logo AnimeClick.it

-

Ogni bambino nato in Occidente, specialmente in Italia, è cresciuto con un mito, una leggenda che lo ha perseguitato almeno fino ai cinque, sei anni: le bugie hanno le gambe corte, ma soprattutto il naso lungo. Immagine, questa, radicata profondamente nella cultura del nostro Paese, luogo d’origine di Carlo Lorenzini, detto Collodi, autore del celeberrimo “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”. Prima ancora di essere un film d’animazione famoso in tutto il mondo, “Pinocchio” – pubblicato negli stessi anni di “Cuore” di Edmondo De Amicis” – è stato un romanzo per ragazzi di fama internazionale, che ha piantato radici molto solide nell’immaginario e nella cultura nostrane. Per tale ragione, la sua fama e, in un certo qual senso, i suoi insegnamenti si sono protratti per secoli, fino ad arrivare ai giorni nostri. Ancora oggi, infatti, “Pinocchio” è un film largamente apprezzato in tutto il mondo. Eppure, con il romanzo di Carlo Collodi ha ben poco in comune.

Prodotto da Walt Disney Productions e pubblicato nel 1940 – stesso anno di uscita di “Fantasia”, “Pinocchio” è il secondo dei Classici Disney. Con questo film, Walt Disney sperava di ripetere il successo ottenuto tre anni prima con “Biancaneve e i sette nani”, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale nel 1939 non permise di raggiungere il risultato desiderato. Ciononostante, fu il film col maggiore incasso del 1940. È bene ricordare che “Pinocchio” fu una conquista rivoluzionaria nel settore degli effetti animati, poiché diede movimento realistico a veicoli, macchinari ed elementi naturali come pioggia, fulmini, neve, fumo, ombre e acqua. Grazie ai suoi risultati significativi nelle tecniche di animazione, è spesso considerato il capolavoro tecnico e definitivo di Walt Disney.

La storia narra le vicende del vecchio falegname e artigiano Geppetto, che un giorno intaglia un burattino di legno di nome Pinocchio, il quale viene portato in vita dalla Fata Turchina, che gli dice che potrà diventare un bambino vero se si dimostrerà «bravo, coraggioso e disinteressato». Iniziano così le avventure del burattino, che coinvolgono incontri con una serie di loschi personaggi i quali, secondo il Grillo Parlante (la coscienza di Pinocchio), rappresentano la tentazione e la disonestà.

Visto con gli occhi del fanciullino che alberga dentro di me, “Pinocchio” è oggettivamente un grande film. L’incipit e tutta la prima parte della storia sono incredibilmente affascinanti, al punto da tenere lo spettatore incollato allo schermo. Allo stesso tempo, il film non si perde in fronzoli inutili e procede spedito – a volte anche troppo – verso la meta. Le fantomatiche avventure di Pinocchio intrattengono incredibilmente bene e, in alcuni casi, strappano anche quale sorriso o risata genuina. Questo il caso della scena ambientata nel Paese dei Balocchi, quando Pinocchio esagera con il fumo e finisce col farsi un tiro di sigaro troppo profondo, che lo lascia completamente stordito. Alla fine, l’inseguimento con la balena crea anche una certa suspense, che non mi sarei aspettato conoscendo a memoria la conclusione della storia. Inoltre, è molto apprezzata e di facile presa la morale: per diventare un “bambino vero” bisogna essere coraggiosi, altruisti e onesti ed evitare di dire le bugie, altrimenti le conseguenze potrebbero essere irreversibili.

Di pregevole fattura sono le animazioni e i disegni che, come precedentemente affermato, rendono questo film l’autentico capolavoro targato Walt Disney. Altrettanto degno di nota è il comparto musicale, la cui colonna sonora, “When You Wish Upon a Star”, vinse il premio Oscar e, ad oggi, è l’inno ufficiale della Disney. Tutti questi fattori contribuiscono a rendere “Pinocchio” un autentico capolavoro del genere.

Lo studioso – e critico – che è dentro di me, però, non è assolutamente d’accordo con quest’ultima affermazione. Pur riconoscendo la portata e l’importanza storica di “Pinocchio”, non riesco ad apprezzarlo come dovrei e non perché ormai sono cresciuto – non esiste età per vedere e farsi piacere certe cose – bensì perché ho letto, studiato a fondo e sviscerato le pagine del romanzo di Collodi. Il tono dell’opera scritta è duro e crudele, molte scene sono cupe e violente, addirittura Pinocchio viene impiccato ad un albero alla fine della prima parte, mentre il film è, forse anche giustamente, pervaso da un’atmosfera più fiabesca e luminosa, dai toni dolci ed emotivi. Nel romanzo, Pinocchio è molto peggio di come appare nel film, in cui viene dipinto come semplicemente ingenuo: è testardo all’inverosimile, schifosamente bugiardo e capriccioso. Nel libro, il Grillo Parlante compare pochissimo, addirittura Pinocchio lo schiaccia con un martello nei primi capitoli, mentre nel film è una presenza costante, una sorta di coprotagonista. Nelle pagine di Collodi, non è una maledetta balena il mostro marino che compare sul finire della storia bensì un enorme e spaventoso pescecane e, soprattutto, la Fata Turchina è molto più severa di quella quasi angelica tratteggiata da Walt Disney. Motivi per i quali, l’unica conclusione a cui posso arrivare è la seguente: il film è esteticamente una gioia per gli occhi ed intrattiene discretamente bene ma, contenutisticamente parlando, ha poco o nulla del romanzo per bambini di Collodi, la cui opera è stata presa e modificata – troppo – pesantemente.

La mia idea è che Walt Disney abbia voluto evitare di traumatizzare la vita dei bambini impiccandogli il personaggio simbolo della loro infanzia. Probabilmente, ci ha visto parecchio lungo, sicuramente più di quanto non sarebbe riuscito a fare il sottoscritto.