Ais Quin
Per il manga
Sole maledetto
di genere
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Voto: 8 Per quanto un autore possa deludermi, non sono il tipo da non concedergli almeno un'altra chance per riscattarsi ai miei occhi. Già ai tempi in cui leggevo "Mars" con la stessa partecipazione con la quale registrerei una fattura avevo avuto l'impressione che Fuyumi Soryo fosse in grado di fare di più, e adesso, grazie a questa piccola raccolta, ne ho la conferma. Si rafforza così la mia impressione di un'autrice con un grande intuito, di quelle che non hanno bisogno di strafare per arrivare dritte al punto e che anzi possiedono l'invidiabile capacità di sintetizzare un concetto riuscendo a conservarne intatta la forza; in altre parole, di un'autrice fatta apposta per le storie brevi. Mi rendo conto che si tratta di un'analisi quantomeno prematura, dal momento che mentre scrivo ho soltanto due sue opere all'attivo, ma è mia intenzione procurarmene altre per poter tornare ad esprimermi in merito con maggior cognizione di causa.
Il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, è anche quello a parer mio più debole.
Scoperta per caso l'infedeltà del proprio ragazzo, il primo impulso di Maki è di minacciarlo di morte con una calma che colpisce profondamente Ryo, un giovane che, origliata la conversazione, si offre di uccidere il fedifrago al posto suo. I due fanno conoscenza e quasi senza rendersene conto si ritrovano a trascorrere insieme l'intera giornata, facendo sciocchezze ed interrogandosi sulla vita e sulla morte. Alla fine Ryo si congeda con la promessa che si rincontreranno non appena avrà risolto una questione che gli permetterà di cominciare la sua vita da zero, lasciando in Maki un vuoto che da troppo tempo non si concedeva il lusso di provare.
Se dal punto di vista narrativo la storia scorre senza intoppi e si rivela ricca di interessanti spunti di riflessione, sul versante psicologico la situazione è decisamente meno rosea. L'inconsistenza di Maki, riguardo al cui comportamento apparentemente disincantato la Soryo non adduce spiegazione alcuna, pesa come un macigno e vanifica la buona resa di Ryo, che come co-protagonista riesce a trovare la giusta via di mezzo tra la spalla e il cosiddetto "spotlight stealer", un personaggio, cioè, che senza rendersene conto ruba la scena al vero protagonista della storia.
"A Strange Gene", invece, è una coraggiosa e struggente fusione tra il mondo del lavoro e quello del disagio mentale.
L'ingenuo e impacciato Saegusa non può fare a meno di ammirare la risolutezza della sua superiore Ayano Yoshimura, la cui filosofia di vita consiste nell'affrontare qualsiasi situazione con un'adeguata "armatura". I capi raffinati di cui ama far sfoggio, l'acconciatura sempre impeccabile e il suo piglio deciso sono, in altre parole, soltanto degli strumenti dei quali si serve per fare breccia nelle difese dell'avversario di turno, che talvolta non si rende neppure conto di stare subendo un attacco. Di tanto in tanto, però, Saegusa ha come l'impressione che esista un'altra Ayano - un'Ayano diversa da quella capace di scegliere di arrivare in ritardo a una riunione per potersi comprare il giusto paio di scarpe - e che per qualche ragione tocchi a lui farla uscire dal baratro sul fondo del quale urla e si sbraccia da tempo senza ottenere risposta.
La società giapponese è tristemente nota per il suo ostruzionismo, soprattutto per quanto riguarda il mondo del lavoro e quello delle donne; non occorre però essere una figlia del Sol Levante per avere familiarità con i problemi incontrati da Ayano nel corso della sua vita lavorativa, poiché ogni donna li conosce in maniera più o meno diretta. Questo, naturalmente, non significa che per un uomo le cose siano più facili, ma la pressione a cui, dalla culla alla tomba, viene sottoposta una donna è di tutt'altra natura.
La Soryo va al sodo con disarmante ma ammirevole ferocia, limitandosi a fornire le coordinate essenziali: sa che le lettrici non hanno bisogno d'altro e che anzi sarebbe controproducente non lasciare loro lo spazio per integrare l'esperienza di Ayano con la propria.
Per quanto concerne terzo racconto, "Uomini a scadenza", è indubbio che la Soryo fosse animata dalle migliori intenzioni, ma ciò, almeno secondo il mio punto di vista, non si è rivelato sufficiente a far sì che esso decollasse.
