Capeta
La recensione tecnicamente contiene dei piccoli spoiler che non rovinano la lettura del manga.
Se per voi è troppo lunga (o avete troppa paura degli spoiler) passate a "per riassumere".
Capeta è un manga sportivo che vede il protagonista Kappeita Taira, soprannominato Capeta appunto, alle prese con la sua carriera nel mondo dell’automobilismo, dopo aver ricevuto da suo padre un kart che questo ha messo insieme raccattando pezzi usati in un circuito.
L’approfondimento sul mondo delle corse che ne deriva è il vero punto d’interesse della serie. Tolto quello non rimane chissà cosa di speciale. Il manga, infatti, presenta i classici elementi del genere, riproposti nel modo più classico del genere e forse neanche quello. I personaggi, per esempio, sono più ruoli che veri personaggi. Questi non hanno un vero e proprio approfondimento: il Capeta è nato con la passione delle corse e corre ed è “un dio delle corse” per quanto è bravo. Nobu e Monami sono due sue amici che gli fanno rispettivamente da manager e da presidente del fan club (o più o meno giocano a fare ciò essendo loro bambini). Sono praticamente un’estensione di Capeta (almeno fino ad un certo punto su cui ritorneremo). Naomi è il suo “rivale designato” incontrato per caso in pista, di un anno più grande del protagonista e che diventa l’ossessione di quest’ultimo, l’uomo da raggiungere (visto che corre in categorie superiori) e da battere.
Shinkawa, introdotto più avanti, è un pilota professionista che fa da mentore al protagonista.
La storia vede il protagonista competere nei campionati (più in generale competizioni) di turno, dove batte i concorrenti di turno per procedere con la sua carriera ed arrivare appunto a sfidare il rivale, quasi come fosse il “boss finale”. Questo sarebbe tutto, se non fosse che c’è un altro elemento, ovvero il mezzo. Come detto, Capeta è il dio delle corse, ma per un motivo o per un altro (mancanza di soldi all’inizio e poi altri) si ritrova sempre con un mezzo inferiore rispetto a quello degli avversari, che “lo bilanciano” perché altrimenti distruggerebbe tutti i suoi rivali. Il problema è che appunto l’espediente narrativo è letteralmente sempre quello. Dall’inizio alla fine viene riproposto, ed anche quando finalmente corre per la Stella (che in pratica sarebbe la Toyota) quell’anno lì il costruttore “toppa” la progettazione del motore (e quindi Capeta si ritrova col mezzo inferiore).
Tornando ai personaggi, come detto questi non hanno niente di speciale a livello di scrittura, ma “in compenso” vengono gestiti malamente.
Nobu e Monami (e ci sarebbero anche altri, tra cui la scimmietta che fa da mascotte e che ad un certo punto sparisce) nella prima parte del manga compaiono praticamente in tutti i capitoli, ma vivono come un’estensione del protagonista (tant’è che si fanno chiamare Team Capeta), Nobu si definisce il suo manager e in pratica da un aiuto anche materiale, mentre Monami si definisce il capo del suo fanclub e da più un aiuto morale.
Questo finché l’autore non decide di dare loro delle storie loro, allora Nobu va a studiare all’estero per diventare un vero manager di piloti, mentre Monami prende la strada per diventare famosa. Questa sembrerebbe una cosa positiva, il problema è che viene gestita in modo pessimo: Nobu compare letteralmente tre volte da quel punto in poi, il suo percorso per diventare manager non viene minimamente coperto e alla fine del manga comunque non è diventato tale, semplicemente diventa un amico che è andato via, a livello narrativo sparisce semplicemente. Monami invece diventa famosa, ma senza “fare il percorso”. In pratica viene introdotto questo suo percorso e nel giro di tre capitoli è famosa e tutti la conoscono. Per qualche motivo smetta anche di andare alle corse di Capeta, quindi seppure compare con una frequenza leggermente maggiore di Nobu, anche lei sparisce.
Parliamoci chiaro, il manga parla di corse, e quelli non sono i protagonisti, ma se fosse stata dedicata loro anche solo una pagina a volume che riportasse i loro risultati sarebbe stato già qualcosa.
Poi c’è il mentore, Shinkawa, che viene introdotto un po’ prima che gli altri due spariscano, mentre fa da istruttore a Capeta. Essendo anche lui un pilota Stella (ma professionista) anche dopo aver completato il suo lavoro da istruttore per Capeta continua ad apparire in tutti i capitoli per un certo periodo. Anche per lui viene introdotto “un percorso”: pur essendo un professionista, non è mai arrivato in Formula 1 e vorrebbe un giorno quantomeno partecipare ad un Gran Premio (per chiarezza, le gare di F1 sono le uniche che hanno il titolo di Gran Premio).
Nel periodo in cui è presente le cose sembrano muoversi in quella direzione, ma ad un certo punto sparisce e non riappare neanche nell’ultimo capitolo.
