"Chi sono io? Io sono Dio" dichiara la bambina protagonista del film La Piccola Amélie, uno dei lungometraggi più promettenti del 2025 che in Italia giunge proprio ad inizio 2026 grazie a Lucky Red. Un film ibrido, una commistione di influenze, di lingue, di stili e trae da ciò il suo punto di forza per parlare di identità.
Il film è l'adattamento animato, perché solo animato poteva essere, della biografia della prolifica autrice belga Amélie Nothomb, La metafisica dei tubi, in cui la donna racconta i suoi primi anni dell'infanzia.
Si tratta del primo lungometraggio animato diretto da Mailys Vallade, un'animatrice dietro a molti film apprezzati: Il piccolo principe di Mark Osborne, Sasha e il Polo Nord, ma anche Dov'è il mio corpo di Jérémy Clapin, candidato al Premio Oscar 2020.
Con La piccola Amélie assistiamo al suo debutto alla regia di un lungometraggio, e lo fa assieme all'amico e collega di lunga data Liane-Cho Han, suo direttore delle animazioni durante la realizzazione del film Calamity – Une enfance de Martha Jane Cannary di Rémi Chayé e Céline Ronté.

Il film ha richiesto un lungo periodo di incubazione: due anni di produzione a seguito di cinque anni di scritture e riscritture, tagli, fitti ragionamenti sui passi del libro da mantenere, i rapporti tra personaggi da mettere in scena e i pezzi da aggiungere per rendere chiare e genuine le emozioni. Tutto ciò ha portato ad una pellicola acclamata da pubblico e critica, portandolo a vincere il premio del pubblico ad Annecy 2025.
In quanto autobiografia, possiamo aspettarci un film che abbia particolarmente a cuore i suoi personaggi. In effetti è così, ma non si prodiga a raccontarci una storia, bensì una riflessione profonda. Il cartone è un viaggio nella consapevolezza di Amélie, la bambina di due anni e mezzo che ci mostra il suo mondo come se fosse una divinità. In fondo i bambini non conoscono altro che l’io, una soggettività basata su un’esperienza limitata, autoriferita, estremamente personale e anche un po' egoista. Poi arriva il cioccolato bianco e Amélie scopre che esiste qualcos’altro oltre sé stessa. E dunque chi è Amélie in relazione a questo qualcun altro, o a questo qualcos’altro? Che ruolo ricopre nei confronti, per esempio, di quell’aspirapolvere che assorbe il qualcosa per rimpiazzarlo con il niente? Amélie non è più una divinità, il demiurgo che detta le leggi del mondo attorno a sé, ma inizia a rendersi conto di essere Amélie, la bambina. Ma non è sufficiente, perché Amélie ha una mamma, un papà, dei fratelli turbolenti, una nonna gioiosa e questa tata, Nishio-san, a cui vuole tanto bene.

Il film articola la crescita di Amélie in relazione alla figura di questa giovane ragazza giapponese, diversa dalla generazione che l’ha preceduta: non più chiusa come i suoi predecessori, ma pronta a far cadere qualsiasi barriera culturale. Nishio è messa in contrasto con la matrona, infatti, che sopporta i servigi che porta alla famiglia di Amélie per il semplice fatto che quel lavoro le serve per guadagnare soldi, ma le è proibito instaurare qualsiasi legame con i suoi datori. Vero, loro sono in Giappone da tanto tempo, ma restano gaijin, stranieri, coloro ai quali la matrona fa risalire le colpe della perdita di cari e concittadini. Non vi è condivisione, non vi è contatto. Ma come si diceva, Nishio-san non la pensa così ed è subito pronta a mostrare le bellezze dei luoghi, della cultura e delle tradizioni giapponesi alla piccola.
Questo legame diventa centrale per l'esperienza della bambina, che ci viene presentata tramite il suo sguardo sul mondo. L'identità infatti non funziona come la concepisce la matrona, non è definita a priori. L'identità non si costruisce con lo statuto del proprio sangue, delle origini anagrafiche, dei tratti somatici; ma vivendo la vita quotidiana, condividendo segmenti di vita con qualcuno, ricordando in quali spiagge si sono trascorse delle vacanze felici, la musica trasmessa dalla radio accesa alla base dell'ombrellone. Ma anche ascoltando chi ci spiega in maniera semplice ma brutale come i suoi cari siano stati bombardati, con chi ci porta a vedere le carpe e con chi ci salva dalle onde del mare.
Tutto questo ci viene raccontato in animazione, perché solo così poteva esserlo. La mancanza di lineart, dunque di contorni delle immagini, cara a progetti già citati come Sasha al Polo Nord o Calamity, rende i personaggi un tutt’uno con l’ambiente, definiti solo dalle differenze cromatiche. Tra loro e il mondo non ci sono limiti. I colori sono accesi, forti, capaci di suscitare nello spettatore lo stupore di un bambino. E soprattutto, tra loro e noi c’è soltanto uno schermo. Siamo dunque costretti a guardare, incitati e invogliati a farlo, a fare attenzione ad ogni dettaglio che affastella lo schermo che rende gli ambienti pieni di piccole cose da scoprire, che ci coinvolge e che ci racconta tanto dei personaggi.