Ryoko è un'aspirante scrittrice il cui romanzo di d'esordio è ispirato a una ragazza che conosce e ammira da molto tempo. Invece di sentirsi minacciata dalla bellezza e dall'intelligenza di quest'ultima - un meccanismo di cui ogni donna conosce a menadito l'esatta posizione di tutti gli ingranaggi e per il quale, di fronte alla sua incapacità di sottrarvisi, prova intimamente vergogna - non può fare a meno di considerarla un'eroina, pur sapendo che mai e poi mai potrà eguagliarla.
Ma ogni essere umano, o per meglio dire la sua essenza, ha una data di scadenza oltre la quale non cessa per forza di esistere, ma perde ciò che lo rendeva diverso da tutti gli altri. Per quanto Asako - questo il nome della leggendaria fanciulla - possa essere eccezionale, ciò non è sufficiente a risparmiarle questa sorte. Ma è la storia di Asako ad essere speciale oppure il modo in cui Ryoko la racconta?
La mia risposta a quest'ultima domanda è...nessuna delle due. Asako è troppo perfetta per appassionare - talmente irreprensibile, in effetti, da scadere nel più bieco anonimato - e dell'abilità di Ryoko come scrittrice non ci viene fornita nessuna prova concreta. Che sia una buona osservatrice è fuor di dubbio, ma avere una storia da raccontare non significa necessariamente saperlo fare. Ne consegue che avere una storia da raccontare su un personaggio con a sua volta una storia da raccontare - chiedo venia per le ripetizioni, ma servono a ribadire il concetto - sia un compito ancor più arduo, che in questo caso la Soryo non è riuscita a svolgere fino in fondo.
L'ultimo racconto, "Il pesce arcobaleno", è una dolceamara riflessione su come, man mano che si cresce, scendere a compromessi si renda sempre più necessario.
Quando la maestra le chiede perché il ritratto di sua madre ha i capelli blu e non neri come quelli degli altri bambini, la piccola Sari non riesce a capire cosa ci sia di male: che importanza può avere se in natura nessuno li ha di quel colore? Desiderosa di ricevere l'approvazione e le lodi degli adulti, dopo l'ennesimo sospiro carico di esasperazione con cui viene accolto ogni nuovo disegno dalle tinte improbabili la bambina decide che d'ora in poi non creerà mai più per se stessa, limitandosi a fare esattamente ciò che gli altri si aspettano da lei.
Essendomi trovata spesso nella situazione di Sari so cosa si prova quando, dopo che ci è stata ribadita fino alla nausea l'importanza di essere sempre se stessi, si finisce con l'essere penalizzati proprio per aver "osato" mettere in pratica questa condotta. Probabilmente per questo motivo ho percepito nel racconto una forte vena autobiografica, come se la Soryo volesse servirsene per fare una critica neppure tanto velata nei confronti di una professione, quella del mangaka, in cui è vitale possedere un'elasticità tale da riuscire a trovare la giusta via di mezzo tra ciò che ti dice il cuore e ciò che vende.
Veniamo ora al sottotitolo italiano della raccolta, "Quattro donne oltre il limite". Se Maki e Ayano rientrano in pieno in questa definizione, lo stesso non si può certo dire di Ryoko o di Asako, che come ho già avuto modo di dire ho trovato fin troppo dozzinali. Sari, per contro, costituisce un caso a sé dal momento che sembra "funamboleggiare" nel vuoto tra l'una e l'altra parte. Uno sbaglio, quindi? Direi piuttosto una piccola inesattezza derivata dal fatto che si tratta di un concetto di cui ciascuno di noi ha la propria interpretazione.
Il tratto della Soryo si contraddistingue, come sempre, per il senso d'ordine e di precisione assoluti che trasmette. In un altro contesto avrei potuto considerarlo un difetto, ma per i racconti di "Sole Maledetto" questa scelta - o per meglio dire questa inclinazione - si rivela più che azzeccata. Il biancore estremo delle tavole, infatti, unito alla loro perfetta costruzione, è l'ideale per mettere in risalto lo spirito vagamente decadente di ogni singola storia, lasciando che siano i sentimenti, e non la trama, a condurre il gioco.
In conclusione: un uomo potrebbe incontrare delle difficoltà ad immedesimarsi nelle vicende raccontate, non perché non possano capitare anche a lui, ma perché potrebbe viverle in maniera diversa. Ciò non toglie che anche un esponente dell'altra metà del cielo possa godere di una raccolta piacevole e profonda come questa.
