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"Tenshi no Tamago", "L'Uovo dell'Angelo", è un lungometraggio diretto dal geniale Mamoru Oshii nell'ormai lontano 1985.

Della trama si può raccontare veramente poco, se non che si tratta di una specie di viaggio-fuga di una bambina con il suo uovo, ultimo baluardo di una stirpe estinta, e di un uomo con una missione antica e dimenticata che vuol scoprire cosa contiene l'uovo. Già, altro non si può dire della trama visto che queste sono le uniche certezze che i pochissimi dialoghi fanno intendere. Il resto è lasciato tutto ad appannaggio e a interpretazione personale dell'utente finale, al quale sono trasmesse scene oniriche altamente ambigue e con chiari riferimenti a simboli del diluvio universale.

Graficamente il lungometraggio è eccelso per gli anni che si porta sulle spalle, ha animazioni fluide e sinuose, cambi di scene e inquadrature "intrippose", vertiginosamente lontane, per contrasto, con elementi vicini. Queste atmosfere oniriche lo rendono suggestivo, evocativo, trasudante e ricolmo di simbolismo religioso, sa incutere soggezione e timore; è trasognante, magico e incantatore. Contiene prelibate allusioni: è una delizia, una goduria per la vista, per l'udito e per la mente, un'esperienza surreale e multi-sensoriale.
In "Tenshi no Tamago" Oshii gioca con immagini ossimoriche (una bambina vecchia e spenta, gravida di un uovo), le loro ombreggiature e l'evocazione di sentimenti contrastanti: un uomo porta la sua croce, anch'esso con sguardo vacuo, assente, estraniato e stralunato; nei suoi occhi color pece non v'è traccia di luce.
Sa avere un'atmosfera oppressiva, cupa, gotica e ipnotica, essere malato e distorto come le pieghe della mente umana portata in uno stato di trance; è un essere-non essere, uno sperimentalismo basato su apparizioni e flussi di coscienza dell'utente, un accostamento sonoro-immagini molto incisivo. Claustrofobico: ci mostra le paure inconsce in chiave appartenente all'imperscrutabile reame dei sogni in un'ambientazione decadente, nichilista e tetra. Certe scene ricordano i dipinti cupi e terrorizzanti di Salvador Dalì e Sigmund Freud applicherebbe sicuramente le sue interpretazioni dei sogni.

Non trovo miglior modo di esprimere le mie emozioni se non con il flusso di coscienza che la mia mente ha partorito mentre visionavo quest'opera.
Un battito di una creatura atavica, ancestrale, risuona nel mondo a cui appartiene(?): si sta risvegliando. Nostalgia, tristezza, una strana impassibilità e immobilità che paiono anormali, fuori luogo o appartenenti a un'altra dimensione; una solitudine penetrante, un malessere esistenziale, insensibili e tetri contrasti, parossistici sorrisi con uno sguardo vacuo e spento; ambienti e scene usuali rese cupe e offuscate. La paura dell'ignoto e l'avidità delle inquadrature si celano nell'ombra dei posti più oscuri e bui; labirinto mentale in cui si vaga senza meta, frastornati e impauriti da un decadente incantatore e ipnotizzatore.
Pulsante e pregna inquietudine, perverso sollazzo; oscuro e trucemente metaforico; scruta con caparbietà nei nostri timori più intimi e celati, risvegliandoli e rievocandoli. Imprevedibile distillato di sensualità, effimera caducità, nella quale sono nascoste le più tenebrose creature nei risvolti del buio; insicurezza, timidezza e possesso; instillare germi del dubbio. Sensualità, protezione e frenesia; rincorrere in modo sfrenato le proprie ambizioni, cupidigia e ingordigia; aria di santità, alone di purezza. Decadente psichedelico e scheletrici fossili preistorici; affranta perdizione e annebbiamento dello sguardo; confusione e oblio eterno.
Anguste ambientazioni, tetri passaggi stretti e sinistre intercapedini; un diluvio universale, un'arca enorme arenata; la naturalezza e le pose di un bambino sopito, l'istintiva paternità. Il dilagare dell'oscurità, paura di annegare soffocati; furto, pesantezza del proprio dovere, espiazione: un essere affranto; visione distorta, offuscata e opaca della realtà. Tormento, sgomento e agghiacciante timore per il peccato commesso, condanna; lunghi brividi mentre la regina degli esseri dannati si dispera in un pianto senza lacrime per la perdita del figlio che covava.
Sprofonda negli oscuri abissi, la strega, dai quali manca il respiro, ci si affanna e in preda al più totale panico, mentre i polmoni bruciano e non si riesce a riaffiorare alla superficie, nessuno ci salva dalla morte certa. L'esalazione dell'ultimo respiro e poi... il suo mondo in lutto accoglie i suoi lasciti cullandoli e proteggendoli dai lupi famelici. Il prescelto dopo aver compiuto il suo nefasto dovere, percorre il suo sentiero, la sua vita mentre la notte oscura e tenebrosa con i suoi abitanti che ammanta, volge al termine. E il dio, dagli abissi, fa ritorno al suo paradiso, estraniandosi con distacco e freddezza dal mondo.

Per quanto ipotizzo possa consistere la trama di fondo, io posso interpretare si tratti della discesa di un dio corazzato di statue in posa da preghiera che cerca di mostrare all'umanità una delle molteplici verità. Come ben si capirà al termine della visione anche il suo ennesimo angelo tornerà a far parte di dio dopo aver fatto germinare sulla terra altre uova. Uova che realizzo possano essere intese come la speranza, come dei valori da cullare e da proteggere dalle creature di questo mondo ergendosi verso l'alto.
Proprio così, perché l'uomo qua rappresentato non fa che essere un vuoto simulacro privato di tutti i sentimenti che possedeva. Ora solo la bramosia, l'incessante seguire le proprie pulsioni la fanno da padrone in un mondo completamente conquistato dalla scienza. Quello che era l'uomo e quelle che erano le sue aspirazioni, la sua missione sono solo ricordi sopiti e caduti nell'oblio di una leggenda. Il mondo al quale ora appartiene è interamente offuscato dalle tenebre della conoscenza, che fa credere all'uomo di essere scioccamente superiore e in grado di sapere tutto.
C'è la presenza del dubbio dopo aver finalmente conosciuto la bambina-angelo lungo tutta una notte, al termine della quale l'uomo cederà al proprio errore, manifestando ancora il suo peccato originale e peccando contro Dio. Ne consegue il diluvio universale.
In questa visione allora le inquadrature strane e vertiginose potrebbero essere metafora sia di Dio che segue amorevolmente la propria figlia, sia dell'uomo alla continua ricerca e osservazione di una condizione, di una realtà, di una verità che la sua gretta e deprecabile concezione del mondo mai potrà permettergli di concepire.

Questa è un'opera molto particolare, che merita di essere vista solo in specifici momenti della propria vita, quando si è abbastanza maturi o quando ci si è interrogati a fondo e più volte su questioni esistenziali, trovandovi ognuno a suo modo, delle risposte o presunte tali.
L'unica controindicazione è che il film può risultare vuoto, lento, monotono, incomprensibile o insensato se non si riesce a entrarci in sintonia, ma se ci si riesce, ognuno di voi troverà una propria verità in questo viaggio nell'oscurità.
Voto: 10.