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EmJAM

Volumi letti: 18/18 --- Voto 7
Il maestro Hirohiko Araki ancora una volta rinnova la sua opera, questa volta ambientata nella città immaginaria di Morio Cho, introducendo un nuovo componente della famiglia Joestar, ovvero Josuke Higashikata. "Diamond is Unbreakable" è la parte de "Le Bizzarre Avventure di JoJo" che mi è piaciuta di meno, ma ciò non significa che non l'abbia apprezzata. La trama di base mi sembrava abbastanza promettente, ma l'opera nel suo complesso mi ha deluso per certi aspetti che purtroppo non sono riuscita a trascurare.

Nella sopracitata città iniziano a comparire misteriosamente numerosi portatori di Stand, il che promette già una narrazione ricca di scontri caratterizzati da una grande originalità. Il difetto che io attribuisco personalmente all'opera in questione è proprio il fatto che la narrazione sia molto frammentata: l'introduzione di tutti quei personaggi e i conseguenti scontri, con i quali Araki si è voluto sbizarrire, porta questa parte di JoJo ad essere strutturata principalmente in episodi autoconclusivi. Non ho riscontrato lo stesso climax presente nelle parti precedenti, caratterizzate da una struttura più unitaria della narrazione.

In tutto questo, il villain principale ottiene un ruolo marginale nella prima parte del manga per poi comparire improvvisamente negli ultimi volumi di fronte ai protagonisti per lo scontro finale, in una lotta che si è conclusa in maniera troppo rapida. A mio parere Araki avrebbe dovuto dedicare un paio di volumi in meno ai personaggi secondari la cui presenza non influisce minimamente sull'esito della storia, ma contribuiscono solamente ad allungare il brodo (ho trovato particolarmente noiosa e superflua, ad esempio, la parte dell'alieno).

Per il resto, Araki è davvero riuscito a sfoderare il meglio della sua fervida immaginazione e considero la quarta parte quella più bizzarra di tutte. Anche dal punto di vista tecnico, il Maestro non si smentisce mai, rimanendo costante nel progressivo miglioramento dello stile dei suoi disegni.


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Fabbrizio_on_the_Road

Volumi letti: 18/18 --- Voto 9
“Diamond is Unbrakable” è la quarta parte de “Le Bizzarre avventure di JoJo” pubblicata originariamente tra il 1992 e il 1995 e raccolta in 18 volumi. A mio avviso si tratta di un’ottima parte, anche se si differenzia notevolmente dalla terza e questo potrebbe deludere chiunque si aspettasse una storia simile.

Devo infatti ammettere che ogni volta che leggo questa storia rimango un po’ spiazzato dall’inizio. Dall’avventura adrenalinica e intensa di Stardust Crusaders si passa a uno scenario decisamente più tranquillo e soprattutto statico, visto che le vicende sono interamente ambientate nella cittadina giapponese di Morio Cho. Questa scelta in un primo momento appare discutibile, ma con il senno di poi la reputo una caratteristica peculiare di questa parte di JoJo, in grado di ricreare delle atmosfere misteriose e assurde allo stesso tempo. Un altro aspetto che potrebbe apparire poco brillante è l’impostazione auto conclusiva che viene data alle varie vicende il più delle volte. Naturalmente esiste una trama di base che viene più volte ripresa e rinnovata, ma rimane il fatto che numerosi episodi sono completamente fini a se stessi. Anche in questo caso però alla lunga si riesce ad apprezzare questa scelta, che ci regala comunque delle ottime storie abbastanza varie e sempre divertenti anche se non necessarie ai fini della trama.
I personaggi sono abbastanza validi, anche se la loro caratterizzazione rimane sempre abbastanza superficiale, ma del resto era cosi anche nelle parti precedenti. Le battaglie e più in generale tutte le vicende bizzarre della serie sono molto divertenti e ben costruite. Gli Stand fanno ulteriori passi in avanti. Ho apprezzato anche il disegno di Araki che a questo punto è diventato molto più personale e particolare.

Nel complesso questa parte ha il solo vero problema di venire inevitabilmente comparata con la precedente, quando in realtà gli elementi di discontinuità sono parecchi. Ma a distanza di anni continuo a trovarla una delle parti più ispirate e divertenti.


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Sguaida

Volumi letti: 18/18 --- Voto 8
Quando si realizzano epopee massicce come quella dei Joestar, il rischio maggiore in cui l'autore può incappare è quello di non riuscire ad attestarsi su livelli di qualità costanti. Proporre al pubblico una saga di N capitoli (con N grande a piacere) comporta la capacità di creare un certo numero di prodotti che, in termini qualitativi complessivi, non presentino cali e siano quantificabili attraverso giudizi abbastanza concentrati e simili l'uno con l'altro. E' una sfida piuttosto ardua, per un autore, soprattutto se l'opera è stata creata in un lungo lasso di tempo, nel quale è ragionevole perdere attenzione, ispirazione, interesse.
Purtroppo, "Diamond is Unbreakable" finisce per rientrare appieno in queste considerazioni come l'anello debole del franchise, almeno fino al punto in cui sono arrivato a leggere le gesta dei Joestar. Perché va riconosciuto, il quarto capitolo di JoJo è in netto calo rispetto ai primi tre, che personalmente considero una trilogia a se' stante e l'apice della saga.

"Diamond is Unbreakable" non risulta essere un capitolo brutto, piatto e mediocre. Ma attraverso il confronto con i primi tre capitoli si nota un vistoso calo. Le vicende del quarto JoJo sono molto meno organizzate e strutturate: stand, personaggi, villain, sembrano spuntare da ogni dove in maniera caotica, come se si stesse tergiversando aspettando l'intuizione giusta per lo scontro finale. Non ho saputo ritrovare quel quadro così ben allestito che avevo notato ed apprezzato in "Stardust Crusaders", un mosaico che partiva dall'evoluzione degli stand, si protraeva nel viaggio asiatico della compagnia dei sei, e terminava nello scontro con un nemico unico nel suo genere. La differenza complessiva è tutta qui: un calo di attenzione all'insieme, un calo che rende le vicende più indipendenti l'una dall'altra e meno subordinate. Una distanza magari piccola, ai più, ma a mio avviso significativa e marchiana.

