Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Nuova finestra sul genere sentimentale con Aoi Hana - Sweet Blue Flowers, il manga Le ali di Vendemiaire e Clannad - After Story.
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
Nuova finestra sul genere sentimentale con Aoi Hana - Sweet Blue Flowers, il manga Le ali di Vendemiaire e Clannad - After Story.
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
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Recensione di Metaldevilgear
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Nel panorama animato odierno è ormai sempre più raro individuare opere che dimostrino quanto delicate possano essere le emozioni senza ricorrere a forzature da soap opera, senza cadere nello scontato, senza omologarsi a un genere fisso.
Aoi Hana è senza dubbio una gemma di tale rarità. Non è soltanto uno 'shoujo ai' e niente più, ma innanzitutto il racconto di un vero e indissolubile legame d'amicizia, oltre che una rappresentazione di giovani donne dalla psicologia più che mai autentica, o una visione, forse fin troppo utopica, dell'amore, che si specchia nella vita di personaggi più che mai reali. Ed è grazie alla splendida caratterizzazione di questi ultimi che diviene poi anche più semplice esporre certi messaggi.
Si tratta infatti di figure non certo originali (vedasi le due protagoniste, l'una vivace e diretta, l'altra timida e molto riflessiva), ma dotate di qualcosa che manca spesso alla stragrande maggioranza delle proprie 'colleghe': la spontaneità, racchiusa in ogni sorriso, pianto o arrabbiatura, in ogni piccolo atteggiamento, fattore che rende sincere, mai una volta 'costruite', ognuna di queste splendide figure adolescenziali.
Ma non sono da meno i personaggi comprimari, ognuno dei quali, chi più, chi meno, contribuise a creare un'atmosfera familiare, piena di vita, pregna della sensazione di quotidianità che è possibile provare, certo, purché ci si dimentichi di quella facciata della vita che preserva ben altri grattacapi, ma che in Aoi Hana non avrebbero poi bisogno di esistere. Nessun dramma quindi, nessun intento strappalacrime, ma un chiaro messaggio di emancipazione, una storia che emoziona con leggerezza, senza trucchi.
Beh, qualche piccolo ulteriore 'accorgimento' nella riuscita di questa serie ci sarebbe, ed è costituito da una veste grafica semplicemente meravigliosa, con i suoi fondali tanto ricchi di acquerello quanto di minuziosi particolari, tinteggiati da una tavolozza che è divinamente utilizzata - ma d'altronde lo studio J.C. Staff ci aveva già deliziato con qualcosa del genere (vedi Honey and Clover, Nodame Cantabile, Loveless, Nabari) -, con il suo character design semplice e fresco, ma che non s'abbandona totalmente alla modernità (una bella prova di coraggio, nel 2009), e infine con il moderato e impeccabile innesto di computer grafica, che impreziosisce gli scenari laddove necessariamente lo richiedano. La colonna sonora si presta perfettamente ai toni leggeri delicati dell'opera, e un plauso particolare va alle sigle, che ne riprendono la dolcezza.
In definitiva, l'anime di Kenichi Kasai riesce a contraddistinguersi non tanto per i contenuti relativamente delicati, ma per come questi vengano esposti, ovvero equilibrando in essi immaginazione e immediatezza, senza poi ignorare la capacità di averlo fatto in soli undici episodi: senz'altro una piccola rosa azzurra da non lasciare appassire, come quei fiori accennati nel titolo, che soltanto negli ultimi flashback di questa esperienza riveleranno il proprio significato.
Aoi Hana è senza dubbio una gemma di tale rarità. Non è soltanto uno 'shoujo ai' e niente più, ma innanzitutto il racconto di un vero e indissolubile legame d'amicizia, oltre che una rappresentazione di giovani donne dalla psicologia più che mai autentica, o una visione, forse fin troppo utopica, dell'amore, che si specchia nella vita di personaggi più che mai reali. Ed è grazie alla splendida caratterizzazione di questi ultimi che diviene poi anche più semplice esporre certi messaggi.
Si tratta infatti di figure non certo originali (vedasi le due protagoniste, l'una vivace e diretta, l'altra timida e molto riflessiva), ma dotate di qualcosa che manca spesso alla stragrande maggioranza delle proprie 'colleghe': la spontaneità, racchiusa in ogni sorriso, pianto o arrabbiatura, in ogni piccolo atteggiamento, fattore che rende sincere, mai una volta 'costruite', ognuna di queste splendide figure adolescenziali.
Ma non sono da meno i personaggi comprimari, ognuno dei quali, chi più, chi meno, contribuise a creare un'atmosfera familiare, piena di vita, pregna della sensazione di quotidianità che è possibile provare, certo, purché ci si dimentichi di quella facciata della vita che preserva ben altri grattacapi, ma che in Aoi Hana non avrebbero poi bisogno di esistere. Nessun dramma quindi, nessun intento strappalacrime, ma un chiaro messaggio di emancipazione, una storia che emoziona con leggerezza, senza trucchi.
