È infine partita il 24 aprile la ventottesima edizione del Far East Film Festival di Udine, che si svolgerà sino al 2 maggio in una duplice veste: in primo luogo dal vivo presso il Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” e al Visionario, attraverso i 75 titoli, provenienti da 12 diverse nazioni, e tanti altri sentieri tematici.
 
FEFF 28 IMPRESSIONI

Una seconda modalità di poter partecipare al festival avviene attraverso il portale MYmovies: il FEFF offre anche quest’anno una preziosa selezione di titoli online per l’intera durata del festival, con 13 film che le case di distribuzione asiatiche hanno reso disponibili per lo streaming. 
 
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Ricordandovi che nella nostra precedente news potrete trovare l'elenco completo di tutti i film in programma, nonché le varie modalità di accredito, compresa quella online, di seguito vi proponiamo invece le nostre prime impressioni sui film che abbiamo già passato in rassegna: per chi non avesse ancora aderito all'iniziativa, dunque, c'è ancora tempo e svariati motivi per farlo: buona visione a tutti!
 
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We Are All StrangersSingapore 2026, Italian Premiere
disponibile solo in sala (proiezione del 24 aprile 2026 - film di apertura del festival)
 
Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 1
Il padre di JK gestisce una bancarella di noodles a Singapore: è un brav'uomo che lavora duramente, tratta con affetto i propri clienti e cerca di crescere da solo il figlio al meglio. JK invece sta per concludere il servizio di leva, non ha alcuna intenzione di seguire le orme del padre e vuole godersi la gioventù al massimo. I due vivono sotto lo stesso tetto, ma il rapporto familiare è blando e anaffettivo. In seguito al duplice matrimonio che li conduce ad abitare insieme con le rispettive mogli, le dinamiche dell'inconsueta nuova famiglia iniziano a scuotersi. La passione dell'amore giovanile con le sue conseguenze, il sentimento radicato di una coppia già adulta e segnata dalla vita, la necessità di far fronte alle antipatie personali e alle difficoltà economiche, il bisogno di sbagliare e crescere a spese proprie e dei propri cari. Il regista Anthony Chen confessa di intendere il film come una lettera d'amore a Singapore, e in effetti la sua opera ne offre un ritratto ad ampio raggio, caldo e nondimeno affilato, che non tralascia scorci di grande bellezza, ma che nello stesso tempo non fa sconti a nessuno dei suoi personaggi. Di grande efficacia la fotografia, in particolare nelle scene di apertura e in quelle finali, che offrono una chiusura ideale del cerchio: dolceamara, ed estremamente realistica.
Autore: 


All Greens - Japan 2026, European Premiere
disponibile online
 
Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 2
All Greens è un film interessante e sorprendente, un po’ diverso da quello che ci si potrebbe aspettare e che suscita una gamma di emozioni contrastanti.
La prima parte, molto cupa, rappresenta in modo efficace la vita delle giovani protagoniste in un paesino soffocante e privo di prospettive, in cui gli adulti sono per lo più assenti, violenti, incapaci di empatia e inefficaci nel comunicare un messaggio positivo. Di conseguenza gli adolescenti sono smarriti e disillusi, chiusi in sé stessi, e cercano in ogni modo di evadere da quella realtà claustrofobica attraverso i propri talenti e passioni. Hidemi si sfoga con il rap, Mako disegna manga e Miruku si è costruita l’immagine della studentessa perfetta, ma con una passione segreta per il cinema.
C’è un continuo dialogo fra il mondo reale e quello della finzione in cui gli adolescenti si rifugiano, sottolineato dalle molte citazioni letterarie e cinematografiche che permeano l’opera: dal Racconto dell’ancella al manga River’s Edge, passando per il romanzo distopico Neuromancer di Gibson da cui Hidemi prende il suo nickname. E, seppur non venga nominato esplicitamente, la regia sembra strizzare l’occhio a Tarantino in certe scene cruente e nella presentazione in stile identikit di alcuni personaggi. Attraverso questi continui riferimenti letterari le protagoniste danno voce al desiderio di riscrivere la propria storia, rifiutando il canovaccio da romanzo di formazione già predisposto per loro. Tutti i cliché e le situazioni prevedibili vengono quindi costantemente ribaltati attraverso colpi di scena e svolte inaspettate.
Quello che colpisce delle protagoniste, e di tutti i giovani personaggi, è che sembrano aver spento l’interruttore delle emozioni e anche quello della moralità. Di fronte a eventi scioccanti non reagiscono come ci si aspetterebbe e agiscono in modo spesso avventato, senza tener conto delle conseguenze. Tuttavia, la prospettiva concreta di sfuggire a una quotidianità asfissiante riaccende un entusiasmo a lungo sopito. E proprio l’entusiasmo contraddistingue la seconda parte del film che, pur sempre drammatico, riesce ad essere anche ironico e a tratti esilarante.
All Greens mi ha più volte spiazzato durante la visione ma alla fine, nonostante alcuni aspetti meno convincenti, mi ha lasciato un’impressione positiva e di forte impatto.
Autore: BeneS
 