"Diamond is Unbreakable" non è di per se' un capitolo brutto, nelle vicende dei vari JoJo; solo, il confronto con quanto lo precede non è lusinghiero nei suoi confronti. Un quadro complessivo meno strutturato, una violenza meno angosciante, forse anche i primi accenni ad un cambiamento stilistico più palese nei capitoli successivi, rendono "Diamond is Unbreakable" una sezione non alla stessa altezza dei primi tre capitoli della saga.


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Linkinparma46

Volumi letti: 18/18 --- Voto 8
Ad ogni albo e ad ogni serie delle Bizzarre Avventure di JoJo si può assaporare l'evoluzione e di conseguenza la maturazione del lavoro del maestro Araki. Al di là dei dettagli e delle sublimi citazioni che si possono cogliere in ogni numero di questo titolo, la grande forza di Araki è insita nella capacità di confezionare dei dualismi machiavellici. A memoria ricordo pochissimi shounen capaci di mantenere un livellamento costante dei protagonisti senza snaturarsi e senza sfociare nel banalissimo power-up privo di ogni fascino. In questa quarta serie Araki si è superato inscenando un testa a testa colmo di adrenalina con il "villain" di turno che è davvero insuperabile. Personaggi dotati di fascino, carisma, ma anche ricchi di tratti buffi che non sfociano mai nel grottesco. Ovviamente ne consiglio la lettura ma solo dopo aver visionato le prime 3 serie per poter cogliere la genesi di questa saga generazionale.


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Ais Quin

Volumi letti: 18/18 --- Voto 8
Dopo il potente conflitto di "Phantom Blood", il bagno di testosterone di "Battle Tendency" e il cambio di carte in tavola operato in "Stardust Crusaders" l'aggettivo "bizzarro" trova in "Diamond is Unbreakable" la sua effettiva accezione grazie a un setting tutt'altro che mondano e a un Jojo decisamente più Mezzosangue - per utilizzare un termine potteriano - che Übermensch. Handicap o risorse? Da autore Hirohiko Araki, presumibilmente in overdose da "Twin Peaks", le ha senza dubbio intese in quest'ultima maniera, ma dal punto di vista del lettore la verità sta nel mezzo.

Avete presente cosa si dice sul fatto che ad ogni battito di farfalla corrisponda un terremoto dall'altro lato del mondo? Chiamiamo la farfalla in questione Josuke Higashikata e facciamola svolazzare con il suo tronfio pompadour lungo le strade una sonnolenta cittadina giapponese di fine ventesimo secolo di nome Morioh-cho (o Duwang, per i cultori del relativo meme). Fatto? Adesso aspettiamo pazientemente che da New York giunga l'eco di uno psicodramma off-panel. Eh sì, perché si dà il caso che questo ragazzo altrimenti come tutti gli altri sia un Joestar per parte di padre, cortesia di Joseph che, in barba alla sua non più verde età, ha avuto un affaruccio extraconiugale dalle conseguenze non preconizzate (Joseph. Che non preconizza. Brutta bestia davvero, 'sta vecchiaia.). E chi dice Joestar, si sa, dice rogne. Nella fattispecie la rogna di Josuke è Crazy Diamond, uno Stand capace di riportare un oggetto o anche il materiale con cui è fatto al suo stato originale, nonché di guarire le altrui ferite.
Ma Joseph è troppo vecchio e malandato per sobbarcarsi il lungo viaggio dall'America al Giappone e incontrare per la prima volta il figlio, della cui esistenza ha appreso solamente di recente. L'onere di mettere una pezza sulla faccenda (e di avvertirlo circa la proverbiale tendenza dei Joestar a finire nei guai) ricade quindi su Jotaro, che nel corso del suo soggiorno a Morioh scoprirà un'abnorme concentrazione di portatori di Stand in quella specifica area geografica con tutti i rischi che questo comporta.

Giustamente a un ragazzino che legge "Jump" di gente che fa le corna ad altra gente non potrebbe importargliene di meno (con buona pace del character development, che si nutre anche di queste piccole trivialità), perciò è normale che la premessa ci venga soltanto raccontata. Di qui a sorbirsi senza colpo ferire due capitoli di info-rigurgito selvaggio, tuttavia (peraltro in gran parte per bocca di Jotaro, che in tutto "Stardust Crusaders" avrà detto sì e no un ottavo delle parole pronunciate in questa sede), un cicinin dovrebbe correrci. Che poi nemmeno il buon Smokey era riuscito a sbocconcellare così tante informazioni con altrettanta rapidità, e lui aveva Speedwagon l'Impiccione a svelare gli altarini.
Archiviata la questione degli scomodi natali di Josuke il manga entra a passo elastico e noncurante nella consueta modalità "Let's get dangerous", ma a differenza delle serie precedenti del Big Bad nemmeno l'ombra fino a metà inoltrata. Lasciarsi trascinare dalla corrente assieme a Josuke e compagni (il piccolo ma coraggioso Koichi Hirose, il bietolone Okuyasu, l'asociale mangaka Rohan Kishibe e altri) è sorprendentemente piacevole, ciononostante si ravvisa la mancanza di uno scopo, di una direzione - in altre parole, di un fronte comune a tutti questi individui che in circostanze normali non avrebbero alcunché da spartire gli uni con gli altri.