Beh, qualche piccolo ulteriore 'accorgimento' nella riuscita di questa serie ci sarebbe, ed è costituito da una veste grafica semplicemente meravigliosa, con i suoi fondali tanto ricchi di acquerello quanto di minuziosi particolari, tinteggiati da una tavolozza che è divinamente utilizzata - ma d'altronde lo studio J.C. Staff ci aveva già deliziato con qualcosa del genere (vedi Honey and Clover, Nodame Cantabile, Loveless, Nabari) -, con il suo character design semplice e fresco, ma che non s'abbandona totalmente alla modernità (una bella prova di coraggio, nel 2009), e infine con il moderato e impeccabile innesto di computer grafica, che impreziosisce gli scenari laddove necessariamente lo richiedano. La colonna sonora si presta perfettamente ai toni leggeri delicati dell'opera, e un plauso particolare va alle sigle, che ne riprendono la dolcezza.
In definitiva, l'anime di Kenichi Kasai riesce a contraddistinguersi non tanto per i contenuti relativamente delicati, ma per come questi vengano esposti, ovvero equilibrando in essi immaginazione e immediatezza, senza poi ignorare la capacità di averlo fatto in soli undici episodi: senz'altro una piccola rosa azzurra da non lasciare appassire, come quei fiori accennati nel titolo, che soltanto negli ultimi flashback di questa esperienza riveleranno il proprio significato.
Le Ali di Vendemiaire
9.0/10
Iniziai a leggere "Le ali di Vendemiaire" sospinto dal fascino e dall'interesse che in me avevano destato le altre due opere, ben più note, di Mohiro Kitoh (Narutaru e Bokurano) autore dall'inconfondibile stile grafico piuttosto asettico e algido, volto in funzione di una sceneggiatura affilata e crudele, che lascia la riflessione ad appannaggio del lettore, senza svolgerla a suo beneficio, aprendo così la possibilità ad una rielaborazione del tutto personale dei contenuti, i quali si connotano spesso per un cinismo e nichilismo decisamente marcati.
Questi racconti brevi superano ogni mia previsione ed aspettativa, sprofondando in una spirale di dolce esistenzialismo e malinconia, rivelandosi una sublime metafora che sfiora e lambisce con effimera eleganza molteplici aspetti e dubbi ontologici propri dell'uomo e della sua condizione nel mondo, il rapporto tra genitore e figlio, la necessità di indipendenza, il rapporto con i suoi limiti; ma col cercare di farne un elenco mi sembra quasi di fare uno sgarbo a quello che quest'opera ha significato per me, nella presunzione di poter costringere in forma e parola tale intimo flusso di sensazioni e riflessioni. Nonostante ciò cercherò di esprimere le mie considerazioni nel modo più chiaro possibile. Esordiamo dunque con una citazione che penso esplichi in modo efficace un buon punto di partenza per tentare di comprendere "Vendemiaire":
"Le ali esistono in nome della rivolta e della libertà, sono una sfida a Dio una sorta di liberazione dall'incanto che lega alla terra"
È appunto l'ambizione al volo, uno dei temi di fondo che accomuna questi brevi racconti. Essa viene intesa come tensione verso la libertà, verso qualcosa di elevato, di effimero, nata dal desiderio di svincolarsi dalle catene che ci imprigionano e limitano in una spietata contingenza. Questo topos si scorge anche nelle altre riflessioni e ne da una importante chiave interpretativa.
Molteplici sono i limiti che imprigionano l'uomo, il quale è portato naturalmente a crescere e a tentare, spesso invano, di spezzarli, di affermare la propria individualità in cerca di una raison d'etre per giustificare la propria esistenza. Le ali, dunque, parrebbero simboleggiare un effimera speranza da inseguire, il sogno di una "rivoluzione" contro quei vincoli imposti all'essere umano da Dio, dai genitori, dal mondo e da se stesso.
Le bambole alate sono una metafora; marionette il cui creatore (che può prendere il nome di dio ma anche di uomo) ne determina le possibilità; nonostante siano dotate di libero arbitrio e di una volontà propria, non sono libere. In nessun modo possono svincolarsi da tale atavica stretta, se non con l'unico atto che permette loro di affermare la propria volontà in assoluta indipendenza, ovvero scegliere per se stesse di porre fine alla propria esistenza, il suicidio inteso come ultimo ed estremo atto di affermazione assoluta della volontà di liberazione. Esso viene inteso, tuttavia, anche in un aspetto leggermente diverso: viene infatti messo in relazione col "sacrificio di sé", elevandolo a scelta con un fine quasi più nobile, che conferisce un significato, uno scopo, all'esistenza. Mediante il sacrificio della propria vita, facendone un dono in funzione della salvezza altrui, anche una marionetta inutile, creata per mero capriccio, può dare uno scopo alla sua esistenza, far sì che essa non sia stata vana. Rinunciare alla volontà di vivere per vivere, realizzare se stessi nella morte, forse l'unica scelta del tutto libera.
