simili; oltretutto, rispetto all’OAV che avevo visto, ho notato un certo miglioramento della grafica.
Consigliato.

8.0/10
-

Love Begins è il classico manga shoujo.
I personaggi principali sono Hibino Tsubaki, ragazza estremamente timida e impacciata nei rapporti interpersonali, che veste all’antica non riuscendosi a vedere in altre vesti, aumentando così la propria insicurezza. Ingenua fino al ridicolo, tanto accademicamente dotata quanto inetta ed esagerata nelle più semplici azioni quotidiane (se qualcosa non ti sta bene non scappi correndo in mezzo alla strada anziché parlarne; se subisci un tentato stupro non lo dimentichi in due secondi perdonando le compagne che ti hanno organizzato lo scherzo, le denunci e vai in terapia).
L’altro protagonista è Tsubaki Kyouta, il classico pallone gonfiato super Figo della situazione, corteggiato da qualsiasi ragazza incroci che puntualmente cade ai suoi piedi, bello, carismatico, sicuro di sé, intelligente e chi più ne ha più ne metta.
Per una serie di situazioni i due cominceranno a frequentarsi fino ad innamorarsi, e così il classico cliché del cattivo ragazzo che si innamora e diventa un fidanzato modello della classica ragazza imbranata, ingenua e alle prime esperienze è fatta.
Lineare, tuttavia l’ho apprezzato essendo una fan di questo genere in cui la trama non può che essere scontata (purtroppo).
Le pagine scorrono veloci eccezion fatta per alcune riflessioni psicologiche su amore e paranoie decisamente esasperate e prive di fondamento.
I disegni sono caratterizzati da occhi enormi e capelli che dovrebbero coprire gli occhi ma scompaiono forse dietro di essi, e tuttavia sono piacevoli e curati nei vestiti e nelle figure.
Le ambientazioni sono approssimative e il tutto è concentrato e incentrato sui due protagonisti.
Nel complesso lo consiglio se si cerca una lettura piacevole e poco impegnativa, in cui il romanticismo fa da padrone di casa.