La diretta conseguenza di una tale vaghezza d'intenti è, come facilmente intuibile, uno scavo introspettivo piuttosto ondivago. A difesa del Mezzosangue Josuke, tuttavia, va detto che il modello di protagonista tutto bicipiti e sani principî alla "Hokuto no Ken" era ormai incompatibile con quella che era la linea editoriale di "Jump" dell'epoca, e che pertanto un confronto con i suoi predecessori va fatto, se proprio se ne sente l'esigenza, il più oziosamente possibile. Volete un Jojo gentiluomo? Tornate indietro di tre caselle. Volete un Jojo guascone? Beccatevi Joseph (e armatevi di guinzaglio non allungabile nel caso lo vinciate come marito alla grande lotteria della vita). Volete un Jojo già pronto all'uso? Voilà Jotaro. Josuke è il Jojo della porta accanto, e non c'è nulla di sbagliato in questo giacché "normale" - per quanto qualcosa in questa saga possa essere considerato tale - non è sinonimo di "noioso". È perbene ma non perbenista, ottimista ma non ottuso, vanitoso ma non del tutto vano; è intelligente ma non lo ostenta; pecca di materialismo ma non lo fa con cattiveria; ha come tutti simpatie e antipatie a pelle ma si sforza di capire le ragioni di chi gli sta davanti - tutte qualità che sulla carta possono sembrare scontate, ma che "in-universe" trovano un riscontro più che plausibile. Il problema, semmai, è che rapportato ad altri comprimari questo suo essere così alla mano lo appiattisce non poco. Si pensi ad esempio all'incredibile evoluzione da sfigatello a coniglio ruggente di Koichi, al mix di misantropia e utilitarismo - talvolta colpevole - che caratterizza Rohan, ai turbamenti della bellissima e terribile Yukako, all'irrisolta Reimi, al tragico dilemma del piccolo Hayato Kawajiri: sono loro, e non lui che pure è il personaggio eponimo, a dare al lettore le migliori soddisfazioni. Altri, come Okuyasu e l'alieno (o alienato?) Mikitaka Hazekura, risultano invece, se non proprio sacrificabili, come minimo non sfruttati al pieno delle loro possibilità - un discorso, questo, facilmente estendibile anche alcuni dei nemici che questa sfilacciata combriccola di eroi per caso si ritrova ad affrontare prima di arrivare al pesce grosso, ma questa è pura fisiologia. Di Jotaro e Joseph, infine, panchinari d'eccezione di questa serie, non c'è molto da dire: il loro tempo è finito e si vede, soprattutto nel caso del secondo, che tuttavia ci regala alcuni tra i momenti più teneri e divertenti di tutta la storia. Largo alle nuove leve, dunque? Sì e no: si ha infatti l'impressione che, nella maggior parte dei casi, si tratti più di un problema di spazio che di un loro effettivo decadimento come personaggi.
Due paroline veloci sul fronte del "donzellame", per così dire, prima di passare a Yoshikage Kira, a cui tocca il compito di tenere alto il vessillo della malvagità dopo i superbi Dio e Kars: fa specie, per non dire tristezza, che la meno caratterizzata di tutte sia Tomoko, la giovanissima mamma di Josuke. Cosa farsene di quel poco che fa o dice? Non molto, se non addirittura alcunché, e questo indipendentemente dal fatto che non siamo a una puntata di "Uomini e Donne Over".
Yoshikage Kira, dicevamo. A pagare maggiormente lo scotto di questa banalizzazione diffusa è proprio lui, che intriga e muove sì a un certo disgusto, ma a un livello completamente diverso rispetto a quello dei suoi predecessori. Di nuovo, bye bye Anni Ottanta! Ma al di là dei tempi che cambiano la differenza sostanziale risiede in quella che potremmo definire la sua agenda. Mettiamola così: a Yoshikage Kira, impiegato trentatreenne piacevolmente somigliante a David Bowie e con una venerazione per le mani femminili, del mondo importa soltanto nella misura in cui non gli permette di coltivare il suo hobby in santa pace. Non ha interesse ad assoggettarlo, né ad elevarsi dal pantano di mediocrità che costituisce la sua copertura. "Se piace piace, se non piace Piacenza", come diceva Leonardo Manera nei panni di Piter di Parpo: a me è piaciuto, quantunque né il suo Stand Killer Queen né il power-up dell'ultimo minuto subito da quest'ultimo mi abbiano entusiasmato, e trovo che la sua psicologia sia stata ben resa.

Dato che ormai gli omaccioni dalle folte sopracciglia erano passati di moda, per questa quarta serie Araki decide di sfogare un po' della sua frivolezza repressa con un tratto vieppiù effimero e proiettato verso l'effetto Uncanny Valley. È un tripudio di occhioni degni di una pubblicità del mascara, di labbra sensuali, di nasi le cui punte paiono inerpicarsi verso l'infinito, di zigomi squisitamente prominenti e di mascelle volitive; persino i brutti, a Morioh-cho, paiono avere una loro bellezza intrinseca. Qualche problema di postura e di prospettiva c'è ancora (per interi volumi il pompadour di Josuke sembra possedere un'orbita e una volontà proprie), ma con un'incidenza nettamente meno significativa rispetto alle parti precedenti. Anche la regia delle tavole è meno confusionaria, compatibilmente con il fatto che manga come questo vivono, per forza di cose, degli "Eh?" che riescono a strappare al lettore.

"Diamond is Unbreakable" sta alle serie che l'hanno preceduta come il classico episodio dell'onsen sta agli anime, con l'unica differenza che non dà affatto l'impressione di essere una tappa obbligata. È al contrario un manga simpatico e anche inaspettatamente coinvolgente, a riprova del fatto anche per i battle shōnen sottrarsi al giogo dell'ansia da prestazione (quella di chi li fa ma anche di chi li legge) è possibile.


