JFF Theater: i nostri pareri sui film giapponesi gratuiti
Otto titoli in streaming fino al 3 febbraio: da My Love Story!! a Teiichi! Battle of Supreme High
di zettaiLara

Dal 1 agosto 2024 “JFF+” (acronimo di Japanese Film Festival Plus) diventa così “JFF Theater”: attraverso una registrazione gratuita, è possibile inserire il proprio account per visionare film e video resi disponibili con sottotitoli in diverse lingue.
Lo streaming per gli attuali film è disponibile fino al 3 febbraio 2026.
Lo streaming per gli attuali film è disponibile fino al 3 febbraio 2026.
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Di seguito vi proponiamo le nostre impressioni sui film sinora visionati:
Bento Harassment

Bento Harassment è un film del 2019 che racconta il rapporto tra una madre single e Futaba, la figlia adolescente. Quest’ultima, in piena crisi adolescenziale, non parla più con la madre Kaori, neppure per salutarla.
Per dare una scossa a questo rapporto e riuscire nuovamente a comunicare con la figlia, Kaori crea una punizione molto particolare: preparare dei bento con messaggi e disegni unici! Esagerati, buffi, ma soprattutto imbarazzanti, questi pasti accompagneranno la figlia nei suoi anni di scuola superiore, trasformando l’ora del pranzo in una vera e propria attrazione per tutta la classe che, insieme a Futaba, ogni giorno sarà curiosa di scoprire quale messaggio subliminale Kaori ha nascosto nel bento della figlia.
Il film scorre leggero grazie a un buon equilibrio tra umorismo tipicamente giapponese e delicatezza nel raccontare il complicato rapporto fra madre e figlia.
Come cornice a questa storia di famiglia possiamo riconoscere l’Isola di Hachiojima che, nonostante faccia parte di Tokyo, non fa sentire i protagonisti come cittadini della metropoli.
Tutti i personaggi sono piacevoli e ben caratterizzati, anche quelli secondari. Il focus della storia si concentra sulla difficoltà dei genitori single e sul grande impegno necessario per riuscire a mantenere un dialogo con i figli. Dopo una prima parte di film particolarmente frizzante, il ritmo rallenta nella seconda metà: abbiamo una parte un po’ più lenta e a tratti melodrammatica, in cui la madre quasi si annienta e sacrifica se stessa per la felicità della figlia; un tema più vicino e radicato alla cultura giapponese rispetto alla nostra, e che forse può risultare eccessivo per lo spettatore occidentale.
Forse un minutaggio ridotto e un equilibrio maggiore tra la prima e la seconda metà del film avrebbe giovato alla visione, ma Bento Harassment resta comunque una pellicola che strappa un sorriso grazie alla spontaneità e alla tenerezza con cui è raccontata questa famiglia.
Per dare una scossa a questo rapporto e riuscire nuovamente a comunicare con la figlia, Kaori crea una punizione molto particolare: preparare dei bento con messaggi e disegni unici! Esagerati, buffi, ma soprattutto imbarazzanti, questi pasti accompagneranno la figlia nei suoi anni di scuola superiore, trasformando l’ora del pranzo in una vera e propria attrazione per tutta la classe che, insieme a Futaba, ogni giorno sarà curiosa di scoprire quale messaggio subliminale Kaori ha nascosto nel bento della figlia.
Il film scorre leggero grazie a un buon equilibrio tra umorismo tipicamente giapponese e delicatezza nel raccontare il complicato rapporto fra madre e figlia.
Come cornice a questa storia di famiglia possiamo riconoscere l’Isola di Hachiojima che, nonostante faccia parte di Tokyo, non fa sentire i protagonisti come cittadini della metropoli.
Tutti i personaggi sono piacevoli e ben caratterizzati, anche quelli secondari. Il focus della storia si concentra sulla difficoltà dei genitori single e sul grande impegno necessario per riuscire a mantenere un dialogo con i figli. Dopo una prima parte di film particolarmente frizzante, il ritmo rallenta nella seconda metà: abbiamo una parte un po’ più lenta e a tratti melodrammatica, in cui la madre quasi si annienta e sacrifica se stessa per la felicità della figlia; un tema più vicino e radicato alla cultura giapponese rispetto alla nostra, e che forse può risultare eccessivo per lo spettatore occidentale.
