My Hero Academia: dieci anni per l'anime dei giovani supereroi

Dieci anni fa, siamo entrati a scuola per diventare eroi. Saremo riusciti a diventarlo?

di Kotaro

Aprile è un mese importante, per il Giappone, perché segna l’inizio dell’anno fiscale e delle scuole.
Circondati da petali di ciliegio, gli studenti delle scuole superiori si preparano a salire su un palcoscenico che per tre anni li vedrà protagonisti di una parte importante della loro vita, dove troveranno amici, sogni, magari amori.
Dieci anni fa, uno studente destinato a grandi cose di nome Izuku “Deku” Midoriya varcava la soglia di una scuola speciale, il liceo Yuuei, frequentato da studenti con superpoteri. E’ l’inizio di My Hero Academia, adattamento animato dell’omonimo manga di Kohei Horikoshi, curato dallo studio Bones, la cui prima stagione inizia su TBS il 3 aprile del 2016.

ATTENZIONE! L'ARTICOLO CONTIENE PENSIERI A RUOTA LIBERA E SPOILER VARI SULLA STORIA E GLI SVILUPPI DELLA SERIE

 

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La prima stagione dell’anime si compone di un solo cour di 13 episodi, adatta i primi tre volumi del manga ed è andata in onda sino a fine giugno dello stesso anno. All’epoca, scrivevo che si trattava di una storia molto semplice, scontata in molti suoi aspetti, ma che aveva molte potenzialità e poteva svilupparsi in maniera interessante.
Dieci anni dopo, il manga di My Hero Academia è finito sia in Giappone che in Italia e anche la serie animata è finita (più o meno, c’è ancora un episodio finale aggiuntivo che uscirà a maggio), perciò, nel giorno del suo decimo anniversario, possiamo tirare le somme su cosa è stato My Hero Academia in questo decennio, vedere se quello studentello nerd e impacciato dai capelli verdi è poi riuscito a diventare l’eroe che sognava. Spoiler: sì, ce lo dice l’incipit stesso del primo episodio, “Questa è la storia di come sono diventato il più grande degli eroi”. Ma che significa essere il più grande degli eroi?

 

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La risposta, in realtà, varia per ogni personaggio, e My Hero Academia ne ha davvero tanti. Nel corso di questi dieci anni, ognuno ci ha fornito una risposta, ognuno si è incamminato per la sua strada personale ed è cresciuto.
Izuku ha ottenuto un potere, lo ha sviluppato superato anche i suoi maestri, lo ha condiviso, lo ha perso, ne ha trovato uno differente, ma non ha mai perso il suo potere più grande, quel cuore di kinnikumaniana memoria che gli fa trovare del buono in chiunque e gli fa desiderare salvarle ad ogni costo, anche se per farlo devi romperti tutte le ossa o rischiare la vita.
Ho amato tantissimo Izuku agli esordi, perché rappresentava quel tipo di personaggio che tanto amo e in cui tanto mi rispecchio: l’outsider, l’ultima ruota del carro, lo sfigato, che rispetto agli altri non è grande e forte, non ha un superpotere o se ce l’ha è più uno svantaggio che un vantaggio. Ma questo tipo di personaggi non resta quasi mai uguale a se stesso: è quello che ha, nascosta nella parte più profonda del cuore, una grandissima forza interiore che nel momento del bisogno gli permette di metterla in saccoccia a personaggi sulla carta più fighi di lui, quello che cresce di più nel corso della storia, quello di maggior esempio per i lettori. E Izuku è così, dal primo all’ultimo episodio non dimentica mai il suo cuore, il suo sogno, il suo credo, cose che gli permettono di crescere tantissimo e di diventare, pian piano, l’eroe che desidera essere e l’esempio di cui i giovani (e anche i meno giovani) spettatori degli anni 2010/2020 si meritavano di avere.

 

