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Nel 1975 veniva pubblicato sulla rivista "Hana to Yume", l'operetta, seppur breve intensa, "Natsu e no Tobira", ovvero "La porta verso l'estate". Come detto, l'anno era il 1975 e la mano la cui penna versava inchiostro al fine di creare una storia cotanto innovativa fu quella di Keiko Takemiya.

In un' "epoca" dove le tematiche psicologiche e introspettive all'interno dei manga erano prettamente disinteressate e fiorite, il tanto decantato "gruppo 24" favorì, appunto, lo sviluppo di un'introspezione tragica e mirata, puntata verso l'estremizzazione dei sentimenti e della drammaticità al fine di rendere quello che è il puro talento recitativo dell'animo umano.
L'opera è un puro affresco sulla giovinezza, espressa dal simbolo dell'estate, senza remore sulla coscienza di sé, degli altri, della sessualità e dei sentimenti, con una vista attenta all'ingenuità e all'utopico spirito che anima un adolescente incantato.
All'epoca dell'uscita del manga, le tematiche come l'omosessualità o l'avere una relazione con una donna non solo di un'età superiore ma di una data posizione sociale, quella della prostituta, erano nuove e quasi scandalistiche. Tematiche che avrebbero ispirato poi, il più approfondito e lungo "Il poema del vento e degli alberi" del 1976.

Nel 1981, lo studio MADHOUSE ne produce un lungometraggio di una sessantina di minuti la cui regia è affidata a Mamoru Masaki e Toshio Hirata. La versione animata segue a puntino l'opera scritta, la quale oltre a darne una riproduzione fedelissima e accurata, allunga il brodo in modo molto più espressivo e drammatico con un alone che il manga, data la brevità, aveva solamente accennato.
La storia segue, appunto, la durata della stagione estiva, o meglio quella delle vacanze degli studenti di una scuola maschile privata, nella Francia della fine dell'800.
Il protagonista è Marion, il quale segue perfettamente (da sciocco adolescente) gli ideali del razionalismo, arrivando addirittura a credere di poter decidere esso stesso di morire o di esser toccato fisicamente o spiritualmente.
Ledania è la figlia del preside dell'istituto, tanto bella quanto desiderata, in quanto, giustamente, tutti gli uomini della scuola la corteggiano. Ed è proprio la conseguenza di una rissa avvenuta per Ledania tra due senpai di Marion, e di un duello tra il protagonista e uno dei due rissosi per porre fine al litigio, a concedere l'occasione d'incontro tra Marion e Sara Veda.
Se Ledania rappresenta l'idilliaco amore puro e fanciullesco, Sara viene rappresentata come la donna, la sessualità e la passione, il ponte per comprendere la differenza tra un amore adolescenziale e uno adulto, ed è dopo il legame e la conoscenza di una donna adulta che Marion scopre se stesso, il proprio corpo, il sentimento e la possibilità di poter comprendere gli altri non come problemi ma come persone, diverse da noi ma al contempo vicine. Infatti egli vede diversamente la madre, figura assente che lo trascura, comprende l'errore di aver abbandonato nella sua disperazione l'amico Klaus, il quale scopre di essere innamorato di Marion e nel contempo nasce in lui una disperazione tanto tragica quanto l'immaturità di poter riflettere sulla propria natura, accettarla e darle vita.
Marion scopre Sara essere l'amante di un conte, e così capacitato dell'impossibilità di un amore pratico, si dispera ma al contempo si rallegra, sentendosi grato di essere cambiato, di aver compreso cosa può renderlo migliore, semplicemente provare un sentimento che non si limita all'adorazione di sé stessi ma che invade anche gli altri.

Rinominato un affresco dell'adolescenza, la storia rimane però marginale e di formazione tematica, testando tematiche che saranno poi, come sopra detto, rivoltate e sottolineate nelle opere pilastro della Takemiya.
La differenza tra l'opera cartacea e quella animata sta proprio nello spessore sia drammatico sia superficiale. Se la prima è breve e superficiale la seconda diviene lunga e approfondita, puntando più su un maggiore impatto incisivo che sulla spensieratezza accurata dell'opera scritta. Questo particolare "non lo frega e non lo salva". Infatti il film diviene molto più pesante e angosciante rispetto il manga, che nonostante si trovi a essere breve rimane profondo e introspettivo, cosciente e deciso. L'anime, invece, accentua quell'alone di pesantezza, squallore e cupezza che caratterizzano, inoltre, altri anime, come "Caro fratello" o "Siamo in 11".
Non lo frega in quanto la sua visione come opera in sé lo rende unico e non lo salva in quanto non gli dona quel qualcosa in più rispetto al manga.

Il comparto grafico è quello tipico dell'epoca, sempre molto attinente allo stile grafico dell'autrice ma dai toni fin troppo cupi e d'un pastello ormai marcio che, oltre ad accentuare la drammaticità ridicola ed esasperante, crea un alone di squallido.
Sicuramente "Natsu e no tobira" è un accessorio da vedere se interessati ai predecessori dei moderni e ovviamente impudici manga, prendendola come opera a sé stante che non ha nulla da invidiare ma che eccelle in quelle dosi che la Takemiya aveva ben misurato per non finire nel ridicolo ma nel sapiente.