Far East Film Festival 28: Fujiko e 5 cm al secondo fanno trionfare il Giappone
Chi ha vinto e chi ha convinto: tutti i vincitori del FEFF 2026 con le nostre recensioni
di zettaiLara

A trionfare quest'anno sono stati il Giappone e la Corea del Sud: il primo posto va a Fujiko del regista Taichi Kimura, che si porta a casa l’ambito Gelso D’Oro come miglior film decretato dal pubblico, nonché il Gelso Nero assegnato dalla categoria di accreditati Black Dragon, a pari merito con il coreano The Seoul Guardians che si è aggiudicato a sua volta anche il Gelso d'Argento e il Gelso per la Miglior Opera Prima.
Giapponese è anche l'adattamento cinematografico live action di 5 Centimeters per Second (nella foto sottostante), premiato con il Gelso Viola dagli utenti di MyMoviesOne.

Tutti i premi in ordine di assegnazione:
-Gelso Viola degli utenti di “MymoviesOne”: 5 Centimeters per Second, OKUYAMA Yoshiyuki, Giappone 2025
-Gelso per la Migliore Sceneggiatura
- Tunnels: Sun in the Dark, BUI THAC Chuyen, Vietnam 2025
- We Are All Strangers, Anthony CHEN, Singapore 2026 (menzione speciale)
- Unidentified Murder, KWOK Ka-hei, Jack LEE. Hong Kong, 2026
- The Seoul Guardians, KIM Jong-woo, KIM Shin-wan, CHO Chul-young, Corea del Sud 2026 (menzione speciale)
-Gelso Nero, premio Black Dragon (punteggio di 4,18 su 5)
- Fujiko, KIMURA Taichi, Giappone 2026
- The Seoul Guardians, KIM Jong-woo, KIM Shin-wan, CHO Chul-young, Corea del Sud 2026

-Gelso di Cristallo Audience Awards terzo classificato (punteggio di 4,16 su 5)
- Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert, YUEN Woo-ping, action martial arts, Hong Kong/China 2026
- My Name, CHUNG Ji-young, Corea del Sud 2026 (nella foto soprastante, gli applausi in sala col regista e il produttore del film)
- Tunnels: Sun in the Dark, BUI THAC Chuyen, Vietnam 2025
- The King's Warden, CHANG Hang-jun, Corea del Sud 2026
-Gelso d’Argento Audience Awards secondo classificato al film The Seoul Guardians, KIM Jong-woo, KIM Shin-wan, CHO Chul-young, Corea del Sud 2026 (punteggio di 4,26 su 5)
-Gelso d’Oro Audience Awards primo classificato al film Fujiko, KIMURA Taichi, Giappone 2026 (punteggio di 4,38 su 5), nella foto sottostante.

Riportiamo il comunicato stampa completo, per poi lasciarvi alle nostre recensioni e impressioni sui film vincitori.
Nei prossimi giorni sul nostro sito potrete trovare inoltre gli approfondimenti con le interviste a registi e autori premiati e non.
«Credo nel cinema come elemento di speranza.»
Le parole del leggendario attore giapponese Yakusho Koji, incoronato sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine il 25 aprile con il Gelso d'Oro alla Carriera, descrivono perfettamente lo spirito del Far East Film Festival e l'energia dell'edizione appena conclusa. La numero 28.

Un'edizione che ha dimostrato ancora una volta la resilienza del cinema e del festival stesso: in un momento storico segnato da guerre e conflitti, il FEFF 28 ha confermato che le storie — quelle vere, quelle che vengono dall'Asia e parlano al mondo intero — hanno il potere di avvicinarci, di farci sentire parte di un'umanità comune.
Un'edizione che ha puntato lo sguardo sulle urgenze narrative dell'Asia contemporanea, spaziando tra i generi e costruendo una line-up particolarmente attenta ai temi sociali.