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Percorsi, il suo e quello dell’amico/rivale Bakugo, diversi ma complementari, strade diverse per giungere allo stesso posto. Tutto nasce dall’ammirazione per il fighissimo All Might, l’eroe che arriva sempre al momento giusto, pesta i cattivi e salva tutti. Izuku e Bakugo lo ammirano sin da bambini, ma in modo diverso. Se per Izuku il “salvare la gente con il sorriso” è diventato un mantra che lo ha accompagnato in tutta la vita, permettendogli di conquistare la fiducia di tutti e arrivare in qualche modo anche al cuore di avversari cattivissimi in cui ha sempre cercato di vedere del buono, Bakugo è invece rimasto affascinato dal “pestare i cattivi”, dal “vincere” e su questo ha improntato il tipo di eroe che voleva essere. Il personaggio è svelato tutto dal suo nome, Bakugo Katsuki,
爆豪勝己, che contiene gli ideogrammi 爆 Baku, “Esplosione”; e 勝 Katsu, “Vincere”. E cos’è Katsuki Bakugo se non questo, un eroe col potere di generare esplosioni e con l’ossessione della vittoria ad ogni costo?
Dieci anni fa, quando l’avevo appena conosciuto e si era presentato come un bullo antipatico che maltrattava Izuku rosicando contro di lui per motivi non ancora ben chiari, ho sperato che Bakugo non diventasse il solito Vegeta/Sasuke Uchiha/Kai Hiwatari/vari ed eventuali che tradiva i buoni e si metteva sulla loro strada in infiniti scontri perditempo. Evidentemente, anche l’autore odia quanto me questo tipo di personaggi, perché Bakugo ha avuto la possibilità di diventarlo e ha riso in faccia ai cattivi che gli hanno proposto di tradire i buoni. No, lui non vuole diventare il cattivo, vuole diventare l’eroe che pesta i cattivi e vince.
Bakugo è stato il personaggio più amato dai giapponesi. Sulla carta niente di strano, hanno sempre amato l’antieroe edgy più che il protagonista, in innumerevoli manga e anime. Forse gli piaceva perché reagiva con strafottenza alle imposizioni, sfogando una frustrazione che nella vita reale i giapponesi non possono permettersi di mostrare?
Ma in questi dieci anni, e ne siamo felicissimi, Bakugo è stato ben più di questo. E’ diventato altro dal rivale rosicone sempre in mezzo ai piedi, è diventato altro dal comic relief che sbraitava parolacce contro tutto e tutti e di rimando veniva sbeffeggiato da chiunque. Anzi, con questo ha dovuto fare i conti in maniera inaspettatamente dolorosa, rendendosi conto del male che ha fatto a Izuku e scusandosi più volte con lui, con le parole e coi fatti, cosa che molti suoi predecessori ben più antipatici non hanno mai fatto o non hanno mai fatto con così tanta chiarezza. Mai l’avremmo detto, ma onore a Bakugo, piccolo sbruffoncello che ha imparato ad avere un cuore ed è diventato anche lui parte integrante dell’ossatura di una serie che il suo cuore non lo dimentica mai, quasi mai si piega a cliché molesti e ormai superati e anche quando sembra farlo trova sempre il modo di farti ricredere.

 

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All’inizio sembrava il classico racconto di formazione per ragazzi, My Hero Academia, e lo è, è uno dei migliori esponenti del suo genere e di sicuro la serie di cui i ragazzi di oggi hanno bisogno, ma c’è anche molto altro. Nel corso degli anni, My Hero Academia ha scavato nel profondo della stessa società che ha costruito, mostrandone gli aspetti più crudi. Sulla carta, è tutto semplice: ci sono i cattivi che fanno cose malvagie e ci sono gli eroi che li fermano. Ma ci sono anche gli eroi che sono più interessati al loro status sociale che a salvare la gente, gli eroi che hanno rovinato un’intera famiglia con la loro ossessione del primeggiare, gli eroi che erano troppo occupati a salvare tutti gli altri da non riuscire a sentire la richiesta di aiuto di chi stava loro vicino. E ci sono i cattivi che in realtà cattivi non si sentono, hanno solo un aspetto diverso o un potere diverso da ciò che viene considerato “normale”, non vengono capiti e accettati dalla società, e perciò decidono di diventare i cattivi che la società si aspetta che siano o di distruggere tutto in preda a una frustrazione e a un’ira ormai incontrollabile. Cosa è un eroe e cosa è un cattivo? La risposta spesso non è così scontata e My Hero Academia spesso ha messo in scena situazioni più sfumate, dandoci diversi spunti di riflessione anche di un certo peso. Perché sì, All Might è fighissimo e tutti vorrebbero essere lui, ma nessuno sa che in realtà è un tizio magrolino che può mantenere i suoi muscoli d’acciaio solo temporaneamente, che non potrà esserci per sempre per salvare tutti nonostante lo desideri, lo sa benissimo e se ne cruccia. E se la gente lo sapesse, lo considererebbe ancora l’eroe tanto amato o gli volterebbe le spalle? E quanti, nel tentativo di diventare come All Might, sono invece diventati cattivi loro malgrado?