(riferimento al racconto: "la cremazione di Vendemiaire")
Ma torniamo un attimo indietro, una metafora, dicevamo, una metafora appunto, che si giostra su due diversi piani: l'uno metafisico e l'altro psicologico, rispettivamente il rapporto con l'assoluto e il rapporto con il genitore.
Il primo lambisce con delicatezza il concetto di libertà e libero arbitrio, di ambizione e di desiderio, la realtà si rivela immensamente spietata e crudele, sembrerebbe precludere ogni speranza in questo mondo, ed in effetti è così, ma vi sarà sempre nella volontà la potenzialità della scelta. L'unico modo per cercare di "spiccare il volo" è la presa di coscienza di tali catene e accettarle o cercare di spezzarle, anche se ciò si palesa come una mera illusione, poiché in qualcosa si deve pur credere. Ad esempio attraverso l'ingegno, proiezione della nostra volontà, dei nostri desideri ed ambizioni nella realtà; strumento che permette di librarci metaforicamente (e non) nel cielo, seppur artificialmente, mediante mezzi a noi estranei. Anche il crescere e maturare costituiscono un pericoloso allontanarsi dalla "protezione divina"(o materna se vogliamo, ma questo si vedrà più avanti) uno sfidare la sorte: "quando voliamo siamo soli", e dobbiamo bastare a noi stessi, palese metafora della crescita e del diventare adulti, dell'allontanarsi da quel guscio che è il nostro mondo. Quella guadagnata non sarà forse vera libertà, d'altronde davvero potrebbe esistere tale chimera? Ma sarà pur sempre il frutto di una nostra scelta consapevole.
Il desiderio, e soprattutto la necessità, di una presa di coscienza si percepiscono non solo nella loro dimensione astratta e metafisica ma, altresì, nel rapporto che intercorre tra genitore e figlio. I genitori infatti tendono ad imporre la propria volontà sulla prole, per far sì che essa diventi strumento atto a soddisfare la loro felicità, desideri, aspettative. Cercano dunque di plasmare i figli come vogliono e perciò prevaricano inconsciamente sulla volontà degli stessi, che rimangono attaccati alla figura del padre e della madre e non riescono a sfuggirvi o, al contrario, non vedono l'ora di poter fuggire a tali pressioni. La necessità dell'indipendenza, in ogni caso, è inevitabile e per raggiungerla il figlio non può che crescere, staccandosi dai genitori, "uccidendo" simbolicamente la figura materna per penetrare il mondo adulto, fuggendo dalla forma che il genitore vuole imporgli, fuggendo dalla protezione confortevole del grembo materno. Questa ribellione avviene in una dimensione interiore, grazie ad una maturazione dovuta allo scontrarsi con la dura realtà, al disincanto.
Siamo dunque, noi, come marionette? Giocattoli di un dio tiranno? La nostra libertà, le nostre certezze di cui andiamo fieri e che ci confortano, sono davvero tali? O si rivelano solo mere illusioni, fragili ed effimere tanto che basta un alito di vento per farle crollare miseramente in pezzi? Risulta lapalissiano come emerga da queste considerazioni una visione cinica e drammatica della vita, nella quale sono presenti sofferenze e dolore, spesse catene che ci costringono in una direzione spesso distante da quella che noi desideriamo. Non siamo liberi, le nostre ali, come quelle di Vendemiaire, non possono volare.
Arduo è immaginare a quale target possa essere destinato un tale titolo. Personalmente mi sento di consigliarlo solo a chi ha saputo apprezzare Narutaru e Bokurano, il loro cinismo e violenza psicologica. Non posso assicurarvi che la lettura di questo fumetto vi trasmetta lo stesso che ha trasmesso a me, ma non penso vi possa lasciare indifferenti. Data la natura del racconto breve, non è certo agevole condensare simili riflessioni in si scarso spazio, per questo la sceneggiatura è coadiuvata da simbolismi di vario genere, che permettono di veicolare le informazioni con maggiore libertà ma minore immediatezza. Voto: 9
Questi racconti brevi superano ogni mia previsione ed aspettativa, sprofondando in una spirale di dolce esistenzialismo e malinconia, rivelandosi una sublime metafora che sfiora e lambisce con effimera eleganza molteplici aspetti e dubbi ontologici propri dell'uomo e della sua condizione nel mondo, il rapporto tra genitore e figlio, la necessità di indipendenza, il rapporto con i suoi limiti; ma col cercare di farne un elenco mi sembra quasi di fare uno sgarbo a quello che quest'opera ha significato per me, nella presunzione di poter costringere in forma e parola tale intimo flusso di sensazioni e riflessioni. Nonostante ciò cercherò di esprimere le mie considerazioni nel modo più chiaro possibile. Esordiamo dunque con una citazione che penso esplichi in modo efficace un buon punto di partenza per tentare di comprendere "Vendemiaire":
"Le ali esistono in nome della rivolta e della libertà, sono una sfida a Dio una sorta di liberazione dall'incanto che lega alla terra"
È appunto l'ambizione al volo, uno dei temi di fondo che accomuna questi brevi racconti. Essa viene intesa come tensione verso la libertà, verso qualcosa di elevato, di effimero, nata dal desiderio di svincolarsi dalle catene che ci imprigionano e limitano in una spietata contingenza. Questo topos si scorge anche nelle altre riflessioni e ne da una importante chiave interpretativa.