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Marco Onizuka

Volumi letti: 18/18 --- Voto 9
Questa è la quarta serie di Jojo, sicuramente tra le migliori di quest'opera d'arte. Ci sono vari fattori che secondo me rendono questa serie speciale e li elenco ora: gli stand, geniali, bizzarri, stupendi, pazzeschi, incredibili e tanto altro. Più di una volta quando ho visto questi stand mi sono trovato a mormorare tra me e me parole come "che figata", "geniale" o "bellissimo", perché posso dire benissimo che i poteri presenti in questa serie finora sono i migliori mostrati in tutte le quattro serie di Jojo e infondono ancora di più il senso di bizzarria che contraddistingue questa serie. Grazie a questi stand, i duelli diventano imprevedibili e pieni di strategie, e può avvenire qualsiasi cosa, così come chiunque potrebbe vincere usando i particolari poteri del suo stand. Questi ultimi, come ho già detto sono altamente bizzarri e si può trovare uno stand che può trasformare la gente in manga, un altro che sfruttando le onomatopee degli scontri stordisce il nemico, un altro ancora che può cancellare lo spazio intorno a sè e avvicinare il nemico, un altro che utilizzando un traliccio può intrappolare il nemico lì dentro, un altro che attraverso delle vittorie alle partite a morra cinese può rubare lo stand dell'avversario e tantissimi altri. Quindi non è mai detta l'ultima parola in questi scontri, visto che in qualche modo chiunque potrebbe portare a favore le sorti dello scontro inventando una strategia geniale che solitamente si rivela una gran figata e conclude lo scontro alla grande. Lo stile di questa serie è ben diverso dalle altre, visto che gli avvenimenti si verificano sempre in una città e i protagonisti non si spostano mai da lì, inoltre a volte ci sono anche delle storie secondarie molto interessanti e spassose che presentano nuovi personaggi, ovviamente sempre bizzarri, per poi tornare alla storia principale. Queste storie secondarie spesso non influiscono molto sulla trama, però i personaggi presentati a volte ricompaiono e gli avvenimenti non vengono dimenticati, quindi tutto fa parte della storia. A proposito dei personaggi che ho appena nominato, anche quelli sono stupendi e variegati, sia caratterialmente sia che d'aspetto, ognuno con un suo modo di pensare e di agire diverso dagli altri e alcuni di questi a mio avviso rimarranno nella leggenda di queste serie, come per esempio Rohan Kishibe, forse il miglior personaggio di questa serie. Parlando dei disegni, inizialmente non mi entusiasmavano, ma una volta entrato nell'ottica di questo manga sono rimasto ammaliato da queste tavole così piene di stile, così bizzarre e così piene di enfasi. Ovviamente non manca qualche posa particolare. La storia è molto interessante e avvincente, quindi come ho già detto questa per me è una delle più belle serie di Jojo.

rohankishibe

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rohankishibe

Volumi letti: 18/18 --- Voto 9
SPOILER WARNING
La quarta serie delle "Bizzarre avventure di Jojo" è ambientata a Morio-Cho, cittadina costiera giapponese di circa 500.000 abitanti. Tra questi figurano diversi portatori di Stand, i quali saranno alleati o nemici di Josuke Higashikata, quarto JOJO e nuovo protagonista. Questo ragazzo con una capigliatura da teppista anni 80 non è altri che il figlio illegittiimo di Joseph Joestar, protagonista della seconda serie. Il ragazzo riceverà la visita del (stando alle bizzarrie dell'albero genealogico della famiglia Joestar) cugino Jotaro Kujo, che lo avvertirà di una minaccia nella città causata da un malvagio portatore di Stand. Toccherà quindi a Josuke e amici scoprire la vera identità di colui che disturba la pace della città, e ad accompagnarlo ci saranno i fidati Koichi Hirose, Okuyasu Nijimura e Rohan Kishibe, oltre a una moltitudine di portatori Stand pronti ad offrire il loro supporto o a ostacolare le ricerche. "Diamond is Unbreakable" è infatti la serie di "Jojo" con il maggior numero di personaggi e una perfetta gestione degli stessi. Il ritmo incalzante della terza serie è sostituito da una placida, ma solo all'apparenza, atmosfera di città. Lo stile di disegno di Araki cambia drasticamente, disegnando presonaggi più aggraziati e con una maggior cura nei particolari. L'unico difetto della serie consiste nella risoluzione di alcuni scontri, che potrebbero non convincere appieno il lettore. L'edizione della Star Comics si presenta come al solito molto compatta, con una carta molto bianca, sovracopertina e illustrazioni bonus a fine volume. Consigliato.


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Gordy

Volumi letti: 18/18 --- Voto 8
"Diamons is Unbreakable" è la quarta serie di JoJo, nonché una delle mie preferite. Graficamente parlando reputo sia qui che Araki raggiunge il suo massimo livello per quanto riguarda i disegni: chiari, puliti e allo stesso tempo dettagliati.
In contrasto con la serie precedente dove i protagonisti avevano viaggiato per migliaia di chilometri, l'intera quarta serie è ambientata in un'unica cittadina chiamata Morio Cho. Una particolarità in proposito è che questa è l'unica serie ad essere ambientata in un posto di pura finzione e non reale. Come per la terza serie i punti di forza sono la caratterizzazione eccezionale dei personaggi e gli scontri tra stand dove Araki riesce a dare, ancora una volta, il meglio di se: questi saranno davvero di tutti i tipi e ancora più bizzarri che nella serie precedente. Ci saranno stand "automatici", stand che evolvono, eccetera. Insomma ce ne saranno davvero di tutti i tipi!
Tra i compagni di Josuke Higashikata (il nuovo JoJo) spicca sicuramente Rohan Kishibe, uno dei co-protagonisti più riusciti dell'intero manga, tanto che Araki disegnerà pure degli spin-off a lui dedicati.
Per quanto riguarda la storia, in questa saga scopriamo finalmente come nascono gli stand, tanto che a Morio Cho compariranno nuovi portatori come funghi. Uno di questi, Yoshikage Kira, sarà il nemico finale di questa serie: un serial killer che come caratterizzazione è almeno a livello di Dio Brando. Siamo ancora una volta di fronte ad uno degli antagonisti più riusciti di sempre! L'autore riesce a sondare talmente bene la psicologia del personaggio, raccontandoci il suo passato, le sue manie e altro ancora tanto da riuscire a renderlo (non fosse ovviamente che è un portatore di stand) assolutamente verosimile, quasi reale.
Come sempre JoJo è uno shonen pieno zeppo di scontri e con una trama di fondo appena accennata e che è più una scusa per far combattere tutti tra di loro eppure la qualità di quest'ultimi, tanto imprevedibili quanto appassionanti, e dei personaggi riescono a far passare in secondo piano tutto il resto riuscendo a mascherare la debolezza della storia.