 

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Tra le altre cose, My Hero Academia vince anche il premio per i cattivi più odiosi mai visti in un anime. A cominciare da All for One, il boss finale che poi boss finale non è, invece sì, invece no, in un loop infinito che si prende tutte le ultime due stagioni finché non si leva finalmente di torno fra cori di giubilo di personaggi e spettatori. E’ perfido, manipolatore, oscuro, temibile, con la sua musichetta lugubre che lo accompagna ad ogni apparizione sin da quando lo si sentiva anche solo nominare nei primi episodi. Un pregio aveva, la sempre splendida e super riconoscibile voce di Akio Ohtsuka, e per una parte degli ultimi episodi gliel’hanno pure tolta, rendendolo proprio insalvabile, ma allo stesso tempo non gliela perdoni proprio questa cosa che un personaggio così cattivo parli con la stessa, identica, voce del buonissimo e simpaticissimo Koichi Adachi di Yakuza – Like a dragon.
Segue poi tutta una serie di casi umani, tutti malatissimi, tutti tristi, tutti col male di vivere, tutti dal passato super traumatico, che da un lato sono chiusi nei loro traumi e decidono di distruggere tutto per vendetta, dall’altro ti fanno intendere che anche loro andrebbero compresi e che, in fondo, a modo loro, fanno gruppo per cercare di salvarsi a vicenda. Altri (Chisaki) fanno cose troppo cattive per potersi meritare una redenzione che pure in qualche modo si cerca di dargli, altri fortunatamente tanto cattivi non erano (Gentle e La Brava) e giustamente vengono redenti dall’incontro col protagonista.
Sono personaggi difficili da valutare, Sono talmente odiosi che non vedi l’ora di toglierteli dai piedi, ma poi pensi che se fossero reali e tu la pensassi così non saresti tanto diverso da chi li ha ostracizzati e traumatizzati nella finzione. Da un lato la sceneggiatura cerca di farteli comprendere, di farti provare compassione per il loro passato tragico, dall’altro il modo di superare il trauma che hanno scelto è distruggere tutto e comportarsi da cattivi, quindi non meriterebbero perdono, ma un eroe deve perdonarli… un infinito loop di bianco e nero che, mescolandosi, diventano grigio, e che eleva la serie rendendola più interessante e più profonda di altre dove il bene e il male sono chiaramente distinti.
Il successo di un personaggio come Himiko Toga, una psicopatica che ha suo malgrado un modo distorto, tutto suo, di amare e voler bene alle persone, amatissima dai fan più giovani (“Mia figlia adolescente va pazza per Himiko Toga… avrò forse sbagliato qualcosa nel modo in cui l’ho educata?” mi ha detto, scherzando, un caro amico giapponese) e interpretata di continuo da innumerevoli cosplayer alle fiere, è l’emblema di come My Hero Academia tratteggi nei suoi cattivi anche il disagio delle nuove generazioni, non capite e spesso osteggiate dagli adulti, che cercano conforto negli amici, a modo loro. E torniamo sempre lì, chi è il vero eroe? Quello che sconfigge e punisce i cattivi o quello che cerca di capirli e salvarli? La risposta non è facile, può essere una, l’altra, entrambe o nessuna, ma My Hero Academia ti ci fa riflettere ed è bello per questo.

 

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Dieci anni fa, scrivevo che My Hero Academia prometteva di essere troppo grande per quei primi 13 episodi, che c’era ancora tantissimo da raccontare e sarebbe stato un peccato fermarsi lì, come fatto con innumerevoli anime recenti che ti lasciavano con in mano un biglietto “Ora vai in libreria e comprati il manga, se vuoi vedere come va a finire”. Sono felicissimo di essere stato smentito, poiché nell’ultimo decennio My Hero Academia è diventato un colosso dell’intrattenimento che è piaciuto tantissimo ai giapponesi (la mostra dedicata alle tavole del manga che si è tenuta a Tokyo l’estate scorsa era costantemente sold out, impossibile anche solo avvicinarsi al museo) e anche al resto del mondo, con in testa ovviamente gli Stati Uniti che ne hanno apprezzato la tematica dei supereroi e ne stanno persino producendo un adattamento live action che, chissà, prima o poi vedremo. Quelle 13 puntate del 2016 sono diventate 170, divise in otto stagioni trasmesse in circa dieci anni al ritmo di una ogni anno/anno e mezzo, fino a dicembre del 2025. L’annuncio di una seconda stagione, uscita nella primavera 2017 e pubblicizzata/parodiata anche dai personaggi di Time Bokan 24, serie che si è alternata a My Hero Academia nello stesso slot televisivo in Giappone e che condivideva con essa il doppiatore Kenta Miyake (All Might in My Hero Academia e Suzukky in Time Bokan 24), ci ha dato la certezza che quei 13 episodi non sarebbero stati isolati, che avremmo visto, prima o poi, Izuku diventare davvero l’eroe che sognava di essere. E, puntualmente, ogni dodici o diciotto mesi, My Hero Academia era ancora lì, anche se la storia è un tutt’uno quindi tra una stagione e l’altra ci sono stati qua e là dei bassi, delle parti meno riuscite o meno interessanti, controbilanciati da picchi emotivi stupendi. E’ stato un bel viaggio, che ha fatto crescere tutti i suoi personaggi e in qualche modo anche noi siamo cresciuti insieme a loro. Era partita come una serie semplicissima e invece ci è rimasta nel cuore, per tanti motivi.