Molteplici sono i limiti che imprigionano l'uomo, il quale è portato naturalmente a crescere e a tentare, spesso invano, di spezzarli, di affermare la propria individualità in cerca di una raison d'etre per giustificare la propria esistenza. Le ali, dunque, parrebbero simboleggiare un effimera speranza da inseguire, il sogno di una "rivoluzione" contro quei vincoli imposti all'essere umano da Dio, dai genitori, dal mondo e da se stesso.
Le bambole alate sono una metafora; marionette il cui creatore (che può prendere il nome di dio ma anche di uomo) ne determina le possibilità; nonostante siano dotate di libero arbitrio e di una volontà propria, non sono libere. In nessun modo possono svincolarsi da tale atavica stretta, se non con l'unico atto che permette loro di affermare la propria volontà in assoluta indipendenza, ovvero scegliere per se stesse di porre fine alla propria esistenza, il suicidio inteso come ultimo ed estremo atto di affermazione assoluta della volontà di liberazione. Esso viene inteso, tuttavia, anche in un aspetto leggermente diverso: viene infatti messo in relazione col "sacrificio di sé", elevandolo a scelta con un fine quasi più nobile, che conferisce un significato, uno scopo, all'esistenza. Mediante il sacrificio della propria vita, facendone un dono in funzione della salvezza altrui, anche una marionetta inutile, creata per mero capriccio, può dare uno scopo alla sua esistenza, far sì che essa non sia stata vana. Rinunciare alla volontà di vivere per vivere, realizzare se stessi nella morte, forse l'unica scelta del tutto libera.
(riferimento al racconto: "la cremazione di Vendemiaire")
Ma torniamo un attimo indietro, una metafora, dicevamo, una metafora appunto, che si giostra su due diversi piani: l'uno metafisico e l'altro psicologico, rispettivamente il rapporto con l'assoluto e il rapporto con il genitore.
Il primo lambisce con delicatezza il concetto di libertà e libero arbitrio, di ambizione e di desiderio, la realtà si rivela immensamente spietata e crudele, sembrerebbe precludere ogni speranza in questo mondo, ed in effetti è così, ma vi sarà sempre nella volontà la potenzialità della scelta. L'unico modo per cercare di "spiccare il volo" è la presa di coscienza di tali catene e accettarle o cercare di spezzarle, anche se ciò si palesa come una mera illusione, poiché in qualcosa si deve pur credere. Ad esempio attraverso l'ingegno, proiezione della nostra volontà, dei nostri desideri ed ambizioni nella realtà; strumento che permette di librarci metaforicamente (e non) nel cielo, seppur artificialmente, mediante mezzi a noi estranei. Anche il crescere e maturare costituiscono un pericoloso allontanarsi dalla "protezione divina"(o materna se vogliamo, ma questo si vedrà più avanti) uno sfidare la sorte: "quando voliamo siamo soli", e dobbiamo bastare a noi stessi, palese metafora della crescita e del diventare adulti, dell'allontanarsi da quel guscio che è il nostro mondo. Quella guadagnata non sarà forse vera libertà, d'altronde davvero potrebbe esistere tale chimera? Ma sarà pur sempre il frutto di una nostra scelta consapevole.
Il desiderio, e soprattutto la necessità, di una presa di coscienza si percepiscono non solo nella loro dimensione astratta e metafisica ma, altresì, nel rapporto che intercorre tra genitore e figlio. I genitori infatti tendono ad imporre la propria volontà sulla prole, per far sì che essa diventi strumento atto a soddisfare la loro felicità, desideri, aspettative. Cercano dunque di plasmare i figli come vogliono e perciò prevaricano inconsciamente sulla volontà degli stessi, che rimangono attaccati alla figura del padre e della madre e non riescono a sfuggirvi o, al contrario, non vedono l'ora di poter fuggire a tali pressioni. La necessità dell'indipendenza, in ogni caso, è inevitabile e per raggiungerla il figlio non può che crescere, staccandosi dai genitori, "uccidendo" simbolicamente la figura materna per penetrare il mondo adulto, fuggendo dalla forma che il genitore vuole imporgli, fuggendo dalla protezione confortevole del grembo materno. Questa ribellione avviene in una dimensione interiore, grazie ad una maturazione dovuta allo scontrarsi con la dura realtà, al disincanto.