All Greens racconta una gioventù giapponese lontana dai canoni più tipici del coming-of-age: non fragile in senso poetico, ma rabbiosa e disillusa. In una cittadina periferica senza identità e senza futuro, tre ragazze adolescenti trasformano il proprio scoramento in un gesto criminale. Il film colpisce soprattutto per la crudezza con cui mette in scena ragazze che odiano (e a buon diritto) il sistema, la famiglia e il luogo in cui sono cresciute, senza rifugiarsi nell’astrazione o in una malinconia sterile ed elegante. Alcuni passaggi narrativi sono troppo semplificati e certi snodi narrativi chiedono allo spettatore una forte sospensione dell’incredulità, ma il finale ha una forza notevole. Un’opera imperfetta, ma viva: sporca di rabbia, energia e desiderio di fuga.
Autore: Rudido
 
Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 3
Una città di provincia asfittica, tre famiglie disfunzionali, una scuola senza troppe prospettive: è in questo vuoto che Hidemi, Miruku e Iwakuma sognano una via di fuga. Il piano di fondare un club scolastico per coltivare e spacciare marijuana, a dispetto delle rigide leggi giapponesi sulle droghe, è tanto assurdo quanto inverosimile, ma la disperazione che lo alimenta è tutt'altro che comica. Il regista Koyama — che firma anche sceneggiatura e montaggio — usa l'umorismo corrosivo per raccontare il disagio di chi cresce in provincia, facendo di All Greens una commedia di formazione dalla personalità decisamente originale. Il film ricorda da un lato il tono ironico di Baby Assassins, ma senza le acrobazie violente, dall’altro i corto circuiti de L’erba di Grace. Vivace e pieno di contraddizioni narrative, riesce a essere più divertente di quanto ci si aspetti. L'umorismo e le situazioni rasentano il grottesco, ma il regista non perde mai di vista l'alienazione autentica dei suoi personaggi.
Il trio protagonista è promosso: Sara Minami, Natsuki Deguchi e Mizuki Yoshida offrono interpretazioni efficaci, energiche e sicure di sé, con presenze sceniche ben distinte e complementari. In particolare, Minami si distingue con una prova notevole, e vale la pena tenerla d'occhio. Non mancano le incertezze: alcuni passaggi della sceneggiatura risultano forzati e qualche sequenza non funziona del tutto. Ma All Greens rimane un racconto di formazione con un cuore inquieto, lontano dalle derive nostalgiche del genere. Con ironia e calore, cattura sogni e ansie adolescenziali senza romanticizzarli. A tenere insieme il tutto è l’ottima colonna sonora di Zo Zhit dei Dos Monos: la fusione di musica e immagini è uno degli elementi più riusciti del film, capace di amplificare tanto l'energia frenetica quanto il senso di deriva dei personaggi.
Autore: 


The Sickness Unto Love - Japan 2025, International Premiere 
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 4
The Sickness Unto Love parte da una premessa classica da romance scolastico giapponese per trasformarsi progressivamente in un racconto più oscuro, sospeso tra sentimento, bullismo, morti misteriose e inquietudini legate al mondo online. Il regista, Hiroki Ryuichi detta ritmi e atmosfere alla perfezione e lascia che il disagio giovanile rimanga sullo sfondo, ma più come atmosfera che avvelena lentamente la storia, che come tema da sviscerare. Molto efficaci le prove dei giovani protagonisti, in particolare quella di Anna Yamada, capace di incarnare una figura chiave, ambigua e complessa. Ma anche fragile, luminosa e perturbante. Il film forse non approfondisce fino in fondo tutte le questioni che evoca, ma funziona benissimo e trova la sua forza proprio nel modo in cui trasforma il disagio e l'adolescenza in qualcosa di malato e allo stesso tempo magnetico.
Autore: Rudido
 
