Scandalo Shogakukan: la vittima rompe il silenzio e chiede di non accanirsi verso l'editore

La donna coinvolta nel caso Yamamoto si esprime tramite i propri legali: vuole che la verità emerga, non che altri autori vengano penalizzati. E non esclude che ci siano altre vittime.

di Ironic74

La donna al centro del caso di abusi sessuali commessi dal mangaka Shōichi Yamamoto, di cui abbiamo ricostruito l'intera vicenda in questo articolo, ha rilasciato una dichiarazione pubblica tramite lo studio legale Tokyo-Kyodo, mentre entrambe le parti procedono ad appellare la sentenza civile emessa dal Tribunale distrettuale di Sapporo lo scorso 20 febbraio. La donna, ancora nell'anonimato e sulla ventina d'anni, ha esteso la propria causa civile includendo tra i convenuti non solo Yamamoto, ma anche il corpo docente e l'ente educativo che gestisce l'Hokkaidō Geijutsu Kōkō Sapporo Satellite Campus, la scuola superiore a distanza che frequentava al momento degli abusi. Yamamoto, che all'epoca insegnava arte nella scuola come docente a tempo parziale, l'aveva costretta a recarsi in hotel tra una e due volte al mese per compiere atti sessuali, una situazione che era andata progressivamente peggiorando nel corso dei tre anni di frequenza scolastica, fino alla sua laurea nel marzo 2019.
Nel testo della dichiarazione, la vittima spiega che il proprio obiettivo è impedire che altre persone subiscano lo stesso tipo di abusi per mano di personale educativo. Ha anche rivelato un dettaglio inedito sulle trattative di conciliazione: durante i colloqui preliminari, aveva chiesto all'editore di fornire pubblicamente una spiegazione trasparente sulla pausa della serializzazione di Yamamoto, nel momento in cui la serie fosse ripresa. Shogakukan rifiutò questa condizione, rendendo impossibile raggiungere un accordo. La donna ha inoltre dichiarato di non essere stata a conoscenza del fatto che Yamamoto avesse continuato a collaborare con Manga ONE sotto lo pseudonimo Ichiro Hajime, pubblicando la serie Jōjin Kamen dal 2022 fino a pochi giorni prima dello scoppio dello scandalo.

 




La dichiarazione contiene anche una precisazione importante: la vittima ha smentito il titolo che il settimanale Shūkan Bunshun aveva dato alla propria intervista con lei, nel quale si affermava che non avrebbe "mai potuto perdonare Shogakukan". Quella formulazione non rappresenta la sua posizione. La donna ha anzi confermato di aver ricevuto le scuse private dell'editore, il quale ha riconosciuto pubblicamente che riassumere Yamamoto con un diverso pseudonimo "è stato un atto che ha ignorato i diritti umani della vittima", e ha concluso con un appello esplicito al pubblico: astenersi dall'escalation delle critiche nei confronti di Shogakukan e di Shūkan Bunshun. Si è anche detta fan di molte delle serie pubblicate sulla piattaforma, e non desidera che altri autori, del tutto estranei alla vicenda, vengano danneggiati dai ritiri delle opere o dal boicottaggio della piattaforma.
Shogakukan ha corroborato la versione della vittima in una nuova dichiarazione pubblica, ribadendo l'intenzione di istituire una commissione terza composta da avvocati indipendenti, con il mandato di ricostruire i fatti e formulare raccomandazioni per evitare che situazioni simili si ripetano in futuro. L'avvocata della donna ha infine aggiunto un elemento che apre scenari potenzialmente più ampi: non è escluso che esistano altre vittime di Yamamoto, una possibilità che, se confermata, renderebbe ancora più urgente il lavoro della commissione e potrebbe avere ulteriori ricadute sia sul piano penale che su quello della responsabilità editoriale.

 AnimeNewsNetwork

Versione originale della notizia