Siamo dunque, noi, come marionette? Giocattoli di un dio tiranno? La nostra libertà, le nostre certezze di cui andiamo fieri e che ci confortano, sono davvero tali? O si rivelano solo mere illusioni, fragili ed effimere tanto che basta un alito di vento per farle crollare miseramente in pezzi? Risulta lapalissiano come emerga da queste considerazioni una visione cinica e drammatica della vita, nella quale sono presenti sofferenze e dolore, spesse catene che ci costringono in una direzione spesso distante da quella che noi desideriamo. Non siamo liberi, le nostre ali, come quelle di Vendemiaire, non possono volare.
Arduo è immaginare a quale target possa essere destinato un tale titolo. Personalmente mi sento di consigliarlo solo a chi ha saputo apprezzare Narutaru e Bokurano, il loro cinismo e violenza psicologica. Non posso assicurarvi che la lettura di questo fumetto vi trasmetta lo stesso che ha trasmesso a me, ma non penso vi possa lasciare indifferenti. Data la natura del racconto breve, non è certo agevole condensare simili riflessioni in si scarso spazio, per questo la sceneggiatura è coadiuvata da simbolismi di vario genere, che permettono di veicolare le informazioni con maggiore libertà ma minore immediatezza. Voto: 9
Clannad - After Story
9.0/10
Recensione di grandebonzo
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Fresco della visione di "Clannad", e consapevole che la maggior parte delle volte i sequel non sono all'altezza degli originali, mi domandavo preoccupato cosa avrebbe potuto offrirmi ancora questo "After Story", senza che mi fossero guastate le piacevoli impressioni della prima serie.
Beh, dopo i primi episodi, eccezion fatta per una veste grafica migliorata - cosa di per sé già notevole -, la risposta sarebbe stata: "Niente".
Lo schema narrativo pressoché identico a quello di "Clannad", che si sviluppa su archi narrativi incentrati su specifici personaggi (in questo caso i problemi comportamentali di Youhei, il passato misterioso di Misae e la guerra fra bande cittadine), non aggiunge molto a quanto già visto: un piacevole diversivo in cui si alternano, come al solito, scenette divertenti e momenti di pathos, il tutto amalgamato da un onnipresente elemento magico.
Dopo questo convenzionale avvio giunge però improvviso, intorno alla nona puntata, un inaspettato cambio di rotta che, di primo acchito, lascia alquanto allibiti: abbandonata bruscamente la leggerezza della commedia adolescenziale, la storia inizia a prendere le fattezze di un romanzo di formazione, molto più realistico e molto meno spensierato.
I ritmi blandi degli anni del liceo lasciano spazio al susseguirsi serrato degli avvenimenti che segnano le tappe fondamentali della vita di un uomo, in cui prendono corpo le decisioni più importanti, legate ad affetti personali, famiglia e lavoro, in un crescendo di emozioni e colpi di scena che si concludono magistralmente con la solennità di una tragedia classica.
Raramente mi è capitato di sentirmi così partecipe della gioia e della sofferenza del protagonista di un anime, ma vi assicuro che certi momenti, enfatizzati da un accompagnamento musicale indovinatissimo e da una regia senza sbavature, sono così struggenti da non riuscire a trattenere le lacrime.
Impossibile non farsi trasportare dalla descrizione senza fronzoli dell'intimità tra Nagisa e Tomoya nella condivisione di un progetto comune, dal tratteggio delicato dell'infanzia di Ushio, dalla generosità di Sanae e Akio, dalla disperazione e dalla catarsi di Tomoya.
Sublime, direbbe Kant, un capolavoro di fronte al quale si rimescolano nell'animo ammirazione e soggezione.
Il punto più controverso resta però la questione riguardante il finale, principale pomo della discordia tra estimatori e denigratori della serie. Personalmente, mi trovo dalla parte di chi non l'ha apprezzato appieno: pur dovendo ammettere che non è assolutamente campato in aria, e che ha una sua collocazione logica all'interno dell'intera saga di "Clannad", resto convinto che, se l'"After Story" fosse finito una puntata prima, sarebbe diventato una pietra miliare dell'animazione.
Con gran rammarico, il finale scelto riesce invece a soffocare in gola la girandola di emozioni che fino a quel momento erano state elargite a piene mani, solo per dare una conclusione meno spiazzante - e più commerciabile - all'intera vicenda.
Solo per questo motivo - e me ne dispiace - non posso assegnare il massimo dei voti a "Clannad - After Story", nonostante rimanga una di quelle serie che non smetterò mai di amare, e che mi sento di consigliare calorosamente a tutti.
Beh, dopo i primi episodi, eccezion fatta per una veste grafica migliorata - cosa di per sé già notevole -, la risposta sarebbe stata: "Niente".
Lo schema narrativo pressoché identico a quello di "Clannad", che si sviluppa su archi narrativi incentrati su specifici personaggi (in questo caso i problemi comportamentali di Youhei, il passato misterioso di Misae e la guerra fra bande cittadine), non aggiunge molto a quanto già visto: un piacevole diversivo in cui si alternano, come al solito, scenette divertenti e momenti di pathos, il tutto amalgamato da un onnipresente elemento magico.