Il FEFF 28 ha portato a Udine 75 film (8 anteprime mondiali, 18 internazionali, 21 europee e 20 italiane da 12 paesi), 236 ospiti d’onore, tra cui Yakusho Koji e Yuen Woo-ping, premiati con il Golden Mulberry Award for Lifetime Achievement, e Fan Bingbing, premiata con il Golden Mulberry Award for Outstanding Achievement, e 70 mila spettatori. Proprio i voti degli spettatori, giudici supremi dei titoli in concorso fin dal 1999, hanno determinato l’attesissimo podio 2026.
Il pubblico ha incoronato con il Mulberry Audience Award 2026 – primo posto Fujiko di Kimura Taichi, dramma onirico sull'emancipazione femminile.
Al secondo posto si è classificato The Seoul Guardians di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young (la cronaca in diretta di un colpo di stato).
Al terzo posto, ex aequo, quattro titoli: Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert di Yuen Woo-ping; My Name di Chung Ji-young; Tunnels: Sun in the Dark di Bui Thac Chuyen; The King’s Warden di Chang Hang-jun.
Gli accreditati Black Dragon hanno assegnato il loro premio ex aequo a The Seoul Guardians di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young e a Fujiko di Kimura Taichi.
I tre giurati della sezione opere prime hanno destinato il White Mulberry Award for a First Feature Film a Unidentified Murder di Kwok Ka-hei e Jack Lee, con una menzione speciale a The Seoul Guardians.
l Mulberry Award for Best Screenplay è andato a Tunnels: Sun in the Dark di Bui Thac Chuyen, con una menzione speciale a We Are All Strangers di Anthony Chen.

I numerosi ospiti che il FEFF 28 ha accolto sono stati dislocati in 18 varie strutture ricettive della città con un impegno di 2421 stanze (con picchi giornalieri fino a 358 stanze in un giorno), mentre il numero degli accrediti ha raggiunto la quota di 2000. Appassionati, giornalisti, esperti, addetti ai lavori, semplici “curiosi”, 150 studenti e 40 docenti universitari di cinema da tutta Europa (Italia, Regno Unito, Austria, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Ungheria), a dimostrazione di quanto sia alta la soglia di attenzione da parte dei fareastiani più giovani. Oltre 250, poi, i professionisti arrivati da tutta Europa per le sessioni industry di Focus Asia (il progetto sino-americano Naked in Glendale, diretto dalla regista emergente Haohao Yan, vince il White Light Award, mentre il progetto malese-singaporiano Somewhere in the South, il lungometraggio di debutto di Ce Ding Tan, e prodotto da Edward Lim e Anthony Chen, vince il TAICCA Award).
A questi numeri si aggiungono le migliaia di visualizzazioni grazie all’egagement dei social di ospiti e star (solo uno dei reel di Fan Bingbing girato a Udine ha superato le 850.000 visualizzazioni). La città friulana in Oriente è diventata una meta culturale e turistica!
Oltre 20 mila le persone che hanno invece preso parte ai Far East Film Events, disseminati nel centro di Udine, includendo i visitatori della mostra dell’illustratore Chihoi al cinema Visionario, che sarà visitabile fino al 24 maggio.
Anche nella sua versione digitale, il FEFF ha saputo emozionare e coinvolgere: in streaming su MYmovies ONE, il festival ha superato le 7.000 ore di visione, con spettatori connessi da tutta Italia.
Tra i titoli più amati online, 5 Centimeters Per Second e Suzuki=Bakudan hanno totalizzato rispettivamente 1.160 e 895 ore di visione. Oltre 3.000 voti hanno decretato il vincitore del Purple Mulberry Award (MyMovies Award): il giapponese 5 Centimeters Per Second di Okuyama Yoshiyuki.
Il FEFF vince la sfida: «Numeri solidi, entusiasmo diffuso e una sensazione condivisa: il festival ha raggiunto un equilibrio maturo tra qualità cinematografica, partecipazione popolare e impatto sul territorio» dichiarano Bertacche e Baracetti.
E si guarda già al futuro: un focus sui 30 anni di Hong Kong è tra le idee per il 2027.