Forse un minutaggio ridotto e un equilibrio maggiore tra la prima e la seconda metà del film avrebbe giovato alla visione, ma Bento Harassment resta comunque una pellicola che strappa un sorriso grazie alla spontaneità e alla tenerezza con cui è raccontata questa famiglia.
Autore: alis89
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Se volessimo sintetizzare questo film in una frase direi: madre perseverante lotta contro il mulino a vento della figlia irritante.
Perché ci vuole davvero tanta perseveranza per preparare per tre anni di fila un bentō provocatorio diverso ogni giorno, per una figlia che invece di parlarti ti scrive messaggi ermetici sullo smartphone.
La storia ha una trama lineare, con un piccolo focus secondario su un padre single che prende la protagonista come punto di riferimento. A tale proposito, per come viene strutturata questa comunione di sensi tra i due, pensavo ci sarebbe stato uno sviluppo diverso, e questo devo dire che un po' mi ha deluso.
Comunque due scene mi sono piaciute particolarmente: quella dello schiaffo (quando è troppo è troppo) e quella dell'ultimo bentō.
Piccola ciliegina sulla torta: l'apparizione di Kanta Sato in un ruolo minore. Anche lì avrei voluto andasse diversamente...
In ogni caso, film consigliato e non solo per i bentō che fanno venire l'acquolina in bocca.
Perché ci vuole davvero tanta perseveranza per preparare per tre anni di fila un bentō provocatorio diverso ogni giorno, per una figlia che invece di parlarti ti scrive messaggi ermetici sullo smartphone.
La storia ha una trama lineare, con un piccolo focus secondario su un padre single che prende la protagonista come punto di riferimento. A tale proposito, per come viene strutturata questa comunione di sensi tra i due, pensavo ci sarebbe stato uno sviluppo diverso, e questo devo dire che un po' mi ha deluso.
Comunque due scene mi sono piaciute particolarmente: quella dello schiaffo (quando è troppo è troppo) e quella dell'ultimo bentō.
Piccola ciliegina sulla torta: l'apparizione di Kanta Sato in un ruolo minore. Anche lì avrei voluto andasse diversamente...
In ogni caso, film consigliato e non solo per i bentō che fanno venire l'acquolina in bocca.
Autore: Godaime Hokage
Mottainai Kitchen

"Mottainai" non è solo una parola, ma un vero e proprio stile di vita, ed è questo il messaggio centrale che emerge da questo documentario on the road che attraversa il Giappone, muovendosi con naturalezza dalle grandi metropoli alle campagne più remote, passando per boschi silenziosi, case di monaci e piccoli centri rurali.
Il film segue il viaggio di David Gross, attivista impegnato nella lotta contro lo spreco, che decide di immergersi nella cultura giapponese per comprendere a fondo la filosofia del mottainai, ovvero il principio del “non sprecare”.
Nel corso del documentario, Gross incontra persone comuni, monaci e comunità locali che applicano questo concetto nella vita quotidiana, mostrando come il rispetto per le risorse si intrecci con una visione più consapevole del tempo, del lavoro e delle relazioni umane.
La filosofia del mottainai non viene infatti applicata solo al cibo, ma diventa una riflessione più ampia sul valore delle cose e dei momenti, invitando a rallentare e a vivere con maggiore attenzione.
In soli 35 minuti, il documentario riesce a offrire uno sguardo intimo e autentico su un modo di vivere sostenibile, trasformando il viaggio fisico attraverso il Giappone in un percorso di crescita personale e culturale.
Il film segue il viaggio di David Gross, attivista impegnato nella lotta contro lo spreco, che decide di immergersi nella cultura giapponese per comprendere a fondo la filosofia del mottainai, ovvero il principio del “non sprecare”.
Nel corso del documentario, Gross incontra persone comuni, monaci e comunità locali che applicano questo concetto nella vita quotidiana, mostrando come il rispetto per le risorse si intrecci con una visione più consapevole del tempo, del lavoro e delle relazioni umane.