Dopo questo convenzionale avvio giunge però improvviso, intorno alla nona puntata, un inaspettato cambio di rotta che, di primo acchito, lascia alquanto allibiti: abbandonata bruscamente la leggerezza della commedia adolescenziale, la storia inizia a prendere le fattezze di un romanzo di formazione, molto più realistico e molto meno spensierato.
I ritmi blandi degli anni del liceo lasciano spazio al susseguirsi serrato degli avvenimenti che segnano le tappe fondamentali della vita di un uomo, in cui prendono corpo le decisioni più importanti, legate ad affetti personali, famiglia e lavoro, in un crescendo di emozioni e colpi di scena che si concludono magistralmente con la solennità di una tragedia classica.
Raramente mi è capitato di sentirmi così partecipe della gioia e della sofferenza del protagonista di un anime, ma vi assicuro che certi momenti, enfatizzati da un accompagnamento musicale indovinatissimo e da una regia senza sbavature, sono così struggenti da non riuscire a trattenere le lacrime.
Impossibile non farsi trasportare dalla descrizione senza fronzoli dell'intimità tra Nagisa e Tomoya nella condivisione di un progetto comune, dal tratteggio delicato dell'infanzia di Ushio, dalla generosità di Sanae e Akio, dalla disperazione e dalla catarsi di Tomoya.
Sublime, direbbe Kant, un capolavoro di fronte al quale si rimescolano nell'animo ammirazione e soggezione.
Il punto più controverso resta però la questione riguardante il finale, principale pomo della discordia tra estimatori e denigratori della serie. Personalmente, mi trovo dalla parte di chi non l'ha apprezzato appieno: pur dovendo ammettere che non è assolutamente campato in aria, e che ha una sua collocazione logica all'interno dell'intera saga di "Clannad", resto convinto che, se l'"After Story" fosse finito una puntata prima, sarebbe diventato una pietra miliare dell'animazione.
Con gran rammarico, il finale scelto riesce invece a soffocare in gola la girandola di emozioni che fino a quel momento erano state elargite a piene mani, solo per dare una conclusione meno spiazzante - e più commerciabile - all'intera vicenda.
Solo per questo motivo - e me ne dispiace - non posso assegnare il massimo dei voti a "Clannad - After Story", nonostante rimanga una di quelle serie che non smetterò mai di amare, e che mi sento di consigliare calorosamente a tutti.
Le Ali di Vendemiaire non lo conoscevo proprio. Sembra davvero interessante!
Clannad After Story lo sto vedendo tutt'ora... quindi ho preferito non leggere la recensione. Anche se ahimè, vedendo AMV mi sono spoilerata taaaanto di questo sequel, so per certo che me lo gusterò lo stesso. Ho appena finito di vedere la prima serie e mi ha davvero emozionata.
Non ho visto gli altri due titoli.
E' passato molto tempo da quando vidi la prima serie di Clannad e non so quanto mi possa ricordare di esso...e non avrei voglia di rivedermelo da capo.
Lo tengo da parte, prima o poi lo visionerò.
Le altre due opere non suscitano in me alcun interesse.
Le Ali di Vendemiaire lo conosco solo di nome, mentre per Clannad, ripeto per la milionesima volta che mi piace molto!
A Le Ali di Vendemiaire non mi sono mai interessato, ma apprendo solo ora che è l'autore di Bokurano (che devo vedere e del quale ho solo alcuni numeri del manga) e di Narutaru (che ho tutto come anime, primi episodi abbastanza incisivi, ma aspettavo di recuperare il manga prima senza fretta)
Infine Clannad ce l'ho tutto ma a parte i primi episodi non mi ci sono dedicato, anche se voglio vederlo tutto insieme a Kanon, avendo adorato alla follia AIR - TV
Complimenti ai 3 recensori
A Clannad sono interessato solo nella sua forma di novel videogame. Devo trovare il tempo di giocarci prima o poi.
quoto, quoto, quoto, quoto
Sublime recensione da parte di Onizuka che ha colto con arguzia la metafora del volo "L'unico modo per cercare di "spiccare il volo" è la presa di coscienza di tali catene e accettarle o cercare di spezzarle".
PS: ancora Clannad AS??? eppure il database di AC è piuttosto vasto
Invece la conclusione ideale io l'avrei vista con l'episodio 18. Nulla viene lasciato irrisolto e Tomoya arriva al suo apice di maturità. Da quel momento in poi è solo una girandola di disperazione evitabilissima, per quel che mi riguarda
Chiusa parentesi, Aoi-hana è nella mia lista da tempo, la recensione di MDG non fa altro che invogliarmi a prenderlo finalmente in mano!
E neanche il primo è da escludere.
L'After Story invece e' assolutamente commerciale, puo' essere visto da tutti, ma e' penalizzato da uno dei peggiori finali nella storia degli anime, motivo per cui lo sconsiglio.