Adesso non resta che segnare sul calendario le date della 29ª edizione: appuntamento a Udine dal 23 aprile al 1 maggio 2027!
FUJIKO: recensione breve

Ci troviamo nella prefettura di Shizuoka, alle cui spalle svetta la montagna sacra del Giappone per antonomasia, il Fujisan. Un vulcano che veglia e che attende quasi bonariamente, ma che non è spento, né dorme mai del tutto.
La protagonista Fujiko, da cui il film trae il suo nome, a ben vedere appare lei stessa alla stregua di un vulcano quiescente pronto a esplodere: ma quando nel 1977 la giovane dà alla luce la figlioletta Mari, in una notte buia e tempestosa, lei ancora non lo sa.
Fujiko scopre fin troppo presto, a proprie spese, che divenire madre comporta anche affrontare momenti d'inferno, tanto più se il proprio marito non la supporta nella gestione domestica, e con una suocera e una cognata che si dimostrano affatto alleate dell'universo femminile. In quanto donna, saper conciliare alla perfezione il lavoro, il rapporto con il coniuge, la maternità e la famiglia sembra essere tutto dovuto; un destino già tracciato, un percorso già segnato da cui non è possibile deviare in alcun modo. "Se non riuscissi a fare tutto sarebbe imbarazzante," si sente dire d'altronde Fujiko, unito a quel "doveva tener duro" che sembra voler giudicare e infierire ulteriormente.
L'accondiscendenza della giovane nel sopportare le angherie, però, non dura per sempre: la sua superficie calma al di sotto sta già sobbollendo, e l'eruzione coincide infine con la sottrazione di Mari da parte della suocera.
I lapilli, le urla, quell'innesco dentro di sé determinato dal movimento femminista delle 'cesse isteriche'.
Così Fujiko, forte del proprio nome, salta in aria: la ragazza è determinata non soltanto a riprendersi la figlia a ogni costo, ma anche l'intera propria vita, lasciando la casa natale con una madre tenace ma di vecchi principi e un padre malato.
L'odissea di Fujiko da madre single passa per risvolti drammatici e sentimentali, lezioni morali, azioni rocambolesche e imprevedibili momenti comici conditi da una ironia affilata, genuina, deflagrante a dir poco. E mentre la giovane scopre dentro di sé l'intraprendenza che non avrebbe mai pensato di avere, lo spettatore la vede crescere e rialzarsi ogni volta più forte, osservandola strabiliato e ammirato. Di fronte a ogni nuova prova del desino, si confida con tutto il cuore che la ragazza possa davvero "prendere tutto quello che di buono passa il convento," come suggerisce saggiamente il provvidenziale nonnino del ristorante di soba.
Non si può fare a meno di tifare scatenati per Fujiko. E il sornione regista Taichi Kimura, che ha lavorato a questa pellicola per omaggiare la storia personale della madre, lo sa meglio di chiunque altro.
La protagonista Fujiko, da cui il film trae il suo nome, a ben vedere appare lei stessa alla stregua di un vulcano quiescente pronto a esplodere: ma quando nel 1977 la giovane dà alla luce la figlioletta Mari, in una notte buia e tempestosa, lei ancora non lo sa.
Fujiko scopre fin troppo presto, a proprie spese, che divenire madre comporta anche affrontare momenti d'inferno, tanto più se il proprio marito non la supporta nella gestione domestica, e con una suocera e una cognata che si dimostrano affatto alleate dell'universo femminile. In quanto donna, saper conciliare alla perfezione il lavoro, il rapporto con il coniuge, la maternità e la famiglia sembra essere tutto dovuto; un destino già tracciato, un percorso già segnato da cui non è possibile deviare in alcun modo. "Se non riuscissi a fare tutto sarebbe imbarazzante," si sente dire d'altronde Fujiko, unito a quel "doveva tener duro" che sembra voler giudicare e infierire ulteriormente.
L'accondiscendenza della giovane nel sopportare le angherie, però, non dura per sempre: la sua superficie calma al di sotto sta già sobbollendo, e l'eruzione coincide infine con la sottrazione di Mari da parte della suocera.