La filosofia del mottainai non viene infatti applicata solo al cibo, ma diventa una riflessione più ampia sul valore delle cose e dei momenti, invitando a rallentare e a vivere con maggiore attenzione.
In soli 35 minuti, il documentario riesce a offrire uno sguardo intimo e autentico su un modo di vivere sostenibile, trasformando il viaggio fisico attraverso il Giappone in un percorso di crescita personale e culturale.
Autore: Ilia86
Restaurant from the sky

Restaurant from the Sky racconta la storia di una piccola e affiatata comunità che vive nella regione di Hokkaido, dove le giornate scorrono seguendo il ritmo della natura, tra la coltivazione di frutta e verdura, l’allevamento del bestiame e la produzione artigianale di formaggi, successivamente venduti nei mercati locali.
Si tratta di un microcosmo rurale in cui il lavoro quotidiano è profondamente legato al territorio e alle stagioni, e in cui ogni gesto è frutto di dedizione e rispetto per la terra.
La loro tranquilla routine viene interrotta dall’arrivo di uno chef stellato, attratto dalla qualità delle materie prime e dalla filosofia di vita della comunità. Lo chef propone di aprire un ristorante che utilizzi esclusivamente i prodotti locali, dando vita a una collaborazione che mette in dialogo l’alta cucina con la semplicità del mondo contadino.
Attraverso questo incontro, il film esplora il valore del lavoro condiviso, la fiducia reciproca e l’importanza di preservare le tradizioni senza rinunciare all’innovazione.
È un film accogliente, capace di regalare momenti di tranquillità e benessere allo spettatore.
Tra paesaggi montani suggestivi e personaggi che vivono la quotidianità in modo semplice e genuino, il film risulta rilassante e piacevole, lasciando un senso di calma e armonia.
Si tratta di un microcosmo rurale in cui il lavoro quotidiano è profondamente legato al territorio e alle stagioni, e in cui ogni gesto è frutto di dedizione e rispetto per la terra.
La loro tranquilla routine viene interrotta dall’arrivo di uno chef stellato, attratto dalla qualità delle materie prime e dalla filosofia di vita della comunità. Lo chef propone di aprire un ristorante che utilizzi esclusivamente i prodotti locali, dando vita a una collaborazione che mette in dialogo l’alta cucina con la semplicità del mondo contadino.
Attraverso questo incontro, il film esplora il valore del lavoro condiviso, la fiducia reciproca e l’importanza di preservare le tradizioni senza rinunciare all’innovazione.
È un film accogliente, capace di regalare momenti di tranquillità e benessere allo spettatore.
Tra paesaggi montani suggestivi e personaggi che vivono la quotidianità in modo semplice e genuino, il film risulta rilassante e piacevole, lasciando un senso di calma e armonia.
Autore: Ilia86

È una bella giornata primaverile quando Taeko atterra su un’isola remota dai panorami mozzafiato e dall’aeroporto, trascinandosi dietro una pesante valigia, raggiunge a piedi la pensione Hamada.
Di lei e delle ragioni del suo viaggio sappiamo ben poco, ma è facile immedesimarsi nella sua reazione perplessa di fronte al modo in cui viene accolta, inusuale anche per un albergo rustico.
Alle varie proposte che le vengono fatte, come cenare tutti insieme o assaggiare una granita, Taeko risponde sempre “sono a posto così”, anche se il suo atteggiamento lascia capire che non si sente affatto a posto. Sembra essere alla ricerca di qualcosa, o in fuga da qualcosa, eppure quello che trova non corrisponde alle sue aspettative.
Al suo rifiuto di uno stile di vita che sente come imposto viene praticamente abbandonata a sé stessa, per poi svegliarsi la mattina dopo con una sconosciuta che le dà il buongiorno. Quando chiede di fare un giro turistico le viene detto che lì non c’è niente da vedere, niente da fare se non “crepuscolare”.
Tasogareru (da tasogare, crepuscolo) significa in giapponese essere immersi nei propri pensieri, in atteggiamento meditativo o malinconico. È un concetto che nel film non viene mai definito chiaramente, perché ciascuno lo interpreta a modo suo, ma può ricordare l’idea senecana di otium come riflessione interiore e contemplazione.