Aoi Hana non l'ho visto.
Aoi hana in particolare ne ho sempre sentito parlare e metal mi ha fatto incuriosire,penso la inseriro'nelle opere sentimentali da vedere che pero' sono gia' tantissime
Complimenti a tutti I ragazzi!
se poi si vuol vedere e capire solo ciò che viene comodo....ah va bene.
Beh, se per molti è più importante restare fedeli all'adattamento del videogioco invece che trasmettere messaggi importanti agli spettatori, allora possono tranquillamente evitare di sparare questi 'capolavoro' di qua e di là, perché ciò che accade nella parte finale è degno delle migliori prese per i fondelli.
Clannad, condivido il parere di chi ne critica il finale, davvero una scelta che non mi è piaciuta. Purtroppo si è voluto concludere come la novel. A mio avviso sarebbe stato certo migliore se si fosse avuto il coraggio di chiuderla in modo tragico e amaro e magari trasmettere un messaggio di valore piuttosto che infilarci il deus ex machina per il lieto fine buonista. In ogni caso a me è piaciuto, mi ha fatto passare bellissimi momenti.
A dire il vero non mi aspettavo la pubblicazione della mia rece di vendemiaire, pensavo fosse troppo lunga ed eccedesse il limite per rientrare tra quelle selezionabili. Rileggendola mi sono accorto che sono andato piuttosto a ruota libera
si può apprezzare o meno,ma ha comunque un fondamento,nella storia parallela dei mondi nascosti che accompagna la trama principale...
che poi si gradiscano i richiami soprannaturali o meno,quello è un altro discorso...
a mio parere clannad è un anime capace di generare emozioni come pochi altri,e questo è ciò che lo rende degno di accoppiarsi alla parola "capolavoro"...poi qualche sbavatura ci può essere,perchè comunque accontentare tutti è impossibile...gli autori hanno scelto l'happy end,probabilmente perchè aveva la possibilità di accontentare un maggior numero di appassionati,e ciò ne ha scontentati altri...ma una soluzione che andasse bene per tutti,era impossibile...ma nel complesso,clannad e clannad as,svolgono benissimo,e anzi meglio di molti altri,il loro lavoro di emozionare gli spettatori.
Ma quello di episodi 18-19 era già di suo un lieto fine, e oltretutto stupendo, perché mostrava il raggiungimento massimo della maturazione da parte di Tomoya ed omaggiava in modo toccante quanto sereno il ricordo di una madre! Non sarebbe stato forse questo il più lieto, coerente e significativo dei finali? E vogliamo forse ricordare cosa accade subito dopo, che è qualcosa di incredibilmente crudele sia nei confronti dei personaggi, che degli spettatori, già emotivamente toccati?
[FINE SPOILER]
Insomma, non capisco come ci si possa dichiarare innamorati di questa serie e al contempo accettare di buon grado il modo in cui questa si concluda... lo trovo paradossale.
@Chris:
Peccato che gli autori di Key Animation-in primis Jun Maeda-non abbiano pensato a come avrebbero potuto reagire il pubblico occidentale di fronte a tale adattamento....dato che ¨¦ l'ultimissimo dei loro pensieri. Avrei piacere invece, sapere cosa ne pensa un giapponese che abbia seguito sia la novel che l'anime.
Che possiamo riassumere in: meri scopi commerciali?
Mi intriga Aoi Hana, che non conoscevo, ma che dall'interessante recensione di M3talD3v!lG3ar deduco potrebbe piacermi. Sicuramente, mi devo segnare questo titolo.
Mi è piaciuto molto lo scritto di Onizuka, che più che una recensione ha composto quasi un saggio. Se il manga offre davvero tutti questi spunti di riflessione, è un'opera da prendere seriamente in considerazione. Tra l'altro, rileggendo il capoverso che tratta la vicenda delle bambole alate, mi sono venuti in mente i discorsi di un certo Kirillov: "Io mi uccido per mostrare la rivolta e la mia paurosa libertà".
POSSIBILI SPOILER
@ Chris e M3talD3v!lG3ar: a prescindere che, come dice M3talD3v!lG3ar, in una trasposizione da visual novel non è necessario seguirne pedissequamente la trama, Clannad AS poteva sì terminare in maniera accettabile all'episodio 18, ma anche se fosse finito una puntata prima della terribile ending scelta dalla produzione, non mi sarebbe dispiaciuto.
Certo, avrebbe avuto una deriva tragica, quasi pessimista (anche se il valore dei sentimenti non sarebbe stato comunque messo in discussione), che, per essere proposta al pubblico, avrebbe necessitato gran coraggio da parte degli autori.