I lapilli, le urla, quell'innesco dentro di sé determinato dal movimento femminista delle 'cesse isteriche'.
Così Fujiko, forte del proprio nome, salta in aria: la ragazza è determinata non soltanto a riprendersi la figlia a ogni costo, ma anche l'intera propria vita, lasciando la casa natale con una madre tenace ma di vecchi principi e un padre malato.
L'odissea di Fujiko da madre single passa per risvolti drammatici e sentimentali, lezioni morali, azioni rocambolesche e imprevedibili momenti comici conditi da una ironia affilata, genuina, deflagrante a dir poco. E mentre la giovane scopre dentro di sé l'intraprendenza che non avrebbe mai pensato di avere, lo spettatore la vede crescere e rialzarsi ogni volta più forte, osservandola strabiliato e ammirato. Di fronte a ogni nuova prova del desino, si confida con tutto il cuore che la ragazza possa davvero "prendere tutto quello che di buono passa il convento," come suggerisce saggiamente il provvidenziale nonnino del ristorante di soba.
Non si può fare a meno di tifare scatenati per Fujiko. E il sornione regista Taichi Kimura, che ha lavorato a questa pellicola per omaggiare la storia personale della madre, lo sa meglio di chiunque altro.
Autore: zettaiLara
5 CENTIMETERS PER SECOND: recensione breve

Se è vero che l’opera originale tende spesso a innescare un meccanismo di imprinting, influenzando la percezione degli adattamenti successivi, questo è particolarmente vero per l’opera di un autore eccezionale come Makoto Shinkai. L’anime 5 centimetri al secondo, pur non essendo il mio preferito del regista, mi ha lasciato un’impressione molto forte e ne ho conservato il ricordo di una storia profondamente triste e angosciante.
La prima sensazione che mi ha dato questa versione live action, e che ricordavo anche dall’anime, è stata un senso di spaesamento per i salti temporali e una mia personale difficoltà a inquadrare i personaggi femminili. Superato questo scoglio, però, mi sono lasciata prendere per mano e trasportare da un film fatto estremamente bene, in cui la splendida colonna sonora accompagna una fotografia di altissimo livello, in un susseguirsi di meravigliose inquadrature accuratamente studiate.
Anche chi non conosce o non ricorda la versione originale potrà apprezzare un’opera delicata e commovente, mentre i nostalgici dell’anime vi ritroveranno tutti i suoi elementi distintivi, come gli iconici (e crudeli) passaggi a livello.
Del resto Makoto Shinkai ha personalmente supervisionato la realizzazione dell’adattamento, che integra il materiale di partenza con nuovi elementi narrativi e, pur mantenendo la struttura tripartita, apporta qualche modifica alla successione degli eventi.
Il film per la maggior parte mantiene intatta l’essenza dell’originale, riuscendo a trasmettere le stesse sensazioni anche quando racconta i fatti in modo diverso, come si vede per esempio nella sequenza del viaggio in treno.
Quello che invece mi ha un po’ spiazzato è stata la reinterpretazione dell’ultima parte: pur conservando la malinconia per un lieto fine che non sembra destinato a realizzarsi, trasmette un senso di speranza assente nella versione animata. Se da una parte ci si sente in qualche modo sollevati, dall’altra la scena finale perde quell’impatto che nell’anime mi aveva emotivamente distrutto, imprimendosi in modo indelebile nella memoria.
La prima sensazione che mi ha dato questa versione live action, e che ricordavo anche dall’anime, è stata un senso di spaesamento per i salti temporali e una mia personale difficoltà a inquadrare i personaggi femminili. Superato questo scoglio, però, mi sono lasciata prendere per mano e trasportare da un film fatto estremamente bene, in cui la splendida colonna sonora accompagna una fotografia di altissimo livello, in un susseguirsi di meravigliose inquadrature accuratamente studiate.
Anche chi non conosce o non ricorda la versione originale potrà apprezzare un’opera delicata e commovente, mentre i nostalgici dell’anime vi ritroveranno tutti i suoi elementi distintivi, come gli iconici (e crudeli) passaggi a livello.