 

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Nella decina d’anni che separano quel 3 aprile da questo 3 aprile, ci sono stati manga spin off (uno di questi, Vigilante: My hero academia Illegals, ha anche ottenuto il suo adattamento animato), rappresentazioni teatrali, mostre, spettacoli, eventi, miniserie OVA, romanzi e ben quattro film cinematografici. A differenza di un trend recente, secondo cui i film cinematografici sono o riassunti o adattamenti di parti della serie non facenti parte delle puntate televisive, i film di My Hero Academia sarebbero i classici filleroni, avventure aggiuntive che non propongono nulla di nuovo o significativo per la trama di base, ma sono piaciuti talmente tanto che i personaggi originali creati per i film fanno qua e là capolino anche nelle puntate tv o nel fumetto stesso. In particolar modo il personaggio di Melissa Shield, inventrice americana vista nel primo lungometraggio, va a dare maggior profondità alla storia passata e futura di All Might, dandoci un nuovo scorcio sui trascorsi passati del personaggio, che nella serie vengono raccontati solo qua e là a sprazzi.
Se Two Heroes (2018), World Heroes’ Mission (2021) e You’re next (2024) sono piacevoli, molto ben confezionati, ma non vogliono essere nulla di più di un fillerone d’ordinanza, Heroes: Rising (2019) è il fiore all’occhiello dei film cinematografici di My hero academia. Uscito in concomitanza con una delle parti più belle della serie animata (che ne ricicla impunemente la colonna sonora per una delle scene più iconiche), nonché appena prima che il mondo venisse sconvolto dal COVID, è un film eccelso dal lato tecnico, il cui finale super emozionante è basato su un’idea iniziale dell’autore per il finale della serie. Non sarà così, ci vorranno altri cinque anni per finire la serie e il finale non sarà questo, ma ne riprenderà alcuni concetti e la cosa ci verrà in mente guardandolo, facendoci emozionare al ricordo del film cinematografico, che a suo tempo è piaciuto così tanto da meritarsi anche proiezioni in 4D e opuscoli speciali regalati insieme al biglietto nei cinema giapponesi.

 

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Se My Hero Academia è piaciuto così tanto è anche merito dello splendido lavoro effettuato dallo studio Bones a livello tecnico. I dieci anni di trasmissione si vedono tutti e il già buon livello tecnico della prima stagione aumenta sempre più, migliorando i disegni, rendendo le animazioni sempre più spettacolari. Anche nel manga i disegni miglioravano tantissimo strada facendo, ma le scene d’azione si facevano più confuse e non sempre chiarissime. Fortunatamente, l’anime migliora questo difetto, rendendo ogni scontro una gioia per gli occhi, specialmente nelle ultime stagioni.
Colorato e allegro nelle scene scolastiche, oscuro e malsano nelle scene dedicate ai nemici, super spettacolare nelle scene di battaglia, My Hero Academia ha tante identità a livello grafico, ma fortunatamente riesce sempre ad essere fedele a se stesso e al materiale di partenza. Il veterano Yoshihiko Umakoshi, character designer dell’anime, si è limitato a riproporre lo stile di Kohei Horikoshi senza metterci troppo del suo come fatto nelle serie originali a cui ha lavorato, facendo comunque un lavoro eccellente nel tratteggiare personaggi ormai diventati iconici.
La serie è estremamente fedele al manga, di cui non viene saltato praticamente nulla. Qua e là c’è un episodio riempitivo che approfondisce qualcosina, fa ridere o adatta episodi extra del manga, qualche evento è stato spostato prima o dopo, qua e là (specie in concomitanza con l’inizio di ogni stagione) c’è un episodio riassuntivo, ma non manca nulla, il ritmo è sempre molto sostenuto e il formato di una stagione ogni dodici/diciotto mesi ha permesso di mantenere sempre alto il livello tecnico senza troppi cali o sbavature e di arrivare ad un finale stupendo. Di una serie piena solo di belle animazioni, però, ce ne facciamo poco se il character design è brutto o se la storia non è granché. Non è, fortunatamente, il caso di My Hero Academia, dove ogni aumento della spettacolarità nelle animazioni corrisponde a un’esplosione di emotività da parte dei personaggi e a un enorme coinvolgimento emotivo da parte degli spettatori.