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Kabutomaru

Volumi letti: 18/18 --- Voto 8
Quarta serie e un altro Jojo reclama il proprio ruolo di attore principale. In "Diamond is Unbreakable" ci lasciamo alle spalle l'anonimo Jotaro Kujo, per fare spazio al quattordicenne Josuke Higashikata, figlio di una relazione extra-coniugale di Joseph Joestar che nonostante sia vecchio, non rinuncia affatto a concedersi delle scappatelle. In questa quarta serie, Araki decide di proseguire con l'idea degli Stand che ha fatto la fortuna di "Stardust Crusaders", rendendo i loro poteri sempre più particolari e versatili in battaglia e quindi sia le trovate che la durata dei combattimenti aumentano in modo esponenziale. Per fare un esempio basta vedere le capacità dello stand di Josuke, Crazy Diamond, il quale può riparare e aggiustare le cose e tale potere ha molte applicazioni in battaglia. Anche tale serie, come le precedenti tre, è stata rieditata da Star Comics in ben 12 maxi volumoni da 300 pagine ognuno, ciascuno al costo di 6 euro.

Se nella precedente serie avevamo viaggiato per oltre 10.000 chilometri, passando per svariati paesi esotici, stavolta Araki sceglie di collocare la storia nella tranquilla cittadina di Morio-Cho di fine millennio, non facendoci spostare da là, visto che i vari nemici e stand sono già lì presenti e pronti. La trama è un po' difficile da spiegare perché per buona parte della serie non facciamo altro che assistere a scontri su scontri che nulla hanno a che fare con la storia, poichè essa non esiste. Poi a metà serie, come se Araki si fosse accorto di non aver inserito una benchè minima storia, decide finalmente di crearne una. I nostri protagonisti dovranno vedersela un serial killer, il borghese Yoshigake Kira che miete vittime da anni, senza che nessuno si accorga di lui. Con tale svolta narrativa Araki riesce a dare una scossa forte al manga, anche se in alcuni punti non convince appieno.
Come si può comprendere, il difetto principale della quarta serie è la casualità. Araki cerca di giustificarla con un espediente, ma esso risulta poco convincente. Molti scontri nel manga avvengono in modo fortuito, ed inoltre alcuni di essi sono anche abbastanza inutili ai fini della trama. Pure lo scontro finale conferma l'andazzo, poichè avviene completamente a caso.
Nonostante alcune cose che non vanno, i personaggi, che in "Stardust Crusaders" erano veramente piatti e scialbi, qui sono maggiormente curati. Il protagonista Josuke Higashikata è un tranquillo e allegro ragazzo di 14 anni, con i suoi pregi e i suoi difetti (è molto avido), insomma un buono quasi per caso. I vari Koichi, Rohan e in misura minore Okiyasu, negli appositi combattimenti a loro dedicati, faranno emergere la loro personalità. Persino Jotaro Kujo che nella terza serie era veramente osceno come protagonista, in "Diamond is Unbreakable" si cala alla perfezione nei panni di comprimario risultando molto utile nelle situazioni difficili. Però la palma d'oro del migliore va senza ombra di dubbio all'antagonista del manga, lo scaltro ed intelligente borghese Yoshigake Kira, caratterizzato psicologicamente alla perfezione, tanto che oltre a rubare la scena a Josuke, riesce tranquillamente a sorreggere il peso della serie sulle sue spalle. A qualche lettore un cattivo del genere farà storcere il naso, perché non ha un piano epico che lo spinge a compiere quel che fa, ma l'epicità non serve a niente davanti ad un personaggio così ben costruito.

Ricapitolando i punti chiave, rispetto a "Stardust Crusaders" finalmente ritroviamo una trama, dei personaggi caratterizzati (anche se i cattivi comuni, continuano a rimanere scialbi), un'antagonista che mette in ombra quello della terza serie veramente piatto e vengono aggiunti combattimenti più versatili e strategici. Il disegno della quarta serie prosegue sulla scia di quello della terza, con alcuni miglioramenti risultando più pulito e inoltre, i muscoli delle serie precedenti, lasciano spazio a personaggi dai fisici più normali. Certo difetti come la sparizione dalla storia di alcuni personaggi, oppure la mancanza di alcune spiegazioni, posson non piacere. Però l'obbiettivo di "Diamond is Unbreakable",come afferma Araki, è quello intrattenere il lettore, riuscendoci benissimo.


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Kotaro

Volumi letti: 18/18 --- Voto 8
Per la quarta parte delle bizzarre avventure del suo Jojo, Hirohiko Araki cambia ancora una volta le carte in tavola e, nel 1992, ci trasporta in un ipotetico universo alle soglie del terzo millennio, nella fittizia cittadina giapponese di Morio-cho.
Protagonista della storia è Josuke Higashikata, un teppistello che si ritrova suo malgrado invischiato nelle traversie della famiglia Joestar in maniera del tutto inaspettata. Dotato di uno Stand chiamato Crazy Diamond, capace di "aggiustare" ciò che è rotto o ferito, oltre a possedere le classiche forza e velocità, il giovane Josuke si ritroverà fra capo e collo parecchie grane, poiché la quiete della sua tranquilla cittadina viene d'un tratto interrotta dal ritrovamento di una mistica freccia capace di donare uno Stand a chi ne viene colpito. Per le strade di Morio-cho, dunque, compaiono, giorno dopo giorno, i più svariati e bizzarri individui in possesso di poteri strani, ma la minaccia più grave per Josuke e per la città stessa è quella costituita da un misterioso ed efferato serial killer che, nell'ombra, miete vittime ormai da anni.

La differenza, fra questa Diamond is Unbreakable e la precedente Stardust crusaders, si nota immediatamente. Le due serie, infatti, hanno una struttura simile, poiché entrambe sono composte da una serie di scontri che portano al combattimento risolutivo contro il boss finale, ma differiscono nella forma. Se Stardust Crusaders era un pittoresco viaggio intorno al mondo, Diamond is Unbreakable restringe il suo setting alla sola Morio-cho, dai cui confini i personaggi mai si allontaneranno.
Questo fa sì che la quarta serie di Jojo sia decisamente la meno "manga" fra le quattro sinora ristampate dalla casa editrice Star Comics. Più che quella di un fumetto giapponese, l'atmosfera che si respira fra le sue pagine è infatti piuttosto vicina a un film thriller/horror americano o a serial televisivi made in USA come Twin Peaks (da cui l'autore molto probabilmente è stato ispirato, vista la sua dichiarata passione per il cinema americano), Smallville o Buffy l'ammazzavampiri (che sono successivi a questo manga ma ne condividono diversi elementi).
Avremo una cittadina piccola, apparentemente tranquilla, fatta di ridenti casette, ristoranti, porti, parrucchieri, negozietti, scuole e campi, che il lettore imparerà a conoscere grazie al largo spazio dedicato a scene di vita quotidiana più o meno normali.
Una cittadina che, però, nasconde numerosi segreti e che comincerà man mano a popolarsi di casi umani e gente dai poteri bizzarri e dalle cattive intenzioni che il povero Josuke e i suoi amici si troveranno ad affrontare in scontri assai pericolosi.
La struttura, del resto, è proprio quella di un telefilm americano di questo tipo: si procede per diversi capitoli più o meno autoconclusivi, che mostrano gli scontri con i vari bizzarri abitanti della città, mentre, pian piano, si va costruendo una trama di fondo un po' più articolata che fa da collante a tutta la vicenda portando i personaggi verso uno scontro finale, esattamente come succedeva nelle varie serie della cacciatrice di vampiri Buffy.