La protagonista non è brava a crepuscolare; lei lo fa, banalmente, davanti al crepuscolo. Ma con il passare dei giorni comincia ad acclimatarsi alle usanze e ai gesti quotidiani che caratterizzano la vita in questo luogo “altro” e che coinvolgono tanto gli abitanti quanto i visitatori.
Fra questi c’è la signora Sakura, che si presenta ogni primavera con un’unica borsetta come bagaglio e che durante il suo breve soggiorno diventa il cuore pulsante dell’isola. Anche di lei non si sa nulla di preciso, ma il proprietario della pensione e la giovane insegnante che vivono lì la attendono ogni anno con impazienza. Si percepisce come fra loro ci sia un rapporto profondo, raccontato dagli sguardi e dai silenzi più che dalle parole.
Sono silenzi pieni, che accompagnano i pasti e i momenti di svago, intervallati da frasi di vita quotidiana e pensieri che sbocciano come haiku di fronte a una prugna o alla vastità dell’oceano.
Taeko è inizialmente estranea a queste relazioni, ma pian piano il legame con l’isola e con i suoi abitanti diventa più profondo.
I pasti condivisi, la prugna che “tiene lontani i pericoli”, gli “esercizi merci”; tutto ciò che prima era estraneo e respingente diventa parte integrante della sua quotidianità. D’altronde il proprietario glielo aveva detto fin dall’inizio, che lei ha “il talento per stare qui”.
Ci sarebbe tanto da dire, perché ogni scena, ogni personaggio, ogni battuta di dialogo e sottofondo musicale offre qualche spunto di riflessione.
Senza voler dare messaggi o lezioni di vita, Megane è un film che dietro l’apparente semplicità di uno slice of life cela molteplici strati di senso, piccoli tesori nascosti come quelli che il cane Koji sotterra per poi dimenticare cosa fossero. Sta allo spettatore decidere se prestare attenzione e andare in cerca di quei tesori o fermarsi a contemplare la superficie del mare.
Una valigia può rimanere una semplice valigia, ma indossando gli occhiali giusti c’è sempre qualcos’altro da scoprire.
Di lei e delle ragioni del suo viaggio sappiamo ben poco, ma è facile immedesimarsi nella sua reazione perplessa di fronte al modo in cui viene accolta, inusuale anche per un albergo rustico.
Alle varie proposte che le vengono fatte, come cenare tutti insieme o assaggiare una granita, Taeko risponde sempre “sono a posto così”, anche se il suo atteggiamento lascia capire che non si sente affatto a posto. Sembra essere alla ricerca di qualcosa, o in fuga da qualcosa, eppure quello che trova non corrisponde alle sue aspettative.
Al suo rifiuto di uno stile di vita che sente come imposto viene praticamente abbandonata a sé stessa, per poi svegliarsi la mattina dopo con una sconosciuta che le dà il buongiorno. Quando chiede di fare un giro turistico le viene detto che lì non c’è niente da vedere, niente da fare se non “crepuscolare”.
Tasogareru (da tasogare, crepuscolo) significa in giapponese essere immersi nei propri pensieri, in atteggiamento meditativo o malinconico. È un concetto che nel film non viene mai definito chiaramente, perché ciascuno lo interpreta a modo suo, ma può ricordare l’idea senecana di otium come riflessione interiore e contemplazione.
La protagonista non è brava a crepuscolare; lei lo fa, banalmente, davanti al crepuscolo. Ma con il passare dei giorni comincia ad acclimatarsi alle usanze e ai gesti quotidiani che caratterizzano la vita in questo luogo “altro” e che coinvolgono tanto gli abitanti quanto i visitatori.
Fra questi c’è la signora Sakura, che si presenta ogni primavera con un’unica borsetta come bagaglio e che durante il suo breve soggiorno diventa il cuore pulsante dell’isola. Anche di lei non si sa nulla di preciso, ma il proprietario della pensione e la giovane insegnante che vivono lì la attendono ogni anno con impazienza. Si percepisce come fra loro ci sia un rapporto profondo, raccontato dagli sguardi e dai silenzi più che dalle parole.
Sono silenzi pieni, che accompagnano i pasti e i momenti di svago, intervallati da frasi di vita quotidiana e pensieri che sbocciano come haiku di fronte a una prugna o alla vastità dell’oceano.
