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8.5/10
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È proprio il caso di dirlo: ci sono cascata anche io (nell’Abisso). Dopo mesi e mesi che ne sentivo parlare solo in termini positivi, sono finalmente riuscita a recuperare “Made in Abyss”. E che recupero! Era veramente da tempo che un’opera non mi colpiva in maniera così globalmente positiva, e se dovessi trovare un modo per definire questo prodotto, sarebbe: un film Ghibli che incrocia “Madoka Magica” e poi va oltre, proseguendo per la sua strada.
Ma andiamo con ordine.

Riko è una giovanissima esploratrice, e vive in un orfanotrofio che si occupa di accudire, crescere e addestrare i bambini che nella Città sull’orlo dell’Abisso sono rimasti senza una famiglia. Ogni esploratore è dotato di un fischietto che, a seconda del colore, ne decreta il rango: in ordine crescente di importanza sono rosso, blu, viola, nero e bianco. Riko è un fischietto rosso, ma è sveglia, ingegnosa e assolutamente determinata a farsi strada nell’Abisso, per scovare tesori e uguagliare le gesta di sua madre Lyza, un fischietto bianco. Nel corso di una esplorazione a profondità bassa, viene attaccata da un mostro di norma estraneo a quella zona, ma viene miracolosamente salvata da un giovane ragazzo-robot, che ha del tutto perso i ricordi di come sia arrivato lì e perché, e che verrà soprannominato “Reg” dalla giovane. L’affiatamento tra i due cresce molto in fretta, sino a che, in seguito ad alcuni avvenimenti, Riko e Reg decideranno di avventurarsi nell’Abisso da soli, per arrivare sino al fondo.

Dopo un ottimo primo episodio, la serie fatica un po’ a ingranare e a trovare il suo ritmo, e nei primi cinque-sei episodi l’interesse è a tratti altalenante. Soprattutto, la storia per partire si lascia dietro delle vere e proprie falle logiche, che, seppur piccole, lasciano un po’ interdetti, ma fortunatamente questo genere di espedienti non verrà assolutamente più utilizzato in seguito. Anzi, si può dire che più le vicende proseguono, più è possibile vedere come sia la trama ad essere cucita sui personaggi, e non viceversa. È tutto narrato con una naturalezza e una verosimiglianza incredibili, perché più che sui discorsi, sulle spiegazioni - che a tempo debito vengono fornite - ci si concentra sulle emozioni, sulla visione del mondo di ciascuno dei personaggi e sul loro modo di affrontare ogni situazione. Ci sono varie questioni che quest’opera pone, senza tuttavia avere la pretesa di dare alcuna risposta: cos’è l’ambizione? L’ambizione è una cosa positiva? O negativa? E la vita? È meglio vivere soffrendo oppure ottenere una morte dignitosa? Quanto in là ci si può spingere per progredire? L’anime pone, in maniera non invasiva e molto sottile, queste e altre domande, ma non offre altrettante risposte: il suo intento non sono i discorsi motivazionali, le riflessioni esistenziali, la morale. “Made in Abyss” non vuole, per ora, avere alcun tipo di morale, ma si limita a chiedere, sperando di far partire una riflessione nello spettatore, che in base alla sua esperienza, alle sue credenze e ai suoi valori saprà trovare - o forse no - la propria risposta e vivere a modo suo i vari momenti della storia.

Come ho detto, definirei questo prodotto come una sorta di mix tra un Ghibli e “Madoka Magica”. Questo perché, specie per la prima metà della serie, la storia si dipana in queste atmosfere quasi favolistiche, intrise di magia e che, anche attraverso il punto di vista ottimistico di Riko, lo spettatore percepisce come incantate. Sembra tutto una grande avventura in una campagna un po’ pericolosa, dove sì ci sono dei rischi, c’è da stare attenti, ma il pericolo non è mai tangibile. Anzi: spesso e volentieri i mostri sono quasi delle chiazze di colore in lontananza, e, anche quando si avvicinano, non fanno mai realmente paura. Bastano un po’ di astuzia e allenamento e la via di fuga si trova, il pericolo passa, le difficoltà si superano.
Giusto? Quasi.
Perché, per l’appunto, per un certo periodo di tempo lo spettatore è portato a percepire il mondo e l’Abisso in una certa maniera. Ma poi la musica cambia, e cambia in maniera improvvisa. Il miglior termine che mi viene in mente è “shift”: si tratta di qualcosa di repentino, non prevedibile, che lascia spiazzati e fa capire che quanto visto sino a quel momento era solo il riscaldamento. Le danze incominciano ora, e c’è da armarsi di fegato e pazienza, perché non esisterà più nulla di impensabile. E tutto questo, ancora, accade non con le parole, ma con le emozioni, perennemente rafforzate da una narrazione visiva solida che utilizza sapientemente flashback, sogni, ricordi per comunicare allo spettatore come i personaggi si sentono, cosa provano e cosa hanno provato. E ciò è quasi sempre immensamente più importante di quel che sta avvenendo in quel momento.