L'autore può quindi dar libero sfogo alla sua strabordante fantasia e dotare i nuovi personaggi dei poteri più svariati e particolari. Avremo personaggi capaci di far esplodere ogni cosa che toccheranno; di creare bombe che inseguono il calore o che, quando esplodono, riportano indietro il tempo; di "annullare" lo spazio; di trasformarsi in acqua; di evocare eserciti giocattolo; di trasformare il senso di colpa in un enorme e pesante lucchetto posto sul cuore delle vittime; di trasformare la gente in libri e governarne le azioni mediante la parola scritta; di manovrare i capelli; di creare cibi succulenti; di muoversi attraverso l'elettricità; di cambiare letteralmente i connotati alle persone; di entrare nelle fotografie; di risucchiare gli Stand altrui con partite a morra cinese; di trasformarsi in qualsiasi cosa. Si arriva a toccare punte di assurda genialità nel vedere persone capaci di controllare le onomatopee dei fumetti per trasformarle in armi d'attacco o gatti che, morti, rinascono sotto forma di strambi esseri mezzi gatto e mezzi pianta capaci di comprimere l'aria per mutarla in proiettili o scudi.
Stand e poteri sempre più assurdi e fuori di testa, in taluni casi persino capaci di evolvere e ottenere sempre nuove facoltà, che daranno il via a combattimenti sempre vari, sempre sul filo del rasoio, dove sempre meno conterà la forza dei pugni ma che andranno risolti con astuzia, ingegno, trucchi, strategie e un pizzico di fortuna.

Purtroppo, c'è un rovescio della medaglia, che si notava già nella precedente serie Stardust Crusaders e che qui è amplificato. A tanta varietà e fantasia nel caratterizzare i poteri Stand, non ne corrisponde altrettanta nel caratterizzare i personaggi, che difficilmente riescono a spiccare.
Come nella terza serie, infatti, i vari cattivi minori sono abbastanza anonimi, ma, sfortunatamente, stavolta anche i personaggi più importanti hanno dei problemi.
Nella postfazione contenuta nell'ultimo volume, l'autore ammette che gran parte dei personaggi sono stati dotati appositamente di personalità stupidotte e questo, purtroppo, è palpabilissimo nella lettura. Josuke e gran parte dei suoi amici sono infatti dei bulletti abbastanza sciocchi, che commettono bravate di continuo.
Accanto a personaggi stupidi ve ne sono altri che, invece, sono dei malati di mente psicopatici, menefreghisti o con mille manie stupide.
È il caso del cattivo finale, che non ha la stessa epicità trash che aveva il precedente Dio Brando. Trash lo è ugualmente (un serial killer fissato con la crescita delle unghie che si porta in giro le mani delle ragazze che uccide come se fossero una borsetta), ma gli manca l'epicità e questa mancanza si riflette sull'intera serie rendendola meno intensa rispetto alla precedente. Il suddetto cattivo è caratterizzato alla perfezione, in maniera molto originale, ma rimane uno psicopatico qualsiasi indegno del suo ruolo, che il lettore faticherà ad accettare come nemesi del gruppo dei buoni.
Ed è, purtroppo, anche il caso del fumettista Rohan Kishibe, personaggio amatissimo dai lettori e dall'autore stesso, che lo ha reso protagonista di diversi spin off, come Rohan au Louvre, (prossimamente in arrivo in Italia per 001 Edizioni). Sebbene sulla carta sia un personaggio positivo, Rohan ha un temperamento asociale e schizofrenico e non è molto chiaro il suo allineamento.
Fortunatamente, qualche eccezione c'è, rappresentata dall'ingenuo Koichi Hirose, un ragazzino timido che nasconde una grande forza interiore e sarà il personaggio che maggiormente crescerà lungo tutto l'arco della vicenda, nonché l'unico in cui il lettore riesce pienamente ad identificarsi.
Dal momento che i personaggi nuovi sono poco interessanti, a imporsi ancora una volta sono i vecchi, ossia Jotaro Kujo, perfettamente a suo agio nel ruolo del saggio mentore, e... Joseph Joestar, sempre lui, inossidabile, che si conferma ancora una volta il miglior personaggio della saga, epico e divertentissimo anche nelle vesti di vecchietto rimbambito alle prese con una buffa bimba invisibile e con scappatelle extraconiugali degne di Zeus.