Del resto Makoto Shinkai ha personalmente supervisionato la realizzazione dell’adattamento, che integra il materiale di partenza con nuovi elementi narrativi e, pur mantenendo la struttura tripartita, apporta qualche modifica alla successione degli eventi.
Il film per la maggior parte mantiene intatta l’essenza dell’originale, riuscendo a trasmettere le stesse sensazioni anche quando racconta i fatti in modo diverso, come si vede per esempio nella sequenza del viaggio in treno.
Quello che invece mi ha un po’ spiazzato è stata la reinterpretazione dell’ultima parte: pur conservando la malinconia per un lieto fine che non sembra destinato a realizzarsi, trasmette un senso di speranza assente nella versione animata. Se da una parte ci si sente in qualche modo sollevati, dall’altra la scena finale perde quell’impatto che nell’anime mi aveva emotivamente distrutto, imprimendosi in modo indelebile nella memoria.
Autore: BeneS
MY NAME: recensione breve

Nei libri di scuola sudcoreani e in tutti i documenti ufficiali, "l'incidente" di Jeju del 3 aprile 1948 per lungo tempo non è mai esistito, con un divieto assoluto di parlarne o citarlo in qualsivoglia ambiente e contesto.
Anche la protagonista Jeong-sun lo ha rimosso: non ha alcuna traccia di chi lei fosse prima dei nove anni di età, benché alcuni ricordi condizionino in maniera opprimente la sua salute fisica e la memoria del corpo la tradisca, nei movimenti di danza che ha eseguito e insegnato per una intera vita. Ciononostante Jeong-sun è una donna dal carattere forte e indipendente, che ama la vita e se ne infischia del giudizio altrui.
Il figlio Young-oak, invece, è alle prese con un mal digerito nome "da femmina" che la madre gli ha affidato, senza contare le difficoltà di frequentare un liceo dove i compagni di classe amano risolvere i conflitti con risse e violenza. Il suo talento artistico e il suo animo di buon cuore devono così fare i conti con le fatiche dell'adolescenza, che rischiano di minare anche le amicizie più solide.
Attraverso lo snodo dell'affettuoso rapporto tra la testarda madre e il suo amatissimo figlio, che si spronano a vicenda e risultano essere l'uno il sostegno dell'altra, il film fa compiere a entrambi un impegnativo percorso evolutivo, alla ricerca della propria identità tra passato e presente.
My Name racconta una storia dolorosa e lacerante, accompagnata in maniera costante anche da una profonda sensibilità e un tenero umorismo che pervadono l'intero film, impreziosito da una fotografia e musiche di prim'ordine.
Una visione che certo non è possibile fare a cuor leggero, ma che diviene imprescindibile a maggior ragione in virtù dei tempi che il mondo intero sta vivendo. Per tutti coloro che non hanno timore di scoperchiare i fantasmi di tempi che si credevano sepolti, e risultano invece più attuali che mai.
Anche la protagonista Jeong-sun lo ha rimosso: non ha alcuna traccia di chi lei fosse prima dei nove anni di età, benché alcuni ricordi condizionino in maniera opprimente la sua salute fisica e la memoria del corpo la tradisca, nei movimenti di danza che ha eseguito e insegnato per una intera vita. Ciononostante Jeong-sun è una donna dal carattere forte e indipendente, che ama la vita e se ne infischia del giudizio altrui.
Il figlio Young-oak, invece, è alle prese con un mal digerito nome "da femmina" che la madre gli ha affidato, senza contare le difficoltà di frequentare un liceo dove i compagni di classe amano risolvere i conflitti con risse e violenza. Il suo talento artistico e il suo animo di buon cuore devono così fare i conti con le fatiche dell'adolescenza, che rischiano di minare anche le amicizie più solide.
Attraverso lo snodo dell'affettuoso rapporto tra la testarda madre e il suo amatissimo figlio, che si spronano a vicenda e risultano essere l'uno il sostegno dell'altra, il film fa compiere a entrambi un impegnativo percorso evolutivo, alla ricerca della propria identità tra passato e presente.