Tutto ciò avviene all’interno di un Abisso che è molto più di un semplice “buco”. Molto più di un generico “luogo pericoloso” che i nostri prodi dovranno attraversare per giungere alla loro meta. Anzi, l’Abisso è più che mai vivo, viene costruito come dotato di qualcosa che, se ancora è presto per definire “volontà”, assomiglia senz’altro a un istinto. Questo “qualcosa” si riflette in tutto ciò che dell’Abisso è parte, dalla flora alla fauna, alle persone che si avventurano al suo interno, e che ne subiscono la “maledizione”: una serie di sintomi che gli esploratori accusano solamente nel momento della risalita, e che si aggravano in maniera considerevole a mano a mano che si scende nei vari livelli.

Aggiungiamo al mix due protagonisti assolutamente veri, vivi, che si compensano a vicenda senza essere delle macchiette e senza mancare di dignità personale. Abbiamo Riko, giovane esploratrice ingegnosa e instancabile, ottimista, fisicamente poco abile e pericolosamente spericolata. Al suo fianco troviamo Reg, ragazzino quieto, un po’ timido, incapace di prendere decisioni in maniera rapida ma dalla forza straordinaria e dalle infinite risorse. Il loro rapporto - che per il momento ammicca solo in maniera blanda alla romance - è di forte dipendenza reciproca, ed è bello vedere come i momenti in cui per vari motivi il focus si sposta su uno solo di loro siano utili per due motivi: da un lato fornire loro una dignità individuale come personaggi, facendoli crescere, dall’altro mostrare come in nessun modo uno dei due potrebbe mai proseguire senza l’altro.
A Riko e Reg si affianca un buon cast di comprimari, con le punte di diamante in Ozen e Nanachi. Sono tutti parte integrante dell’opera, in vari modi, e la storia fa intuire che non pochi di loro avremo modo di incontrarli di nuovo in futuro, anche in seguito alla conclusione dell’arco narrativo a loro dedicato.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, siamo veramente di fronte a qualcosa di strabiliante. Da un lato gli sfondi favolistici di stampo Ghibli, che si incupiscono sempre più col passare degli episodi, dall’altro una colonna sonora strepitosa, che accompagna ogni momento della narrazione in maniera assolutamente equilibrata, senza mai prendere del tutto il sopravvento. Mi ha lasciata ammaliata a dir poco, e, se mai ci sarà modo di avere questo anime in Italia, spero in una edizione con colonna sonora.
Nota di assoluto merito anche alla regia, curata sin nei minimi dettagli già dalla opening, e che non si fa scrupolo di mostrare scene anche molto crude, o pesanti, senza mai banalizzarle o renderle fini a sé stesse, ma sempre con lo scopo di trasmettere qualcosa. Merito anche del doppiaggio eccezionale che questo anime ha avuto la fortuna di avere, giacché spesso la differenza fra il tragico e l’imbarazzante la fa proprio la recitazione.

In conclusione: “Made in Abyss” è un prodotto vivo. È un anime in cui i personaggi si muovono da soli, in cui la trama - eccetto per le situazioni di cui ho fatto menzione all’inizio - non ha bisogno di una mano esterna che intervenga con qualche deus ex machina, giacché la storia si dipana in maniera spontanea in base a ciò che i suoi attori vogliono e fanno.
Non è un prodotto perfetto, e, sebbene io ne parli in termini così positivi ed entusiastici, anche dargli 9 sarebbe come riconoscere che sta un gradino sotto la perfezione. Questo, a mio avviso, non è per il momento possibile: si tratta solo di una stagione di dodici episodi, che seppur molto, molto buona, rimane una prima stagione. Opto quindi per l’otto e mezzo: ne riconosco i meriti e ne sottolineo le incredibili potenzialità, attendendo trepidante la seconda stagione.