 
5 Centimeters per Second - Japan 2025, European Festival Premiere
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 5
Tempo fa avevo visto l’anime di Makoto Shinkai e nel guardare questo live action ho rivissuto le medesime scene. La trasposizione è fedele, l’unica variazione sta nell’ordine in cui gli episodi vengono presentati. La sensazione che resta alla fine del film è la stessa di amaro in bocca, per come Takaki ha gestito la fissità della propria vita, incapace di guardare avanti per rimanere aggrappato al ricordo di qualcuno che ha invece vissuto pienamente la propria realizzandosi. Ogni tanto viene voglia di scuotere questo ragazzo per dirgli di svegliarsi e di darsi una mossa, perché i venti anni di vita persi in questo modo nessuno glieli renderà. Ma forse c’è un filo di speranza, perché il suo piccolo gesto finale apre ad un cambiamento positivo.
Molto bella la fotografia, con dei paesaggi meravigliosi: il mio preferito il ciliegio fiorito di campagna nella notte innevata. Le musiche sottolineano il senso di mancanza che Takaki vive di continuo, e quella inadeguatezza nei confronti del mondo che lo porta a vivere tenendo tutti a distanza, per non soffrire di un distacco che inevitabilmente avverrà quando le loro strade si divideranno. Consiglio di lasciare scorrere i titoli di coda per ascoltare la bellissima ending di Kenshi Yonezu.


The Old Man and His Car - Singapore 2025, European Premiere
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 6
The Old Man and His Car ci racconta la vecchiaia come progressivo accerchiamento: figli interessati solo al denaro, amici che perdono lucidità, memoria che si affievolisce, vicini invadenti e ultrareligiosi. In questo quadro, l'incontro, e poi la conoscenza, con una donna transgender interessata ad acquistare la macchina apre uno spazio di ascolto inatteso. Ma il film sviluppa questo rapporto in modo piuttosto rapido, concentrandolo in poche scene notturne. Ne emerge un’opera sincera, attraversata da alcuni momenti ruvidi (lo sfogo contro la vicina cristiana) ma anche abbastanza prevedibile nel suo percorso fatto di semplici simboli: dalla Mercedes come reliquia del passato al mezzo fautore della sua liberazione finale. Ottima performance del protagonista.
Autore: Rudido



Number OneSouth Korea 2026, International Premiere
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 6
Number One è un film commovente che invita a non dare per scontate le persone che amiamo e quanto c’è di bello nella nostra vita. L’elemento narrativo del conto alla rovescia mi aveva fatto immaginare una storia incentrata sull’inesorabile scorrere del tempo, ma in realtà il film si concentra maggiormente sui legami familiari, sull’amore materno che si esprime attraverso il cibo (un tratto della cultura coreana che la rende molto affine alla nostra) e sulla paura della morte, tanto la propria quanto quella dei propri cari. Vivere nella paura può portare a privarci di tante belle esperienze, rinunciando a vivere pienamente il tempo che ci resta con le persone che amiamo. Questo è forse il senso profondo di un film che si interroga sul significato dell’amore e sulla possibilità di non subire passivamente un destino già scritto. L’elemento dei numeri, che dà alla storia un tocco di originalità, non è a mio parere gestito al meglio e lascia alcune domande aperte. Tuttavia, nonostante qualche pecca, rimane un film che si guarda con piacere e che suscita tante emozioni e vari spunti di riflessione.
Autore: BeneS 


Gamera - Japan 1965/4K 2025, International Festival Premiere
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 7
La Daiei Film voleva la sua fetta del mercato kaiju, e Yuasa le consegnò una tartaruga gigante volante e sputafuoco. Il film si ispira esplicitamente a Godzilla di Honda Ishiro, sia nello stile che nell'impianto narrativo, ma introduce elementi propri: un'attenzione marcata alla fantascienza, al ruolo della scienza, e sullo sfondo la Guerra Fredda come minaccia sempre presente. L'invincibilità apparente di Gamera costruisce un senso di pericolo crescente, mentre i tentativi militari di fermarlo falliscono uno dopo l'altro. Ma il film offre anche un’altra chiave interpretativa: Yuasa voleva farne un film per bambini, costruendo un rapporto speciale tra il mostro e il giovane protagonista Toshio — unico essere umano convinto della natura non ostile della creatura. È una scelta che spezza il ritmo e rivela la vera anima del progetto.
Sul piano tematico, l'immagine di rappresentanti americani e sovietici che collaborano contro una minaccia comune doveva essere una visione piuttosto insolita per l'epoca, e conferisce al film una genuina dimensione internazionalista. Nonostante il peso degli anni conferisca al film una valenza quasi archeologica, gli effetti speciali reggono ancora in parte, soprattutto nel finale, dove l'oscurità notturna nasconde astutamente i limiti del budget. Non ha il peso simbolico di Gojira, ma come esempio di cinema di genere economico ed efficace, resta un'opera che sa quello che vuole essere. Dopo tutto una tartaruga che vola a reazione ha comunque una sua dignità nel bizzarro pantheon dei kaiju.
Autore


