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L'utilizzo della parola comic, con tutti i richiami alla commedia e al grottesco che comporta, potrebbe sembrare quasi uno scherzo del destino per un'opera che dipinga l'apocalisse causata dalla prima nonché unica bomba della storia che sia mai stata scagliata su Hiroshima. Ma se ci si sofferma a riflettere sulla capillarità di cui in Giappone gode il genere, è più semplice pensare che un autore abbia desiderato sfruttare questa forma d'arte, a metà tra la pittura e la narrativa, per meglio raccontare la propria esperienza di vita. Il fumetto si serve di un semplicistico codice di immagini e poche parole selezionate con cura per comunicare una storia; da considerarsi come un "manufatto" e perciò strettamente legato all'anima del suo disegnatore, si presta ad opere autobiografiche per l'alto grado di intimità che si viene a creare durante la lavorazione tra il prodotto finito e il suo genitore. Sfruttando la potenza di questo medium e la sua funzione pedagogica rivolta ai piccoli, ma altrettanto mirata a coloro i quali scelgono di avvicinarsi a questa innovativa forma d'arte, Nakazawa Keiji sceglie di parlare di ciò che è successo il 6 agosto 1945 attraverso le immagini oltre che le parole. Hadashi no Gen mescola l'elemento autobiografico con quello di finzione, il quale conferisce un ventaglio di possibilità narrative maggiori rispetto ad una ispirazione basata soltanto sul proprio vissuto.
Protagonisti del fumetto sono un bambino di sei anni, Gen, e la sua famiglia, alla vigilia e dopo lo scoppio della bomba. Cinque figli, con un sesto in arrivo, e due genitori: famiglia numerosa, ma tutto sommato normale per l'epoca anteguerra. Gen è quindi il quarto di sei figli e forse il più ribelle e testardo; vive in una bella casetta, unica eredità del periodo di ricchezza e pace precedente la guerra. Si diverte a giocare con suo fratello più piccolo, ma non dimentica il dovere di aiutare i genitori nei piccoli lavoretti che alla sua tenera età può già svolgere. Sembrerebbe condurre quindi un'esistenza serena, se non fosse che lo stomaco gli brontola sempre e non c'è abbastanza cibo per sfamare tutte le bocche che compongono la famiglia. Le provviste, quasi inesistenti, servono a nutrire la madre gravida, e nemmeno l'aiuto impensato ma sincero del loro vicino coreano, o una carpa rubata dal laghetto di un ricco vecchietto, possono bastare.
Nakazawa si sofferma particolarmente sulla descrizione della quotidianità di casa Nakaoka e della loro città, Hiroshima, prima della tragedia. Vi troviamo il padre intento a dipingere zoccoli insieme alla moglie, mentre coltiva un campo di grano con la speranza un domani di sfamare i propri figli, denutriti ma non sfiduciati, con le radici che stanno germogliando; poi la madre e la sorella maggiore di Gen a mantenere la casa in ordine, a fare il bucato, a cucinare quel poco che resta, come una patata dolce o una manciata di riso. Lo stesso Gen, insieme al fratellino Shinji, non si lascia più nemmeno spaventare dai B-29 che sorvolano il cielo, ormai entrati a far parte anch'essi del normale flusso del tempo. L'intento di base è quello di sottolineare quanto un evento come l'atomica abbia sconvolto l'esistenza degli abitanti del posto e ne abbia condizionato il futuro. Niente più è tornato come era prima: chi ha perso la casa, chi si è visto morire bruciati i propri cari dinanzi agli occhi, chi ha la pelle a brandelli e nemmeno più un capello in testa. Ciò soltanto per voler fare qualche esempio, perché sarebbe impossibile descrivere a parole il dolore che i sopravvissuti e non hanno provato. Per quanto la guerra potesse comportare uno stato d'allerta e un'incertezza sul proprio futuro, la comunità di Hiroshima non sospettava affatto di poter un giorno divenire il bersaglio di un tale attacco; piuttosto credeva di rappresentare un misero puntino sulla cartina geografica giapponese e perciò di continuare a rimanere ignorata dai grandi bombardamenti. La realtà, come la storia ci ricorda, è stata tutt'altra. Nella nota al manga, infatti, Nakazawa biasima con convinzione più che giustificata:

«Ho giurato a me stesso che non avrei mai perdonato il militaristi Giapponesi che hanno iniziato la guerra, ma nemmeno gli Americani che hanno così casualmente sganciato la bomba su di noi».

Il personaggio che incarna il pensiero dell'autore è il padre di Gen, il quale preferisce farsi rinchiudere in prigione, essere tacciato di tradimento nei confronti dell'Imperatore, più che sostenere una guerra che non ha la minima ragione di essere portata avanti. Con questo credo conduce la sua vita e cresce i suoi figli, insegnando loro che nessun tipo di pace potrà mai venir fuori dalla distruzione e dalla morte. Anche la moglie appoggia pienamente gli ideali del marito: alla nascita della piccola Tomoko, l'ultima figlia venuta alla luce proprio quel 6 agosto 1945, la madre, alzandola al cielo e mostrandole i danni che ha prodotto la guerra, la esorta a "non dimenticare". La venuta al mondo di un bambino diviene a questo punto immagine di speranza in uno scenario di morte.
I bambini come Gen, quelli che non si lasciano abbattere e comprendono che la vita va avanti, quelli che hanno fiducia in un domani migliore del presente che stanno vivendo, quelli che sfruttano piccoli espedienti per sopravvivere ad una realtà cruda e crudele, sono i veri vincitori della guerra. A piedi nudi, urlando contro il mondo quanto fosse ingiusto ciò che stava avvenendo e quanto fossero un abominio le armi nucleari e tutti gli altri strumenti bellici, Gen corre alla ricerca di cibo, soccorre le persone ferite che incontra sul suo cammino, regala un sorriso agli sfiduciati, quasi cadaveri, che abitano a Hiroshima dopo lo scoppio. Nel nome stesso del suo alter-ego, Nakazawa innesta diversi significati:

«Può significare "radice" o "origine" di qualcosa, ma anche "elementare" nel senso di un elemento atomico, come pure "risorsa" di vitalità e felicità».

Gen è come un germoglio di grano, che nel manga compare come simbolo di forza e coraggio. Il grano mostra al gelido inverno i suoi germogli, i quali saranno calpestati più e più volte nel corso della fredda stagione; nonostante ciò, esso ha radici forti, ben salde nel terreno, e crescerà vigoroso ed alto, sfidando il vento della bella stagione. Ed un giorno questo stesso grano darà il suo frutto alla Terra.