Taeko è inizialmente estranea a queste relazioni, ma pian piano il legame con l’isola e con i suoi abitanti diventa più profondo.
I pasti condivisi, la prugna che “tiene lontani i pericoli”, gli “esercizi merci”; tutto ciò che prima era estraneo e respingente diventa parte integrante della sua quotidianità. D’altronde il proprietario glielo aveva detto fin dall’inizio, che lei ha “il talento per stare qui”.
Ci sarebbe tanto da dire, perché ogni scena, ogni personaggio, ogni battuta di dialogo e sottofondo musicale offre qualche spunto di riflessione.
Senza voler dare messaggi o lezioni di vita, Megane è un film che dietro l’apparente semplicità di uno slice of life cela molteplici strati di senso, piccoli tesori nascosti come quelli che il cane Koji sotterra per poi dimenticare cosa fossero. Sta allo spettatore decidere se prestare attenzione e andare in cerca di quei tesori o fermarsi a contemplare la superficie del mare.
Una valigia può rimanere una semplice valigia, ma indossando gli occhiali giusti c’è sempre qualcos’altro da scoprire.
Autore: BeneS
No Longer Heroine è l’adattamento del manga giunto in Italia con il titolo Sogno d’amore ed è uno di quei casi in cui il live-action supera l’originale cartaceo: le modifiche riportate, per ovvi motivi di tempistiche, hanno alleggerito la storia, lasciando intatta la colonna portante della trama, ma rendendola più piacevole e scorrevole.
La protagonista è Hatori, una ragazza che è cresciuta con la convinzione di essere la “protagonista” della propria vita e come ogni “eroina” che si rispetti ha sempre creduto che fosse destinata a vivere la storia d’amore perfetta con il suo amico d’infanzia Rita. Tuttavia, la vita non va sempre come uno si aspetta e Rita si fidanza con un’altra ragazza. Ed è qui che entra in gioco anche un altro ragazzo, Kosuke.
Nonostante la storia sembri il classico triangolo amoroso tipico dei manga shoujo, No Longer Heroine ha qualcosa che affascina lo spettatore e lo tiene incollato allo schermo.
Uno dei motivi si può ritrovare nei personaggi stessi: sia Hatori che Rita sono ben lontani dall’essere i protagonisti perfetti tipici delle commedie romantiche, rilevandosi molto realistici. In fin dei conti sono solo ragazzi insicuri che si stanno affacciando all’età adulta.
La delusione amorosa di Hatori la porterà ad avere un’inevitabile crescita personale. Quest’ultima non ci viene presentata in modo drammatico, ma con leggerezza e umorismo che caratterizza la ragazza fin dai primi minuti del film.
Durante la visione è presente un forte equilibrio fra scene comiche e momenti di introspezione, oltre a una grande cura della fotografia nelle scene romantiche (forse oggi sarebbe considerata un po’ mediocre, ma ricordiamoci che il film ha ben dieci anni alle spalle).
Il triangolo amoroso, inoltre, è gestito così bene che lo spettatore non sa proprio se tifare per Rita o il second lead!
Il cast è decisamente straordinario: i protagonisti sono interpretati da Mirei Kiritani, Kento Yamazaki e Kentaro Sakaguchi che, nonostante all’epoca del film fossero giovanissimi, dimostrano fin da subito di essere dei grandi talenti.
La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla frizzante colonna sonora cantata da Kana Nishino.
No Longer Heroine, in conclusione, diverte e fa riflettere: forse per essere l’“eroina” della propria vita non serve che sia tutto perfettamente come lo immaginavamo.
La protagonista è Hatori, una ragazza che è cresciuta con la convinzione di essere la “protagonista” della propria vita e come ogni “eroina” che si rispetti ha sempre creduto che fosse destinata a vivere la storia d’amore perfetta con il suo amico d’infanzia Rita. Tuttavia, la vita non va sempre come uno si aspetta e Rita si fidanza con un’altra ragazza. Ed è qui che entra in gioco anche un altro ragazzo, Kosuke.
Nonostante la storia sembri il classico triangolo amoroso tipico dei manga shoujo, No Longer Heroine ha qualcosa che affascina lo spettatore e lo tiene incollato allo schermo.