I nostri personaggi sono un po' sciocchi, strambi, non gli interessa molto far gruppo e si cacciano continuamente nei guai perché fanno stupidaggini o non collaborano fra loro. Fra le pagine di questa storia, dunque, mancano completamente l'eroismo, l'epicità, la predestinazione caratteristici dei grandi shounen manga d'azione e delle precedenti tre serie di Jojo.
Se i buoni sono una manica di stupidi o di malati di mente, e il cattivo è uno psicopatico che vuole solo farsi i fatti suoi in santa pace invece di essere un malefico signore del male, il lettore rimane decisamente meno coinvolto nella vicenda.
Oltre ad essere decisamente poco epica, la trama si sviluppa in maniera molto lenta, quasi in sordina, in mezzo a un esorbitante numero di incontri e scontri a volte trascurabili. Araki è però abile nell'introdurre un paio di interessanti elementi che donano spiegazioni a eventi delle serie precedenti e che, presumibilmente, saranno approfonditi nelle successive, andando ad ampliare la mitologia di questa saga generazionale così stramba e allo stesso tempo così affascinante.
L'autore, ancora una volta, va modificando il suo stile di disegno, rendendo i personaggi molto più magri, lontani dai colossi robusti delle prime serie, con volti tendenti all'efebico in diversi casi, ma sempre con uno stile molto curato e personale.
Rimangono, infatti, tutti i tratti caratteristici del disegno di Araki, come il look pacchiano dei personaggi (certi abiti o accessori sembrano usciti dall'incubo psichedelico di un hippy dopo un cannone) o le pose da contorsionisti.
Intatto è anche, fortunatamente, il gusto dell'autore per le citazioni: al cinema americano (L'esorcista, Misery non deve morire), ai manga (il giovane Koichi Hirose e il suo Stand hanno un debito palese nei confronti di Gohan e Cell di Dragon Ball) e, soprattutto, alla musica (Pink Floyd, Enigma, Queen, Red Hot Chili Peppers, Bob Dylan e molti altri saranno messi al servizio dei vari Stand). Molte delle belle idee escogitate dall'autore saranno poi ritrovate in videogiochi come Phoenix Wright o in manga e anime successivi come One Piece, Bleach, Yu-gi-oh o il recente Saint Seiya Omega.

La quarta avventura della famiglia Joestar, dunque, si rivela essere ancora più bizzarra, decisamente diversa dalle precedenti e, in generale, dallo stile narrativo degli shounen manga.
È uno shounen manga particolare, a cui mancano le basi di questo tipo di opere, poiché i suoi eroi sono poco eroici. L'autore scrive un manga di solo intrattenimento, che poco si occupa di lasciare insegnamenti positivi ai suoi lettori ma vuole soltanto divertirli e appassionarli con una serie di scontri sempre molto vari, accattivanti, tesi e violenti, più che regalar loro degli amici o degli eroi.
Fra le quattro serie di Jojo sinora ristampate, Diamond is Unbreakable è dunque la più particolare e, in virtù di queste sue caratteristiche un po' strambe, non è quella che mi è rimasta più impressa, per quanto io mi sia appassionato alla risoluzione dei numerosi scontri, al contrario delle storie di Johnathan, Joseph e Jotaro che invece mi hanno regalato anche numerose scene epiche e personaggi che, per quanto ombrosi o tamarri, manifestavano in maniera più palese il loro eroismo.
Rimane un manga molto originale e appassionante, che riesce abilmente a intrattenere il lettore con combattimenti intelligenti e sempre diversi e avvincenti e che ben merita la sua importanza nella storia del genere shounen d'azione in virtù di molte trovate innovative che introduce, ma dietro questa facciata più disimpegnata non presenta temi più profondi o insegnamenti che possano scolpirsi nel cuore di chi legge.


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Robocop XIII

Volumi letti: 18/18 --- Voto 7
Eccoci alla quarta metamorfosi di JoJo. Ormai mi sono convinto: ogni volta che si inizia una nuova saga legata alla famiglia Joestar ci si ritrova davanti agli occhi qualcosa di innovativo e diverso, e attenzione, non intendo dire migliore, dico solo che il contorno di patate resta, è la portata principale che cambia, ma cucinata sempre dallo stesso cuoco, Hirohiko Araki.
Quando inizio a recensire una nuova serie di JoJo mi è impossibile non fare paragoni con le precedenti, in quanto si tratta di una vera e propria antologia.
Ebbene, se nella terza serie uno dei due punti cardine (oltre ai combattimenti) era il concetto di viaggio, in questa serie Araki tenta l'approccio inverso, ci catapulta in una fittizia cittadina Giapponese di fine millennio e da lì non ci fa muovere.

La città diventa vera e propria protagonista dell'opera, se in Stardust Crusaders erano i nemici a recarsi dai protagonisti per far loro la pellaccia, in questa serie nessuno si reca da nessuna parte, per il semplice fatto che sono già lì.
Araki ne approfitta, crea una vera e propria mitologia, con tanto di statue e luoghi da visitare corredati da un'ironica guida per raggiungerli. La vita urbana rende poi necessario un cambio di registro, il manga assume un'aria molto più scanzonata e leggera, si aggiungono cenni di slice of life e grazie alla mappa riprodotta più volte l'autore cerca di immergerci ancora di più nella lettura. Sicuramente l'epicità che la situazione da "fine del mondo" delle saghe precedenti dava modo di respirare viene meno in questa nuova situazione.

Ricapitolando: abbiamo una città, un nuovo protagonista con tanto di Stand nuovo di zecca da usare, e un antagonista. Anzi, quello no.
O almeno, c'è ma resta un incognita per grande parte del manga, e in confronto agli antagonisti delle vecchie serie, che richiedevano numerosi sacrifici spesso mortali, quello di questa serie è molto meno incisivo, essendo "solamente" uno spietato serial killer con a carico un grande numero di vittime.
I protagonisti si troveranno proiettati in una cittadina in cui metà della popolazione è portatrice di Stand, molti sono dei cattivissimi sicari, altri utilizzano i loro Stand per altri scopi, come Tonio, che utilizza il suo solo per cucinar - tra l'altro personaggio con cui Araki ci dà modo di vedere quanto apprezzi il nostro paese (come se non avesse già avuto modo di dimostrarlo in precedenza).
Araki si crea quindi la sua Twin Peaks, dove perfino il tuo vicino di casa potrebbe nascondere un terribile segreto, o in questo caso, uno Stand mortale.

Se da un lato abbiamo uno stampo molto leggero che contrappone la quotidianità a questi misteriosi poteri, rendendo le avventure abbastanza lineari, dall'altro abbiamo anche delle side-stories che vengono però spesso lasciate in sospeso per poi essere riprese in un secondo momento o quasi completamente dimenticate, come la storia del padre trasformato o quella della bambina invisibile; altre invece vengono portate avanti ma non spiegate con cura, come l'arco e la freccia, cosa che spero l'autore farà nelle saghe successive.
Araki continua poi con la sua nuova politica iniziata nella saga precedente, è difatti presente anche in questa serie molto humour, sebbene diminuisca quello di stampo più macabro. Continuano invece gli esperimenti di metafumetto, partendo da Rohan il mangaka per passare ad uno Stand che utilizza le onomatopee per combattere.