My Name racconta una storia dolorosa e lacerante, accompagnata in maniera costante anche da una profonda sensibilità e un tenero umorismo che pervadono l'intero film, impreziosito da una fotografia e musiche di prim'ordine.
Una visione che certo non è possibile fare a cuor leggero, ma che diviene imprescindibile a maggior ragione in virtù dei tempi che il mondo intero sta vivendo. Per tutti coloro che non hanno timore di scoperchiare i fantasmi di tempi che si credevano sepolti, e risultano invece più attuali che mai.
Autore: zettaiLara
WE ARE ALL STRANGERS: recensione breve

Il padre di JK gestisce una bancarella di noodles a Singapore: è un brav'uomo che lavora duramente da un'intera vita, tratta con affetto i propri clienti storici e cerca di crescere da solo il figlio al meglio. JK invece sta per concludere il servizio di leva, non ha alcuna intenzione di seguire le orme del padre e vuole godersi la gioventù al massimo accanto alla bella fidanzata cattolica, innamoratissima di lui.
Padre e figlio vivono sotto lo stesso tetto, ma il rapporto familiare è blando e quasi anaffettivo. Almeno finché l'amore non ci mette lo zampino. In seguito infatti al duplice matrimonio che li conduce ad abitare insieme con le rispettive mogli, le dinamiche dell'inconsueta nuova famiglia iniziano a scuotersi. La passione giovanile con le sue conseguenze, il sentimento radicato di una coppia già adulta e segnata dalla vita, la necessità di far fronte alle antipatie personali e alle difficoltà economiche, il bisogno di sbagliare e crescere a spese proprie e dei propri cari: il complesso intreccio che fa evolvere il quartetto di protagonisti tiene avvinto lo spettatore in maniera incisiva, con un ritmo che non viene mai meno e relazioni sviluppate con grande sensibilità.
Il regista Anthony Chen confessa di intendere il film come una lettera d'amore a Singapore, e in effetti la sua opera ne offre un ritratto ad ampio raggio, caldo e nondimeno affilato, che non tralascia scorci di grande bellezza, ma che nello stesso tempo non fa sconti a nessuno dei suoi personaggi.
Di grande efficacia la fotografia, in particolare nelle sequenze di apertura del film e in quelle finali, che offrono una chiusura ideale del cerchio: dolceamara, ma anche estremamente realistica.
Padre e figlio vivono sotto lo stesso tetto, ma il rapporto familiare è blando e quasi anaffettivo. Almeno finché l'amore non ci mette lo zampino. In seguito infatti al duplice matrimonio che li conduce ad abitare insieme con le rispettive mogli, le dinamiche dell'inconsueta nuova famiglia iniziano a scuotersi. La passione giovanile con le sue conseguenze, il sentimento radicato di una coppia già adulta e segnata dalla vita, la necessità di far fronte alle antipatie personali e alle difficoltà economiche, il bisogno di sbagliare e crescere a spese proprie e dei propri cari: il complesso intreccio che fa evolvere il quartetto di protagonisti tiene avvinto lo spettatore in maniera incisiva, con un ritmo che non viene mai meno e relazioni sviluppate con grande sensibilità.
Il regista Anthony Chen confessa di intendere il film come una lettera d'amore a Singapore, e in effetti la sua opera ne offre un ritratto ad ampio raggio, caldo e nondimeno affilato, che non tralascia scorci di grande bellezza, ma che nello stesso tempo non fa sconti a nessuno dei suoi personaggi.
Di grande efficacia la fotografia, in particolare nelle sequenze di apertura del film e in quelle finali, che offrono una chiusura ideale del cerchio: dolceamara, ma anche estremamente realistica.
Autore: zettaiLara
Per le nostre impressioni su alcuni degli altri film della ventiseiesima edizione della rassegna udinese, vi lasciamo infine alle nostre due notizie a tema.
Fonte consultata:
Sito ufficiale Far East Film Festival I, II