L’unico personaggio che ha una copertura decente (oltre al protagonista ovviamente) è il rivale Naomi e a dirla tutta neanche la copertura della sua carriera è ottimale, visto che spesso e volentieri i suoi risultati vengono a malapena citati. Direi quasi che verso la fine viene recuperato perché il protagonista deve sfidarlo.
Infine, c’è la parte grafica. Lo stile di disegno è grezzo, ma in senso positivo. È davvero unico e comunque chiaro e bello da vedere. La composizione delle tavole è chiara. Ma anche i disegni hanno un loro problema enorme ovvero le onomatopee. Le pagine sono letteralmente pregne di queste, che non si capisce bene quale suono rappresentino (si potrebbe dire il rombo, ma ce ne sono anche quando non corrono). Il problema è che spezzano completamente il ritmo, perché sono piazzate anche tra i dialoghi dei personaggi, come se mentre i personaggi chiacchierano beatamente ci fossero delle esplosioni che li interrompono. In pratica sono totalmente fuori luogo e sono messe in modo tedioso e ce ne sono talmente tante che appunto, ne parlo (che è una cosa un po’ strana insomma).
Per riassumere,
Capeta è un manga incentrato sull’automobilismo il cui elemento degno di nota è l’approfondimento che offre nei confronti di questo sport, ma che non solo non ha niente di diverso o di speciale rispetto al manga sportivo medio per quanto riguarda situazioni e personaggi, a tutti gli effetti gestisce malamente i personaggi secondari (di supporto e il mentore), facendoli sparire dalla circolazione di punto in bianco ed introducendo per essi delle storie che vengono portate a compimento così, senza apparente sforzo (Monami modella) o che peggio ancora non vengono proprio portati a compimento, vengono appunto solo introdotti (Nobu manager e Shinkawa in F1).
Inoltre la serie si affida di nuovo e di nuovo e di nuovo all’espediente del mezzo non competitivo per mettere in difficoltà il protagonista (che è senza dubbio “il dio delle corse”) e ha come ciliegina sulla torta uno stile grafico che per quanto possa vantare di un disegno grezzo, ma unico e una composizione delle tavole ottima, si perde nell’uso eccessivo fino al tedioso delle onomatopee.
Se per voi è troppo lunga (o avete troppa paura degli spoiler) passate a "per riassumere".
Capeta è un manga sportivo che vede il protagonista Kappeita Taira, soprannominato Capeta appunto, alle prese con la sua carriera nel mondo dell’automobilismo, dopo aver ricevuto da suo padre un kart che questo ha messo insieme raccattando pezzi usati in un circuito.
L’approfondimento sul mondo delle corse che ne deriva è il vero punto d’interesse della serie. Tolto quello non rimane chissà cosa di speciale. Il manga, infatti, presenta i classici elementi del genere, riproposti nel modo più classico del genere e forse neanche quello. I personaggi, per esempio, sono più ruoli che veri personaggi. Questi non hanno un vero e proprio approfondimento: il Capeta è nato con la passione delle corse e corre ed è “un dio delle corse” per quanto è bravo. Nobu e Monami sono due sue amici che gli fanno rispettivamente da manager e da presidente del fan club (o più o meno giocano a fare ciò essendo loro bambini). Sono praticamente un’estensione di Capeta (almeno fino ad un certo punto su cui ritorneremo). Naomi è il suo “rivale designato” incontrato per caso in pista, di un anno più grande del protagonista e che diventa l’ossessione di quest’ultimo, l’uomo da raggiungere (visto che corre in categorie superiori) e da battere.
Shinkawa, introdotto più avanti, è un pilota professionista che fa da mentore al protagonista.
La storia vede il protagonista competere nei campionati (più in generale competizioni) di turno, dove batte i concorrenti di turno per procedere con la sua carriera ed arrivare appunto a sfidare il rivale, quasi come fosse il “boss finale”. Questo sarebbe tutto, se non fosse che c’è un altro elemento, ovvero il mezzo. Come detto, Capeta è il dio delle corse, ma per un motivo o per un altro (mancanza di soldi all’inizio e poi altri) si ritrova sempre con un mezzo inferiore rispetto a quello degli avversari, che “lo bilanciano” perché altrimenti distruggerebbe tutti i suoi rivali. Il problema è che appunto l’espediente narrativo è letteralmente sempre quello. Dall’inizio alla fine viene riproposto, ed anche quando finalmente corre per la Stella (che in pratica sarebbe la Toyota) quell’anno lì il costruttore “toppa” la progettazione del motore (e quindi Capeta si ritrova col mezzo inferiore).
Tornando ai personaggi, come detto questi non hanno niente di speciale a livello di scrittura, ma “in compenso” vengono gestiti malamente.
Nobu e Monami (e ci sarebbero anche altri, tra cui la scimmietta che fa da mascotte e che ad un certo punto sparisce) nella prima parte del manga compaiono praticamente in tutti i capitoli, ma vivono come un’estensione del protagonista (tant’è che si fanno chiamare Team Capeta), Nobu si definisce il suo manager e in pratica da un aiuto anche materiale, mentre Monami si definisce il capo del suo fanclub e da più un aiuto morale.