Pumpkin rulez

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Pumpkin rulez

Volumi letti: 28/18 --- Voto 9
Ogni volta che parlo di questa serie mi sento una voce fuori dal coro tra gli appassionati di Jojo, però è giusto che ognuno porti avanti le sue convinzioni e le esprima così come è giusto sentire quelle degli altri.
Personalmente trovo che "Diamond is Unbreakable" sia la serie più bella dal punto di vista narrativo e le motivazioni sono varie. La prima è la scelta di un'ambientazione fissa, in questo caso la città immaginaria di Morioh in Giappone. Tale scelta ha permesso ad Araki di poter sviluppare meglio il profilo di ogni personaggio poichè, proprio come nella vita reale, in una sola città accadono mille avvenimenti diversi, e non è necessario che i protagonisti siano costantemente in contatto tra loro dato che potrebbero ritrovarsi in qualsiasi momento. Abbiamo quindi l'occasione di vedere la vicenda sotto molteplici punti di vista: le avventure di Josuke assieme a Okuyasu, Koichi Hirose e la sua storia con Yukako Yamagishi, il solitario Rohan e (unespedeinte narrativo a dir poco fantastico) la "vita di tutti i giorni" del serial killer Yoshikage Kira alle prese con il suo nuovo ruolo di padre di famiglia (non specifico per evitare eccessivi spoiler).
I personaggi sono caratterizzati, come sempre, in modo superbo e soffermarsi su tutti sarebbe un'operazione lunghissima, perciò mi limito a dire la mia sui due protagonisti ovvero Josuke e Kira. Ho scelto di definire quest'ultimo come co-protagonista perchè ritengo sia sbagliato vedere Kira come il semplice cattivo di turno. Araki infatti ci lascia scavare nella sua vita e nelle sue esperienze; non è un personaggio distante da noi come Dio Brando. Si potrebbe dire che l'autore ci permette di conoscerlo e ci costringe ad affezionarci a lui pur sapendo quale natura perversa si annidi nella sua psiche (e pensare che c'è chi pensa che il personaggio di Light Yagami sia una novità in questo senso... bah!). Passando a Josuke, sto per dire una cosa con cui quasi nessuno è d'accordo ma chi se ne frega: lui è il miglior Jojo delle serie finora create. Josuke è un protagonista umano, è forte ma non è esente da paure e da vizi (il modo in cui sfrutta Shigechii per i soldi lascia un po' sconcertati). E' inutile soffermarci sul fatto che spesso viene ritratto in maniera buffa... J. è un neo adolescente e come tale non può avere una serietà eccessiva (vedi un certo Giorno Giovanna che a 15 anni sembra sia già arrivato alla pensione da tanto serioso che è) però continua a crescere fino alla fine della storia anche perchè la crescita e la bellezza della giovinezza è uno dei temi fondamentali della serie.
Araki sottolinea quindi la profonda diversità tra questi personaggi estremamente antitetici (basta pensare a quanto siano diversi i loro Stand per capirlo) per portare il classico confitto Yin-Yang a un livello di lettura più alto: il bene e il male si scontrano ma, nonostante sia giusto che il bene prevalga, non bisogna dimenticare che anche il male ha le sue motivazioni ed è fortemente attaccato alla vita perciò, qualunque sia l'esito dello scontro, si finirà comunque col perdere qualcosa che sarà irrecuperabile.
Aggiungo inoltre che in questa serie c'è una morte che avviene con un pathos pazzesco, una delle morti più belle mai presentate da Araki. So che definire bella una morte può stonare, ma in questo caso è un avvenimento che da davvero una grande spinta alla lettura.

Vi chiederete perchè nonostante tutti questi complimenti abbia dato "solo" nove alla serie. Be', la perfezione non esiste e D.I.U. non è esente da difetti: certi personaggi vengono quasi dimenticati (Tonio è l'esempio più eclatante), alcuni scontri sono un po' troppo distaccati con l'andamento principale della storia (ancora non ho capito che parte faccia Mikitaka a parte vomitare mentre Josuke lo sballotta sotto forma di dadi... vabbe' se leggete capirete...) e, il punto più dolente, un final showdown che non riesce a soddisfare pienamente le sue fantastiche premesse e, seppur bello, in se si rivela un po' deboluccio per essere il classico scontro di fine serie Arakiano.
Difettucci che potevano essere benissimo evitati ma d'altronde bisogna considerare che il ritmo di lavoro di un mangaka è intenssissimo e a volte non è possibile approfondire tutto quello che ci si era posti all'inizio. Nonostante queste piccole pecche, "DIAMOND IS UNBREAKABLE" resta un vero capolavoro, uno shonen che sa essere versatile e riesce ad accontentare tutti e lo consiglio soprattutto a chi vorrebbe leggere solo una serie di Jojo in particolare.


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BU773RS

Volumi letti: 28/18 --- Voto 7
Ed eccoci a recensire anche la quarta serie di JoJo. Diamond is Unbreakble è una delle serie che mi ha colpito di meno, ma non significa che non mi sia piaciuta. In questa serie il tratto di Araki è ancora "comprensibile", i dettagli sono come al solito disegnati minuziosamente, e gli stand hanno una character design favoloso, così come alcuni dei personaggi umani (Jotaro, Kira, Josuke e Rohan). La storia scivola bene (anche se a volte ci sono dei filler di cui si poteva fare a meno), e penso sia l'unica serie che non necessita la lettura delle precedenti sicché i fatti salienti vengono riassunti quasi da subito. Ho trovato come unico aspetto negativo il fatto che il finale può sembrare un po' sconclusionato e che Kira è forse uno dei peggiori nemici della serie, perchè troppo ben caratterizzato (uno magari può pensare che sia una cosa positiva ma in questo contesto non lo è), a differenza del protagonista che invece sembra essere il Joestar meno incisivo comparso finora, io lo definire un imitazione di Jotaro un po' più allegrotta. Ad ogni modo è consigliata la lettura a tutti gli amanti della serie, agli altri... be', c'è di meglio, ma leggere qualcosa di JoJo non fa mai male.