La regia, inoltre, ci racconta Amélie attraverso i suoi occhi in due modi: rappresentandoci il mondo come lo immagina lei, ai limiti della fantasia; una fantasia nella quale ci lasciamo trasportare non perché nostalgici, ma perché genuinamente curiosi. Come per tutti i bambini non esistono scale di grigio: ci sono solo netti contrasti, sì e no, io e il resto, bene e male. E l’animazione restituisce perfettamente questo modo di intendere il mondo mettendo in scena le più folli metafore: “queste carpe sembrano mio fratello!”, e via, le teste delle carpe ignorano la metafora verbale e diventano la faccia grottesca del bambino intento a fagocitare mangime. Vallade e Lian-Cho Han usano il cartone animato per dare fisicamente vita al mondo sconfinato e pervasivo che è lo sguardo della bambina protagonista.
Il concetto di "sguardo" è fondamentale, perché proprio su quello che si concentra la rappresentazione del mondo. Più volte siamo testimoni delle vicende quotidiane di Amélie grazie ai primi piani sul volto, specificamente sui suoi occhi pieni di entusiasmo, sulle iridi su cui si riflette ogni cosa. Sono sicuramente importanti gli occhi della bambina, ma anche il volto delle persone che le stanno accanto. Perché il film è la storia di un’esperienza, di un’identità, e niente è più sinonimo di soggettività, di anima, di condivisione, dello sguardo. Quello che nel film diventa diventa uno sguardo ibrido e condiviso sul mondo.

Il film visivamente è estremamente luminoso, come lo è il mondo di una bambina di due anni, in cui ogni giorno è una grandiosa scoperta. Ogni evento felice è colmo di felicità, ogni tristezza affossa tutto nel caos e nella tenebra. Ed è proprio grazie a questo dualismo che il film riesce a parlare di temi estremamente seri e pesanti, a mettere in scena momenti di ansia, conflitto, forte empatia, vissuti soprattutto dalla piccola ma anche dai genitori, stremati dal lavoro e dall’essere in terra straniera, ardenti nel desiderio di essere accettati. Un film che non può non ricordare, soprattutto per le incredibili colonne sonore di Mari Fukuhara, quel modo di raccontare tipico dei film Ghibli, e la loro capacità di affrontare temi complessi e delicati con la leggerezza della quotidianità. Queste fiabe "Ghibli", però, sono riprese da Vallade e Han e stravolte nella prospettiva, mescolate con diversi spunti, suggestioni e stili, perché solo una visione "altra" e ibrida può restituire la complessità di ciò che fa di noi quello che siamo.
Il film richiama infatti Arrietty, sia musicalmente, che nel mettere in scena la tematica della scoperta, del trovare la meraviglia nelle piccole cose, nel guardare il mondo non da stranieri, come si sentono i genitori della bambina, ma da esploratori, come si sente Amèlie. Il cartone guarda dal basso, con una macchina da presa che accompagna per metterci alla pari di chi a malapena si regge sulle sue corte gambe. Siamo bassi quando siamo nel mondo di Amélie, ma siamo onnipotenti quando vediamo il mondo con i suoi occhi.

Fonti consultate:
Intervista ai registi
Pro
- Uso della regia per seguire lo sguardo della protagonista
- Utilizzo dell'animazione per integrare i personaggi con il mondo diegetico
- Color Design
- Tematiche trattate con coerenza e omogeneità
- Colonna sonora
- Film per tutti ma che non sottovaluta lo spettatore
Contro
- Alcune storyline che avrebbero meritato un approfondimento
Perché sono da tempo una grandissima fan di Amélie Nothomb, del "suo Giappone" e in generale del suo modo di scrivere, ma ammetto che non sapevo niente di niente circa questo progetto animato.
Un film che sembra essere davvero tantissima roba, per cui ringrazio di cuore ____ per aver scritto questa tenerissima recensione. E spero tanto che al cinema il film sappia conquistarsi il suo meritatissimo spazio * O *
Purtroppo al cinema da me non c’è, ma vedrò di recuperarlo quando andrà su qualche piattaforma…
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