L'idea dell'eroe sconfitto è IMHO sempre affascinante e la produzione avrebbe potuto gestirla diversamente per creare un finale memorabile.
sarebbe stato un finale coerentissimo,cmq lieto,e anch'io penso che avrebbe fatto meritare a Clannad il 10 ASSOLUTO...
ma così non è stato,che sia stato per motivi commerciali,o perchè Nagisa,soprattutto in Giappone,da quello che ho capito,è l'eroina di Clannad più amata (io adoro Tomoyo,ma questo è un altro discorso...) e gli autori non se la sono sentita di confermare la sua morte in modo definitivo,rimane il fatto che analizzando la serie,giungo alle seguenti conclusioni:
è l'unico anime che sia riuscito a farmi commuovere (e io sono uno che non si commuove facilmente,anche di film ne conto pochi) e quindi gli va dato atto di avermi emozionato più di qualunque altro...
ha dei personaggi splendidi,un paio dei quali sono nella mia top 10 personale...
l'ho già visto e rivisto (sono pochissimi i titoli che decido di rivedere)...
considerando tutto questo,e il fatto che reazioni simili sono state causate a un sacco di altre persone,al di là del finale,che anche secondo me era meglio se era diverso,non posso non catalogare quest'anime tra i capolavori...tra le pietre miliari...
non c'è niente di deprimente perché i good ending sono ragionati e non certo per far felice qualcuno! Storie "difficili"? La maggior parte dei j-rpg ha questa trama
X Clannad : la componente fantastica c'ra già nella novel e un finale alla slice of life per un titolo giocato è improponibile. Se il progetto fosse nato come anime ci saremmo fermati al 18, ma viene da un ADV...
WTF!?!?!?!?
Che c'entra ora Gunslinger Girl con Madoka Magica?
Stavolta sono a secco di tutti e tre i titoli proposti. Mi interessa molto Vendemiaire. Kitoh è molto bravo nel tratteggiare la morbosità in ogni sua forma e per questo mi è sempre piaciuto.
Clannad devo ancora recuperarlo, ma ai tempi del suo exploit non avevo proprio la testa per seguire quel genere
Aoi Hana m'interessa relativamente.
Nevertheless, green thumbs to you all
PS: non mi sarebbe dispiaciuto nemmeno il finale che hai suggerito tu!
Henrietta e Co. sono strumenti di lavoro come le Pulle lo sono per Kyubey, La scelta di riportare in vita artificialmente ragazzine con traumi alle spalle o lesinare loro un desiderio, La consapevolezza della loro esistenza che prende piede solo dopo il lutto di una loro simile,
E poi hai menzionato l'energia dell'universo, che c'entra con Gunslinger Girl?
Gunslinger Girl opposto ? What do you mean?
Energia potenzialmente superiore a qualsiasi forma conosciuta. nella letteratura/ cultura contemporanea Giapponese (e non solo) c'è questa linea di pensiero. Perché i personaggi femminili sono i piu' frequenti, i piu' carismatici nelle produzioni moderne? Himari di Mawaru penguin Drum è solo uno dei miliardi di esempi che esistono nell' animazione made in Jap.
AIR TV è qualcosa di incredibilmente bello! A tutti quelli a cui è piaciuto Clannad, consiglio caldamente di vedere anche AIR Tv! State certi che non ve ne pentirete!
L'unico ostacolo che si può trovare insormontabile all'inizio è un utilizzo smodato di CG che per me è stato un pugno nello stomaco.
Ma se superate l'episodio 3 allora sì che la storia inizia a decollare
Beh immagino che Clannad come AIR - TV sia una delle opere che VANNO VISTE A PRESCINDERE (e per coerenza devo finire di vederle entrambe!!
Un po' anche come Madoka Magica (non c'azzecca troppo il paragone però), può piacere o essere una banalità immensa ma prima di giudicarlo a priori va visto (osservazione che mi faccio da solo
EDIT: E poi se Clannad qua su AC ha una media del 9 con 65 rece e Clannad AS ha la media del 8 con 64 recensioni... ci sarà un motivo!!!
"Le ali di Vendemiare" lo voglio leggere da un sacco di tempo - anche se non sapevo fosse di Kitoh - e anzi sono stata io a consigliare la recensione di Onizuka. Perciò, complimenti vivissimi.
"Clannad"... bah. Mi prendo i popcorn e mi gusto in santa pace il flame, perché a me non interessa per niente.
Aoi Hana è nella mia lista di anime da vedere da diverso tempo, e spero di riuscire nell'intento di visionarlo a breve. Questa recensione non fa che invogliarmi maggiormente. Ergo mi aspetto molto dall'opera in questione. Ammetto che, nonostante sia fan di Kitoh, Le Ali di Vendemiaire mi sia sfuggito assai facilmente. Vedrò di recuperarlo, se mi sarà permesso. Mentre, per quanto riguarda Clannad - After Story, credo sia noto, bene o male, a chiunque. Vivi complimenti agli autori delle recensioni.
Inserisco in lista tutti i titoli segnalati...
Grazie per la bella lettura e complimenti agli autori!
Comunque in tutta la storia ci sono dei richiami alle sfere luminose, che erano gli oggettini che sbloccavi nel gioco completando le avventure dei singoli personaggi. Questo l'ho apprezzato
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