Questo finché l’autore non decide di dare loro delle storie loro, allora Nobu va a studiare all’estero per diventare un vero manager di piloti, mentre Monami prende la strada per diventare famosa. Questa sembrerebbe una cosa positiva, il problema è che viene gestita in modo pessimo: Nobu compare letteralmente tre volte da quel punto in poi, il suo percorso per diventare manager non viene minimamente coperto e alla fine del manga comunque non è diventato tale, semplicemente diventa un amico che è andato via, a livello narrativo sparisce semplicemente. Monami invece diventa famosa, ma senza “fare il percorso”. In pratica viene introdotto questo suo percorso e nel giro di tre capitoli è famosa e tutti la conoscono. Per qualche motivo smetta anche di andare alle corse di Capeta, quindi seppure compare con una frequenza leggermente maggiore di Nobu, anche lei sparisce.
Parliamoci chiaro, il manga parla di corse, e quelli non sono i protagonisti, ma se fosse stata dedicata loro anche solo una pagina a volume che riportasse i loro risultati sarebbe stato già qualcosa.
Poi c’è il mentore, Shinkawa, che viene introdotto un po’ prima che gli altri due spariscano, mentre fa da istruttore a Capeta. Essendo anche lui un pilota Stella (ma professionista) anche dopo aver completato il suo lavoro da istruttore per Capeta continua ad apparire in tutti i capitoli per un certo periodo. Anche per lui viene introdotto “un percorso”: pur essendo un professionista, non è mai arrivato in Formula 1 e vorrebbe un giorno quantomeno partecipare ad un Gran Premio (per chiarezza, le gare di F1 sono le uniche che hanno il titolo di Gran Premio).
Nel periodo in cui è presente le cose sembrano muoversi in quella direzione, ma ad un certo punto sparisce e non riappare neanche nell’ultimo capitolo.
L’unico personaggio che ha una copertura decente (oltre al protagonista ovviamente) è il rivale Naomi e a dirla tutta neanche la copertura della sua carriera è ottimale, visto che spesso e volentieri i suoi risultati vengono a malapena citati. Direi quasi che verso la fine viene recuperato perché il protagonista deve sfidarlo.
Infine, c’è la parte grafica. Lo stile di disegno è grezzo, ma in senso positivo. È davvero unico e comunque chiaro e bello da vedere. La composizione delle tavole è chiara. Ma anche i disegni hanno un loro problema enorme ovvero le onomatopee. Le pagine sono letteralmente pregne di queste, che non si capisce bene quale suono rappresentino (si potrebbe dire il rombo, ma ce ne sono anche quando non corrono). Il problema è che spezzano completamente il ritmo, perché sono piazzate anche tra i dialoghi dei personaggi, come se mentre i personaggi chiacchierano beatamente ci fossero delle esplosioni che li interrompono. In pratica sono totalmente fuori luogo e sono messe in modo tedioso e ce ne sono talmente tante che appunto, ne parlo (che è una cosa un po’ strana insomma).
Per riassumere,
Capeta è un manga incentrato sull’automobilismo il cui elemento degno di nota è l’approfondimento che offre nei confronti di questo sport, ma che non solo non ha niente di diverso o di speciale rispetto al manga sportivo medio per quanto riguarda situazioni e personaggi, a tutti gli effetti gestisce malamente i personaggi secondari (di supporto e il mentore), facendoli sparire dalla circolazione di punto in bianco ed introducendo per essi delle storie che vengono portate a compimento così, senza apparente sforzo (Monami modella) o che peggio ancora non vengono proprio portati a compimento, vengono appunto solo introdotti (Nobu manager e Shinkawa in F1).
Inoltre la serie si affida di nuovo e di nuovo e di nuovo all’espediente del mezzo non competitivo per mettere in difficoltà il protagonista (che è senza dubbio “il dio delle corse”) e ha come ciliegina sulla torta uno stile grafico che per quanto possa vantare di un disegno grezzo, ma unico e una composizione delle tavole ottima, si perde nell’uso eccessivo fino al tedioso delle onomatopee.
È un manga fantastico a mio parere, farà felice chiunque sia appassionato di corse e motori ma anche persone come me non interessate alle corse. Le cose che più mi hanno colpito sono l'accuratezza dei discorsi tecnici e la dettagliatissima e precisa animazione dei kart. La trama è abbastanza lineare finora, dato che tratta della scalata al successo del piccolo Taira Capeta nel mondo delle corse. Buona la caratterizzazione dei personaggi, tra cui spiccano soprattutto il i due rivali Capeta (il protagonista) e Naomi (l'antagonista), i quali risultano molto interessanti e veramente convincenti. Consiglio a tutti di leggerlo, è coinvolgente dalla prima all'ultima tavola.