Dopamine - Indonesia 2025, International Premiere
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 8
Dopamine parte da un meccanismo di genere classico, una coppia indebitata si ritrova in casa un cadavere e una valigia piena di soldi, ma trova la sua parte più riuscita nel modo in cui racconta i protagonisti. Marito e moglie prendono decisioni sempre più ambigue, mentono, occultano e finiscono dentro una spirale criminale, ma restando figure buffe e umane, più disperate e pasticcione che ciniche malgrado i loro atti anche efferati. Il denaro rubato diventa prima di tutto la possibilità di fare una spesa decente, pagare visite mediche, saldare debiti, concedersi una cena o un regalo: piccoli lussi quotidiani che rendono il loro scivolamento morale insieme comprensibile e inquietante. La regia di Teddy Soeria Atmadja non cerca poi particolare originalità nella trama, ma mantiene un buon ritmo e costruisce quando serve una tensione abbastanza efficace. Ottime le performance di Angga Yunanda e Shenina Cinnamon, una coppia per cui, contro ogni prudenza morale, si finisce per fare il tifo.
Autore: Rudido


Filipiñana - Philippines 2026, Italian Premiere
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Live dal Far East Film Festival 28: le nostre prime impressioni sui film in concorso 9
Il lungometraggio d’esordio di Rafael Manuel, nato da un cortometraggio da lui stesso realizzato come tesi, è un’opera formalmente solidissima, costruita quasi interamente dentro lo spazio chiuso e impeccabile di un country club filippino. La fotografia elegante, il formato 4:3 e la composizione rigorosa delle inquadrature trasformano il luogo in cui si svolgono le vicende in un microcosmo sociale feroce, dove la bellezza della superficie convive con rapporti di classe, sessismo e forme di servitù appena mascherate. Attraverso lo sguardo della diciassettenne Isabel, giovane lavoratrice inizialmente quasi attratta dal presidente del club, il film mette progressivamente a nudo un sistema in cui i corpi dei poveri sono diventati parte dell’arredo, funzionali al comfort dei ricchi. Il finale simbolico chiude il racconto con un’immagine durissima: la violenza diventa addirittura visibile, e qualcuno chiede persino aiuto, ma il privilegio può permettersi di non guardare. Un debutto controllato, politico e visivamente notevole. Special Jury Award per la visione creativa a Sundance 2026.
Autore: Rudido


Kokuho - Japan 2025, Italian Premiere
disponibile solo in sala (proiezione del 26 aprile 2026)
 
Kokuho
"Lascia tutto, ed entra nel mio mondo." 
È piuttosto arduo trovare parole adeguate per raccontare ciò che la visione di un film come Kokuho instilla nello spettatore. Più semplice affidarsi alle emozioni che suscita, capaci di veicolare un vero e proprio turbine di sensazioni, talora di brividi che corrono lungo la schiena. Complesse e radicate in un'arte antica come quella del kabuki, le vicende narrate dispiegano grande fascino, intense e magnetiche nell'esperienza audiovisiva, persino crudeli sul fronte psicologico. Dalle performance del cast allo strenuo impegno dello staff del film, emerge un'alchimia tale da regalare un'opera monumentale nella costruzione e impeccabile nei dettagli
L'affresco che si fa della figura dell'onnagata, ovvero di attori maschi che interpretano ruoli femminili a teatro, si sviluppa dagli anni '60 attraverso decenni di evoluzione di vocazione artistica, di sacrifici personali e di esibizioni sul palco che fanno trattenere il respiro.
"Che io resti in vita o muoia, tutto è già deciso. Solo la morte laverà via la vergogna". 
Molteplici le chiavi narrative di lettura, ma senza dubbio il legame tra i due protagonisti, Kikuo e Shunsuke, interseca preponderante i quarant'anni di storia narrata, e alimenta senza soluzione di continuità lo stimolo, la tensione, l'invidia e l'attaccamento che l'uno avverte nei confronti dell'altro. Crescendo, soffrendo e sognando assieme, i due volgono lo sguardo sempre più in alto inseguendo perfezione e bellezza, ma non possono soffocare le conseguenze del loro talento; una ragione di vita che li fa ardere di ambizione e li consuma al contempo, obbligandoli ad affacciarsi anche sempre più giù, alle porte dell'inferno. "Io non ce la farei a vivere così", confessa uno dei personaggi chiave del film, osservandoli mentre entrambi offrono al kabuki tutto quanto hanno da dare di loro stessi, e persino di più. Eppure nessuno riesce a distogliere lo sguardo da loro. Né è possibile farlo dal film. Perché Kokuho, in effetti, è davvero una mirabile esperienza tutta da vivere.
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