Uno dei motivi si può ritrovare nei personaggi stessi: sia Hatori che Rita sono ben lontani dall’essere i protagonisti perfetti tipici delle commedie romantiche, rilevandosi molto realistici. In fin dei conti sono solo ragazzi insicuri che si stanno affacciando all’età adulta.
La delusione amorosa di Hatori la porterà ad avere un’inevitabile crescita personale. Quest’ultima non ci viene presentata in modo drammatico, ma con leggerezza e umorismo che caratterizza la ragazza fin dai primi minuti del film.
Durante la visione è presente un forte equilibrio fra scene comiche e momenti di introspezione, oltre a una grande cura della fotografia nelle scene romantiche (forse oggi sarebbe considerata un po’ mediocre, ma ricordiamoci che il film ha ben dieci anni alle spalle).
Il triangolo amoroso, inoltre, è gestito così bene che lo spettatore non sa proprio se tifare per Rita o il second lead!
Il cast è decisamente straordinario: i protagonisti sono interpretati da Mirei Kiritani, Kento Yamazaki e Kentaro Sakaguchi che, nonostante all’epoca del film fossero giovanissimi, dimostrano fin da subito di essere dei grandi talenti.
La ciliegina sulla torta è rappresentata dalla frizzante colonna sonora cantata da Kana Nishino.
No Longer Heroine, in conclusione, diverte e fa riflettere: forse per essere l’“eroina” della propria vita non serve che sia tutto perfettamente come lo immaginavamo.
Autore: alis89
Teiichi: Battle of Supreme High!

La peculiarità dello stile grafico, narrativo e psicologico che connota molti dei manga creati dal maestro Usamaru Furuya potrebbe far pensare che sia piuttosto arduo rendere una trasposizione dal vivo in una maniera che possa dirsi fedele e coerente all'atmosfera delle opere originali. Ciononostante, gli adattamenti cinematografici sono stati più di qualcuno, e nel caso di Teiichi: Battle of Supreme High! è difficile semmai non tesserne gli elogi.
A distanza di quasi dieci anni dal rilascio della pellicola nei cinema, il comparto fotografico e musicale si mostra ancora decisamente fresco, vivido e calzante: un delirante amplificatore visivo e sonoro su cui i tanti elementi del cast si muovono con destrezza, restituendo ottimamente le sfumature di ciascuno dei bizzarri personaggi a cui infondono abilmente vita, pensieri, valori sociali e... propagande politiche.
Attraverso melodie pompose, un'estetica Showa impeccabile e tematiche sferzanti e terribilmente attuali, uno strabiliante Masaki Suda guida così "amici e nemici" a combattere con fierezza per i propri ideali.
E dopotutto, come negargli la validità del motto: "è meglio concedere che perdere"?
A distanza di quasi dieci anni dal rilascio della pellicola nei cinema, il comparto fotografico e musicale si mostra ancora decisamente fresco, vivido e calzante: un delirante amplificatore visivo e sonoro su cui i tanti elementi del cast si muovono con destrezza, restituendo ottimamente le sfumature di ciascuno dei bizzarri personaggi a cui infondono abilmente vita, pensieri, valori sociali e... propagande politiche.
Attraverso melodie pompose, un'estetica Showa impeccabile e tematiche sferzanti e terribilmente attuali, uno strabiliante Masaki Suda guida così "amici e nemici" a combattere con fierezza per i propri ideali.
E dopotutto, come negargli la validità del motto: "è meglio concedere che perdere"?
Autore: zettaiLara
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Ricordiamo che il JFF, ovvero il Japanese Film Festival è un progetto istituito dalla Japan Foundation per promuovere la cinematografia nipponica nel mondo: avviata nel 2016 con lo slogan "film giapponesi ovunque e in qualunque momento," la prima edizione della rassegna contava dieci nazioni asiatiche, con un network di partecipanti che nel corso degli anni si è espanso fino a includere nazioni come Cina, Russia e India. Nel 2021 nasceva poi il JFF Plus: Online che allargava ulteriormente il circuito ad alcune nazioni americane, africane ed europee, tra cui l'Italia.
