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Attenzione: la recensione contiene spoiler

Che film toccante e incantevole è Goshu il violoncellista; è una lettera d’amore alla musica classica e al Giappone rurale prebellico, ma è anche molto di più.
Racconta la storia di un giovane musicista che suona in un'orchestra; egli s'impegna per stare al passo, ma non soddisfa il direttore, che lo rimprovera e sgrida davanti a tutti gli altri musicisti.
Lui sa suonare le note giuste, ma non ha la giusta passione, può ascoltare Beethoven, ma non lo riesce a sentire. Quindi Goshu trascorre la serata da solo nella sua umile casa ad allenarsi e a suonare ancora e ancora; è allora che sente grattare sulla porta.
E così iniziano una serie d'incontri comici, surreali, toccanti, con degli animali del bosco: un gatto, un uccello, un procione, due topolini. Ognuno di loro va da Goshu con le sue particolari richieste, che riguardano sempre il suonare il violoncello. In ogni incontro, lui crede d'insegnare qualcosa a loro, ma in realtà è lui ad apprendere: gli animali gli hanno insegnato a comprendere la vera essenza della musica.

I paesaggi (diversi in base alla melodia suonata) sono semplicemente spettacolari; tutto è disegnato con toni molto ricchi, e porta una qual certa malinconia strappalacrime. Sembra quasi di guardare dei ricordi di giorni di pioggia persi e lontani.
Viene presentato tutto con realismo, ma sono le sequenze oniriche che fanno raggiungere una speciale intimità con il protagonista, infatti si possono percepire il suo cuore e la sua anima.

C’è una scena in cui l’orchestra suona nel locale cinema per i film muti: essa non ha nulla ha che fare con la trama generale, è un breve spaccato della vita del tempo, e diventa divertentissima quando il cartone di un gatto e di un topo proiettato sullo schermo viene interrotto per la presenza di un topo vero: le donne vanno nel panico, e i bambini gridano divertiti.
Il film culmina con l’esibizione dell’orchestra nell’auditorium della città: qui i movimenti dei musicisti sono resi più dettagliatamente che mai. Dopo che la sinfonia è stata conclusa, il direttore d’orchestra corre in bagno per gli applausi e le ovazioni ricevute. In questa breve sequenza, lui come lo spettatore, è sopraffatto da un’emozione pura e meravigliosa: un pianto di gioia.
L’esibizione è piaciuta a tal punto che il pubblico esige un encore: è questo il momento di gloria di Goshu, che viene mandato sul palco da solo: esegue “La caccia alla tigre indiana”, un brano molto complesso e intenso. Il pubblico è silenzioso, incantato, affascinato, riverente; così è lo spettatore.

Questo stupefacente film, giocato prevalentemente sulla sesta sinfonia di Beethoven, la Pastorale, in solo un’ora riesce a celebrare magnificamente il potere trascendente della musica.