 

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I doppiatori che hanno partecipato alla serie sono tantissimi, da veterani come il già citato Akio Ohtsuka, Shinichiro Miki, Kenichi Ogata, fino a tutta una serie di doppiatori che hanno donato un’interpretazione talmente iconica da rivedere il loro personaggio di My Hero Academia in ogni loro altro ruolo: impossibile pensare a Kenta Miyake senza associarlo a All Might, impossibile pensare ad altri doppiatori che non siano Nobuhiko Okamoto per personaggi cafoni e urlanti come Bakugo.
Un nome in particolare, però, va insindacabilmente reso responsabile per il successo dell’anime di My Hero Academia, ed è quello di Yuki Hayashi, il compositore della colonna sonora. Si era già fatto notare qualche anno prima con le musiche orchestrate di Haikyu, ma è My Hero Academia che gli ha aperto le porte della notorietà mondiale. Ogni scena più epica, più commovente, più toccante a livello emozionale che c’è nella serie deve la sua bellezza anche e soprattutto agli accompagnamenti musicali. My Hero Academia ha una trentina di sigle anche belle, anche di successo, anche realizzate da nomi famosissimi come i Porno Graffiti, Kenshi Yonezu, gli Uverworld, i Little Glee Monster, LiSA, i Man with a mission, i Bump of Chicken, ma tutta questa varietà rischia di farle perdere nel mucchio, mentre le musiche orchestrate di Yuki Hayashi sono indimenticabili. Quando compare l’iconica “You say run”, o una delle sue diecimila varianti, sai già che dovrai piangere, e così è. E loro sono infidi, lo sanno e trovano il modo di farti piangere ancora di più, e qui torniamo al finale del secondo film e all’episodio 76 della quarta stagione, dove “You san run” raggiunge la forma ultima delle sue trasformazioni, diventando la splendida “Might U”, versione ballad e con testo del tema principale, per buona pace delle nostre ghiandole lacrimali. Ma non è l’unica, di musiche bellissime ce ne sono a decine, tanto da farci dispiacere nelle parti di storia dedicate ai nemici, accompagnate da musiche lugubri e poco memorabili.

 


In dieci anni, My Hero Academia è diventato un’icona imprescindibile per ogni anime fan degli ultimi tempi, complice anche il boom mondiale degli anime dovuto alla pandemia. Il (non) plus ultra dello shounen d’azione e combattimenti, del racconto di formazione per ragazzi, la serie simbolo di tutti gli adolescenti che nell’ultimo decennio hanno varcato le porte delle scuole superiori cercando l’eroe che sarebbero diventati in futuro. Si è discusso tanto, ultimamente, sul perché gli anime e i manga piacciano tanto ai ragazzi. Onestamente, basta guardare My Hero Academia per avere la risposta, perché qui dentro c’è tutto quello che un ragazzo (di oggi, ma anche un po’ di ieri e sicuramente anche di domani) prova: le insicurezze, le amicizie, le rivalità, l’amore, la voglia di trovare se stesso, i sogni. Sono stati dieci anni bellissimi, ricchi di alti e bassi per molte cose, ma anche di emozioni e di sogni. E’ stato proprio un bene varcare la soglia di quella scuola, in quell’aprile di dieci anni fa. Il piccolo nerd dai capelli verdi è diventato l’eroe che sognava di essere, regalandoci tantissime emozioni. E noi? Come siamo, noi, dieci anni dopo? Siamo diventati gli adulti che sognavamo di essere? Sia che la risposta sia negativa che positiva, All Might e Izuku ci insegnano che c’è sempre una speranza, che non è mai troppo tardi, che non ci sono limiti perché se anche ci fossero vanno costantemente superati (Plus Ultra!), che c’è un eroe in ognuno di noi ed è bene ricordarlo.



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